Inizia il tanto atteso viaggio in Medio Oriente del presidente Biden. Diversi gli argomenti sul tavolo, dall’energia alla sicurezza, ma anche Cina e Russia. Aspettative molto alte, il rischio per Cinzia Bianco (ECFR)

La prima tappa sarà Israele, con incontri che toccheranno vari angoli dell’incerto panorama politico dello stato ebraico. Poi la Palestina, per riaffermare l’interesse statunitense alla questione. Infine Joe Biden sarà in Arabia Saudita (a Jeddah) dove incontrerà i leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo – tra cui l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman.

Bin Salman è una figura controversa con cui finora il presidente democratico ha evitato contatti diretti, ma come fa notare Cinzia Bianco, esperta di Golfo dell’ECFR, dopo mesi di guerra russa in Ucraina, Biden è arrivato alla conclusione che la collaborazione con il più importante produttore al mondo di materia prima energetica è assolutamente necessaria. Anche perché la crisi energetica innescata dall’invasione lanciata da Vladimir Putin pesa sull’inflazione occidentale e dunque sul mercato globale.

“Su questo va anche sottolineata l’immobilità dell’Europa – spiega Bianco a Formiche.net – che è coinvolta nella crisi energetica più degli Stati Uniti, ma che per creare questo genere di ri-approccio all’Arabia Saudita ha di nuovo dovuto aspettare una mossa importante statunitense”.

Se per l’Unione europea il lancio del documento di partnership strategica con il Golfo sembra segnare un aumento di consapevolezza nei confronti della regione, e dunque fa auspicare un cambiamento di approccio generale, anche se evidentemente ancora non maturato, pure per Biden, la visita mostra alcune difficoltà della policy adottata finora in Medio Oriente, soprattutto nei confronti dell’Arabia Saudita.

Il presidente americano aveva scommesso sulla ricomposizione dell’accordo per il congelamento del nucleare iraniano, noto come JCPOA, e lo aveva fatto consapevole che Riad – come Gerusalemme – lo desta, perché avrebbe permesso a Teheran di vedersi sollevata la panoplia sanzionatoria reintrodotta dall’amministrazione Trump (ai tempi in cui era uscita dal JCPOA).

“Nei fatti – continua Bianco – il JCPOA è in stallo e i colloqui sono in una condizione molto fragile, mentre Biden si è trovato costretto a cambiare le leve di forza che pensava di poter usare con i sauditi, con cui fargli accettare la ricomposizione dell’intesa con l’Iran”. Anche perché, al di là del ruolo predominante che l’Arabia Saudita occupa adesso all’interno degli scombussolamenti del mercato energetico, Riad, fa notare l’analista, ha aperto a un dialogo molto più amichevole con Russia e Cina, e contemporaneamente ha intrapreso una forma di colloquio con l’Iran.

Un elemento interessante, che tocca anche i rapporti con Mosca e Pechino di un alleato centrale americano, riguarda Israele. In particolare, dopo la firma degli Accordi di Abramo, uno degli obiettivi di Washington è la normalizzazione delle relazioni tra Israele e l’Arabia Saudita. È un obiettivo di carattere strategico, perché potrebbe permettere agli americani di creare un fronte compatto che tocchi temi come la sicurezza, l’energia (anche Israele ha un ruolo nel dossier, visto i giacimenti scoperti negli anni scorsi nel Mediterraneo orientale), ma anche lo sviluppo tecnologico ed economico.

L’argomento della sicurezza – con la pianificazione di quel sistema integrato che va sotto il nome di Middle East Air Defense Initiative – è più o meno inarrivabile per livello di capacità e volontà di coinvolgimento dalle potenze che competono con gli Usa nel Medio Oriente, ma tutti gli altri temi sono sfide già ingaggiate. E su cui, soprattutto i cinesi, si sono portati avanti. L’aumento dell’integrazione regionale per Washington è per questo fondamentale.

“La presenza di Biden all’accordo di cessione delle due isole egiziane del Mar Rosso all’Arabia Saudita, che avverrà con il beneplacito di Israele, è simbolico di questa integrazione che gli Stati Uniti cercano. E non dimentichiamoci che tutto questo, in vista delle elezioni di metà mandato, ha un peso nella politica domestica come d’altronde ha scritto lo stesso Biden nel suo op-ed sul viaggio”, aggiunge Bianco.

Per l’esperta dell’ECFR, nonostante questi processi di contatto, siamo ancora lontani dalla possibilità di creare quella “Nato araba” di cui si parla da tanto e che sta tornando mainstream: “Ci sarà un primo accordo di collaborazione tecnica sulla difesa aerea, che vedrà tra le varie cose la sincronizzazione dei radar e l’inizio delle comunicazioni tra i cosiddetti early warning systems. Segnerà anche l’inizio di una conversazione che potrebbe permettere nuove forme di acquisizioni militari per i Paesi del Golfo, anche riguardo apparecchiature vendute direttamente da Israele, penso per esempio a quelle per la cyber security,”.

I Paesi che parteciperanno a questo framework di cooperazione sulla difesa saranno sicuramente Israele, Emirati Arabi e Bahrein, parti degli Accordi di Abramo, ma potrebbero entrarvi (se non subito nel breve periodo) anche Giordania, Qatar e Arabia Saudita. La costruzione di questo ambiente condiviso sulla sicurezza e sulla difesa – forse sullo scambio di informazioni di intelligence – potrebbe permettere agli Stati Uniti, che intendono riavviare l’export di armi a Riad, di vendere anche nuove tipologie di armi sofisticate ai Paesi del Golfo. Commesse che finora sono bloccate dalla necessità di garantire a Israele il cosiddetto “qualitative military edge”, ossia farlo essere primus inter pares.

Al di là di questi elementi operativi, per Bianco rimane ancora una grande possibilità di fallimento del viaggio di Biden in Medio Oriente – su cui ci sono alte aspettative e discussioni che durano da diverse settimane. “Gli americani arrivano con la volontà di ricevere collaborazione completa sulla questione energetica, ma hanno anche l’obiettivo di iniziare a mettere una distanza reale tra quei Paesi, su tutti sauditi ed emiratini, e Russia e Cina. Quanto Washington riuscirà a ottenere questi sganciamenti (per esempio la cooperazione sul nucleare civile Riad-Pechino, o quella sui missili balistici, o le telecomunicazioni emiratine, ndr) non è chiaro. Anche se offrono qualcosa di notevole, come il recupero del rapporto con bin Salman, non hanno per ora niente di rivoluzionario”.

D’altra parte, anche i sauditi si sentono forti della leverage che hanno sul mondo energetico e per questo potrebbero non accettare di cedere su troppe richieste. Allo stesso tempo, anche gli emiratini, che hanno già ottenuto l’avvio di negoziati che riguardano un accordo di sicurezza bilaterale, potrebbero essere poco interessati a freni su argomenti come il rapporto con la Cina.

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