Kiev non combatte per conto terzi, ma per la sua libertà (e forse anche per la nostra). Chiedere la pace non significa invitare alla resa, inviare le armi significa rafforzare le posizioni del popolo libero di Ucraina

Nel definire la tassonomia attorno conflitto in corso in Ucraina, un elemento sembra sfuggire al lato pseudo-pacifista transnazionale: c’è un invaso e un invasore. La capitolazione del primo tramite l’abbandono delle armi non è pace, ma resa; il cessate il fuoco è imprescindibile dal ritiro dell’aggressore. Eppure questa distorsione concettuale è in corso, abbandonata dall’uso altrettanto alterato di termini come “guerra per procura” (o proxy war, inglesizzando).

Se il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, usa il termine per alzare l’attenzione su quel che sta succedendo al suo Paese, in questo momento baluardo — sottolinea — delle libertà degli Stati di diritto aggrediti dall’autoritarismo avventurista e violento; il Cremlino di Vladimir Putin usa il richiamo alla proxy war per giustificare la decisione di attaccare, in quanto accerchiato, provocato dalla Nato che “abbaia” (come ha detto Papa Francesco al CorSera in un apparente scivolone sul discernimento tra quell’aggressore e quell’aggredito e chi procura la guerra).

“La caratterizzazione di questo conflitto come guerra per procura pare generare polemiche immotivate, che riflettono in una certa misura la polarizzazione del dibattito pubblico”, ha scritto Mario Del Pero, docente di storia delle relazioni internazionali a SciencesPo, in un intervento sul sito della Treccani. Siamo davvero davanti a un conflitto combattuto col sacrificio di sangue del popolo ucraino perché la Nato (gli Stati Uniti soprattutto) volevano attaccare la Russia? Lo dice lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, che la fornitura di informazioni di intelligence da parte dei membri della Nato alle forze Ucraine non aiuta il “rapido completamento” di quella che il governo russo chiama ancora “operazione militare speciale” in Ucraina, per paura di usare la parola “guerra” davanti alle proprie collettività.

Peskov è chiaro: la resistenza che sperava di schiacciare in fretta non solo si è dimostrata più tenace del previsto, ma — come spiega Del Pero — ha prodotto l’innesco di un sistema di sostegno all’Ucraina. Si è invertito, argomenta il professore, la direzione di flusso di una ipotetica proxy war: l’Ucraina, il minore, ha coinvolto la Nato (il maggiore) grazie alle capacità dimostrate. Nelle guerre per procura è l’opposto. Una conseguenza scomoda per l’aggressione di cui Peskov è portavoce, perché complica (e non poco, dice il campo) l’obiettivo dell’aggressore che vorrebbe, o forse meglio avrebbe voluto, una reazione minima per raggiungere rapidamente il successo.

È possibile che chi invoca una resa, scivolando sulla narrazione russa, si dimentichi del sacro diritto del popolo ucraino di difendersi e — seguendo un anti-occidentalismo pigro, viziato, scontento, tipico dell’Occidente — si arrivi quasi a dare spazi di legittimazione, in qualche modo, alla violenza putiniana? Peskov fa il suo lavoro, sebbene questa ultima uscita — legata anche a imbarazzanti fatti di cronaca che riguardano l’uccisione di diversi generali sul campo di battaglia — sia venuta peggio di molte altre. E con lui i propagandisti russi che vediamo a volte invitati per un (inutile, ma è opinione di chi scrive) desiderio di pluralismo in alcuni media italiani — difficilmente altrove.

“La giustificazione del diritto di difesa di una Nazione aggredita è venuta meno per il fatto che è palese che si tratta di uno scontro fra Russia e Usa. Di qui la piena incostituzionalità dell’invio delle armi, e la necessità che l’UE dichiari la sua neutralità”, scrive su Twitter Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale che firma anche un articolo sul Fatto Quotidiano dal titolo eloquente: “Il Papa chiede la pace ma Draghi si sottomette alla volontà degli Usa”.

Chi chiede che l’Italia non invii armi contesta un’aggressione Nato ai confini russi, ossia segue la narrazione russa. Questa ipotetica aggressione sarebbe legata a volontà americane — a cui chi sostiene Kiev si sottometterebbe — e avrebbe portato Putin a avere l’attacco come unica scelta. Qui si lega il concetto di proxy war: più o meno consapevolmente, queste posizioni sostengono che se l’Occidente smettesse di fornire armi a Kiev, Zelensky convocherebbe le televisioni nel suo ufficio per annunciare una resa, pardon la pace. Ci si arriverà con argomenti, ma è improbabile che sia così: anzi, Zelensky ha pressato l’Occidente per chiedere aiuto.

La Nato nel corso degli ultimi due decenni ha inglobato alcuni Paesi dell’ex Patto di Varsavia, parti di una sfera di influenza che la Russia rivendica per ragioni storiche e geopolitiche ma che nella realtà sembra ben poco rivolta a Mosca. Ucraini come polacchi, romeni, slovacchi e cechi, baltici guardano a Occidente come modello di riferimento, e lì hanno guardato decenni fa quando dovevano immaginarsi di vivere in condizioni di vita migliori. Questo è il problema di Putin, non la Nato in sé. Ogni segnale indicante che i Paesi di quella sfera di influenza (reale, ipotetica?) si possano sganciare mentalmente, emotivamente, antropologicamente dal mondo della Grande Russia, è un colpo narrativo che fa traballare il trono dello Zar.

Che sia davvero una guerra tra Nato/Usa e Russia, con gli ucraini vittime di entrambi, è un tema persistente tra i commentatori “che non arriveranno a sostenere l’aggressione russa contro l’Ucraina, ma devono trovare un motivo per cui è anche colpa dell’Occidente”, secondo Lawrence Freedman, professore emerito di Studi sulla guerra al King’s College di Londra.

Usare così i riferimenti alle “guerre per procura” significa “negare agli ucraini il potere nella loro stessa guerra”, spiega. “L’idea che gli ucraini stiano combattendo solo perché i paesi della Nato li spingono a farlo è un’evidente sciocchezza. Non hanno invaso l’Ucraina. La Russia ha invaso l’Ucraina. Hanno cercato il sostegno occidentale e si sono lamentati quando non è arrivato”, aggiunge Freedman.

L’idea di guerre per procura è sempre stata fuorviante, perché suggerisce che le forze locali siano lì per servire gli interessi degli stranieri, invece spesso è probabile che sia il contrario. Aggiunge il docente: “In questo caso gli stranieri non stanno nemmeno fornendo potenza aerea di supporto (che è quello che Zelensky ha chiesto all’inizio). Zelensky sostiene anche che l’Ucraina sta pagando un prezzo alto nell’interesse della Nato, perché se la Russia vince i paesi della Nato saranno i prossimi della lista. Ma non suggerisce nemmeno per un secondo che se la Nato smettesse di assistere, tutto andrebbe bene per l’Ucraina e la sua gente smetterebbe di morire e soffrire. Per Zelensky questo è un argomento per un maggiore sostegno da parte della Nato e non meno”.

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