Intervista esclusiva a Vincent Tsai, da poco a capo della rappresentanza diplomatica di Taiwan in Italia. Dai rapporti tra Roma e Taipei al ruolo dell’Europa nel sostenere la sovranità dell’isola. Lo scontro tra modelli corre lungo lo stretto che separa la democrazia taiwanese dalla Cina

Il suo ultimo incarico prima di arrivare a Roma è stato la direzione del dipartimento per gli Affari economici e la cooperazione internazionale del ministero degli Affari esteri taiwanesi: poi l’ambasciatore Vincent Tsai è arrivato in Italia per guidare la rappresentanza diplomatica di Taipei. Sede vivace col compito di curare le relazioni tra Italia e Taiwan, uno dei Paesi più importanti del mondo; luogo di produzioni industriali determinanti per il futuro; democrazia coinvolta nelle dinamiche dell’Indo Pacifico; centro di frizioni tra Stati Uniti e Cina.

Formiche.net ha avuto l’occasione di parlare con Tsai per un’intervista esclusiva.

Giorgia Meloni aveva incontrato a luglio il suo predecessore Andrea Sing-Ying Lee, lanciando un messaggio chiaro riguardo al suo pensiero su Taiwan già durante la campagna elettorale. La linea non è cambiata ora che lei è presidente del Consiglio. A dicembre, infatti, il dossier Taiwan ha esordito (formalmente) nei rapporti italo-statunitensi quando il ministro Antonio Tajani e la vice-segretaria Wendy Sherman hanno convenuto che Roma e Washington si oppongono agli “sforzi unilaterali per cambiare lo status quo nello Stretto”. Come vede i rapporti Italia-Taiwan?

I rapporti tra Italia e Taiwan sono molto buoni e sono in crescita, principalmente sotto il profilo economico e commerciale. L’Italia è il terzo partner commerciale di Taiwan nell’Unione europea dopo Germania e Paesi Bassi. Inoltre, nel corso del 2022, sono sorte e si sono sviluppate diverse collaborazioni tra l’industria taiwanese e quella italiana in molti settori, dall’automotive all’informatica, fino all’edilizia. Ampie collaborazioni possono trovarsi anche nel settore culturale e in quello accademico. Nondimeno, e questo è più importante, lo scorso anno Taiwan è stata al centro del dibattito parlamentare italiano in più di un’occasione.

È sorpreso da questo interessamento?

Non direi, tutto questo non rappresenta una sorpresa. D’altronde la recente situazione politica globale, soprattutto a causa dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha fatto emergere le enormi differenze che intercorrono tra democrazie e autocrazie, compattando le prime intorno ai valori democratici, della libertà e dello stato di diritto. Valori che senza alcun dubbio sia Taiwan che Italia abbracciano. È normale dunque che ci si avvicini tra Paesi che condividono le stesse visioni del mondo e della società.

L’Unione europea ha accusato la Cina di politiche commerciali “coercitive” nei confronti della Lituania, colpita da misure per le relazioni che Vilnius ha strutturato con Taipei. Per Bruxelles c’è una violazione dei diritti delle imprese europee presenti sul suo territorio. Questa reazione europea nei confronti della Cina (e in qualche modo pro-Taiwan) parla anche in parte delle relazioni Ue-Taiwan. Come sta procedendo questo rapporto?

Per l’Unione europea vale lo stesso discorso fatto per l’Italia poco prima. Naturalmente il processo decisionale è meno fluido e coinvolge un maggior numero di interessi, ognuno rappresentato da ogni singolo stato, ma è innegabile che nel complesso i valori su cui si fonda l’Unione europea sono il minimo comun denominatore di tutte le democrazie che la compongono. La questione lituana è forse la cartina al tornasole dei rapporti esistenti tra Bruxelles e Pechino. Due visioni del mondo che, nonostante l’evidente interconnessione economica e commerciale tra Europa e Cina, sono completamente distanti tra loro.

L’Unione europea è vicina a Taiwan?

