Gli Stati Uniti hanno reagito molto duramente alla decisione saudita di tagliare le produzioni. Il presidente Biden ha fatto sapere che le relazioni potrebbero essere rivalutate. Per Washington, l’apertura alla Russia di Riad è semplicemente inaccettabile

Il coordinatore della Comunicazione strategica del Consiglio di Sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha dichiarato oggi che secondo il presidente Joe Biden le relazioni degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita potrebbero essere rivalutate. Si tratta della posizione più dura tra le posizioni dure prese dall’amministrazione statunitense alla luce della scelta dell’Opec+ di tagliare di due milioni di barili giornalieri le produzioni di petrolio.

Una scelta che evidentemente Washington considera guidata da Riad, che di fatto conduce le politiche dell’organizzazione dei produttori di greggio anche nella sua versione “+”, ossia il sistema allargato a cui partecipa la Russia. Il taglio produttivo favorisce Mosca, che dal rialzo dei prezzi trova giovamento: colpite dall’isolamento occidentale conseguente alla sanguinosa invasione dell’Ucraina, le società petrolifere russe vendono greggio a prezzo scontato — e dunque un aumento generale del valore aumenta le marginalità.

Ma c’è anche di più. Biden in persona aveva chiesto all’erede al trono sauidta, Mohammed bin Salman, e a suo padre, l’ancora regnante de iure Salman al Saud, di evitare una riduzione delle produzioni perché l’aumento del prezzo conseguente avrebbe influito sull’inflazione (e in effetti il calo dei prezzi del petrolio negli ultimi mesi è l’unico ormeggio tra gli indicatori globali che hanno impedito alle dinamiche inflative di crescere ulteriormente). E per Biden, che vede il suo partito (i Democratici) impegnato per una complicata riconferma dell’assetto parlamentare, cercando la riconferma del controllo di Camera e Senato nelle elezioni di metà mandato dell’8 novembre, ogni elemento che pesa direttamente sulle tasche dei contribuenti (gli elettori) è negativo.

Ma l’Arabia Saudita e i regni alleati del Golfo hanno scelto secondo le loro priorità, che in questo momento si incastrano — per interesse, più che per strategia — con quelle della Russia. La reazione di Biden è un mix di “orgoglio ferito e vulnerabilità elettorale”, commenta Dave DesRoches, un docente del Near East South Asia Center for Security Studies (il centro del Pentagono per studi e analisi sulla regione mediorientale allargata). DesRoches fa notare che il rischio è che certe decisioni possano mettere a rischio determinati interessi nazionali statunitensi.

Dall’altra parte però c’è un contesto: per gli Stati Uniti in questo momento la vicenda ucraina è una questione di ordine del mondo. Washington sta definendo chi è alleato e chi no, e qualsiasi iniziativa favorevole alla Russia è letta in quest’ottica. È vero che il prezzo del petrolio è da sempre un interesse strategico prioritario per Riad; è vero che l’Arabia Saudita sta cercando di crearsi uno standing internazionale; è vero che il regno percepisce un allontanamento americano dalle vicende della regione. Ma questa rischia di non essere una semplice contrazione nelle dinamiche tra alleati — come si visto negli ultimi anni, di cui Biden stesso è stato protagonista raffreddando i rapporti con il nuovo ruler bin Salman.

Di più: Biden non solo percepisce la mossa come un’offesa personale (dopo che aveva parlato con il principe a luglio per una decisone opposta) e una all’America (che di tutto ha bisogno meno che di un Golfo che scarrella verso la Russia). Per l’amministrazione c’è la componente di politica elettorale interna, perché i prezzi alti alla pompa possono essere tra gli elementi che finiscono per favorire i Repubblicani — già favoriti. Quello che Biden sente come uno schiaffo pubblico è interessante perché il capo repubblicano Donald Trump, quando era presidente, era invece un grande amico di Riad. Rapporto rafforzato anche per sottolineare le differenze con gli anni non entusiasmanti tra bin Salman e Barack Obama.

E mentre a Washington c’è chi lavora per rendere la rottura evocata oggi da Biden più operativa, a Riad c’è chi cerca di spiegare la situazione. “Non siamo un satellite statunitense, siamo un alleato”, dice un funzionato saudita che rivendica la stessa indipendenza che gli americani hanno scelto nel momento in cui hanno deciso, “con gli altri alleati (quelli europei, più Giappone e Corea del Sud, ndr)”, come muoversi riguardo alla guerra russa all’Ucraina. C’è una distanza evidente, di comprensione e di consapevolezza reciproca.

I sauditi sottolineano per altro che la decisone è avvenuta in sede Opec+, dunque scaricano parte delle responsabilità sul dialogo multilaterale dell’organizzazione, e poi rivendicano alcuni punti chiave. Per esempio la questione del Jcpoa, l’accordo sul congelamento del programma nucleare iraniano; detestato da Riad, firmato da Obama, interrotto da Trump e ora sotto tentativo di ricomposizione di Biden. Inoltre la faccenda sicurezza: i sauditi rinfacciano agli americani di non fare abbastanza per difendere il regno, anche se senza gli Usa poche sarebbero le capacità di difesa dell’Arabia Saudita.

Attenzione qui, perché per Riad rischia di innescarsi l’effetto boomerang: “[Si] può  interrompere immediatamente il massiccio trasferimento di tecnologia bellica americana nelle mani avide dei sauditi. In poche parole, l’America non dovrebbe fornire un controllo così illimitato dei sistemi di difesa strategica a un alleato apparente del nostro più grande nemico, l’estorsore di bombe nucleari Vladmir Putin”, scrivono in un op-ed su Politico il senatore Richard Blumenthal e il deputato Ro Khanna, entrambi democratici delle rispettive commissioni Servizi Armati.

I due legislatori proporranno (sempre oggi, secondo l’agenda annunciata) una legge bicamerale per fermare immediatamente tutte le vendite di armi degli Stati Uniti all’Arabia Saudita. “Da diversi anni i nostri colleghi stanno valutando proposte simili, che però non sono passate. A causa dell’intensa reazione bipartisan alla collusione dell’Arabia Saudita con la Russia, pensiamo che questa volta sia diverso. In base ai colloqui con i colleghi, la nostra legislazione sta già raccogliendo un sostegno bipartisan in entrambe le camere”.

Tuttavia, come accennava DesRoches: il problema per gli Stati Uniti è che non fornendo queste armi e allentando notevolmente la protezione diretta del territorio saudita (ad esempio con la difesa aerea dei Patriot) rischiano che un attacco pesante contro le infrastrutture petrolifere possa comunque intaccare le forniture e le produzioni locali con un impatto notevole sul mercato globale. È già successo con il bombardamento degli yemeniti Houthi (aiutato dall’Iran) nel settembre 2019.

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