Negli ultimi due anni, il Parlamento europeo ha approvato 25 risoluzioni favorevoli a Taiwan. Le ultime in ordine di tempo il 18 gennaio scorso, dove appare la ferma condanna nei confronti delle continue provocazioni militari della Cina contro Taiwan, e si ribadisce il fermo rifiuto a qualsiasi modifica unilaterale dello status quo nello Stretto, riconoscendo in Taiwan un partner che condivide i valori della democrazia, della libertà, dei diritti umani e dello stato di diritto. Tutti questi sono segnali di una crescente comprensione da parte dell’opinione pubblica europea, e dunque dei suoi rappresentanti, di ciò che contraddistingue e rappresenta Taiwan in ambito internazionale.

Su Formiche.net abbiamo pubblicato diverse analisi riguardanti il ruolo di Taiwan in organismi internazionali come l’Oms, l’Icao e l’Interpol. Eppure diversi blocchi (legati anche alla volontà di Pechino) impediscono a Taipei di partecipare con le sue competenze e capacità alle attività di queste agenzie internazionali. Che cosa ci vorrebbe?

La consapevolezza che l’assenza di Taiwan da questi organi è un rischio per la sicurezza internazionale. La pandemia prodotta dal Covid lo ha dimostrato: Taiwan ha saputo mantenere saldo il timone nella tempesta ed è risultato il Paese che meglio ha gestito la pandemia durante il periodo più duro, grazie al suo avanzato sistema sanitario e all’alto livello tecnologico raggiunto. Se a Taiwan fosse stato concesso di dare il proprio supporto alla comunità internazionale, attraverso la partecipazione all’Oms, forse oggi si parlerebbe di meno decessi. Lo stesso discorso può farsi per la sicurezza aerea, per la transizione ecologica, per la lotta al cybercrime. Tutti settori in cui Taiwan è molto sviluppata ma che a causa di meri veti politici non può condividere rapidamente ed efficacemente con il resto del mondo perché non gli viene concessa la partecipazione all’Icao, all’Unfcc o all’Interpol.

In recente un saggio su Foreign Affairs, Michael Brown (visiting scholar presso la Hoover Institution della Stanford University ed ex direttore della Defense Innovation Unit presso il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti) scrive: “Se l’Occidente appare compiacente o distratto, [il leader cinese] Xi Jinping potrebbe vedere opportunità. Per cambiare il suo calcolo, Taiwan, gli Stati Uniti e i suoi alleati devono dimostrare di essere ostinati a contrastare un’invasione. Con le dichiarazioni sempre più bellicose della Cina sulla riconquista dell’isola, il tempo stringe per Washington per dimostrare impegno attraverso l’azione”. Al di là della dimensione militare, in che modo il rapporto con l’Occidente, l’Europa – e dunque anche con l’Italia – può aiutare Taiwan?

Innanzitutto occorre fare in modo che Taiwan non venga percepita come qualcosa di lontano solo perché si trova dall’altra parte del mondo rispetto all’Occidente. Sembra superfluo dirlo, ma non dobbiamo dimenticare che il mondo di oggi è fortemente interconnesso e ciò che accade a 10.000 chilometri di distanza ha immediate ripercussioni sulla nostra quotidianità. La crisi che ha colpito le filiere produttive durante la pandemia ne è la prova.

E poi?

In secondo luogo, occorre far capire cosa significherebbe abbandonare Taiwan a se stessa, quali conseguenze potrebbe avere sugli equilibri internazionali un’eventuale “mano libera” lasciata a Pechino. Si guardi l’Ucraina: cosa sarebbe successo se non ci fossimo opposti alla Russia? La guerra è tutt’altro che finita, ma fortunatamente l’Occidente ha risposto unito e sostiene Kyiv con tutte le sue forze. Anche noi abbiamo fatto la nostra parte, perché sentiamo di appartenere a un mondo costruito sui valori della democrazia, un mondo che non possiamo e non vogliamo abbandonare in nessun caso perché ci ha resi quello che siamo oggi. Questa è una chiara risposta data alla Russia e a tutte le autocrazie che vogliono sabotare gli equilibri internazionali fondati su pace, libertà e diritti. Per aiutare Taiwan, basta sostenere Taiwan nelle sue battaglie, mettere in chiaro che Taiwan fa parte di una squadra e che non è sola.

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