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Il Covid è un brutto ricordo. Ma per i giovani ci sono altre insidie. Parla Vaia

In prospettiva, potremmo continuare ad avere nuove infezioni o anche reinfezioni. Ma, nel suo adattamento, il virus abbassa la patogenicità anche per effetto del parallelo consolidarsi dell’immunità ibrida: a nuove infezioni corrisponde un rafforzamento dell’immunità, sia naturale, sia stimolata dalle vaccinazioni

Dalla Cina arrivano notizie discordati e che di certo non rincuorano. La nuova ondata di contagio da Covid-19 preoccupa, benché con ogni probabilità per noi i rischi siano contenuti. Sotto il profilo clinico, arrivano rassicurazioni. L’Oms ha dichiarato finita l’emergenza pandemica e Francesco Vaia, direttore generale dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, sostiene nella sua conversazione con Formiche.net che “per la maggioranza della popolazione può ormai vedere questa malattia solo come un cattivo ricordo”.

Professor Vaia, l’Oms circa tre settimane fa ha dichiarato ufficialmente chiusa l’emergenza pandemica. Com’è, dal suo osservatorio, lo stato dell’arte?

Intanto bene la dichiarazione, forse un pochino tardiva ma meglio tardi che mai. La situazione è quella di una malattia stabile ormai da diverse settimane, con una pressione molto bassa, direi ormai residuale, sui sistemi sanitari. I casi che ancora vengono osservati si manifestano soprattutto in forma paucisintomatica e non richiedono ospedalizzazione se non in casi particolari e cioè in pazienti molto anziani o comunque fragili per altre patologie e immunodepressi. Il susseguirsi di nuove varianti – al momento sono prevalenti le ricombinanti del sottolignaggio XBB, certamente più immuno-evasive e infettive delle precedenti – non ha dato assolutamente seguito a nuovi picchi di malattia grave, ospedalizzazione o impegno di terapie intensive. In definitiva abbiamo oggi una situazione assolutamente sotto controllo e una epidemia ormai in fase di endemizzazione.

In Cina si assiste a una recrudescenza dei contagi. Esiste un rischio di una nuova ondata che coinvolga anche l’Europa?

Premesso che è sempre molto difficile osservare ciò che avviene in Cina, basti ricordare ciò che è avvenuto appena qualche mese fa quando in una o due settimane siamo passati da immagini di catastrofi e di fosse comuni al contagio zero, dai dati che ci vengono trasmessi non vedo al momento segnali preoccupanti di esportazione nei paesi europei di quello che starebbe avvenendo in Cina. Le varianti che caratterizzano la dichiarata nuova ondata di casi in Cina non sono diverse da quelle circolanti da noi e che già conosciamo. Il motivo della diffusione di queste varianti in Cina, che starebbe generando una forte ondata di casi, è legata al basso impatto che c’è stato in Cina sia della vaccinazione, basata su vaccini poco efficaci e con un basso tasso di copertura della popolazione, e soprattutto dell’immunità ibrida, ovvero del mix tra immunità vaccinale e naturale nella popolazione. Al contrario di quanto avvenuto da noi, dove si è registrata una sintesi virtuosa tra un alto tasso di vaccinazione e il contagio diffuso che ha determinato una immunità ibrida che ci rende più forti di fronte al virus, in Cina l’immunità naturale è bassa a causa di una politica discutibile di lockdown continui e reiterati con conseguente tasso di protezione naturale molto basso. Vista anche la scarsa efficacia della campagna vaccinale, sono più esposti e deboli. Un grave errore di strategia di sanità pubblica che ora stanno pagando in modo evidente.

La pandemia ha lasciato sul terreno circa venti milioni di morti. Il sistema sanitario nazionale ha dovuto sopportare un’onda d’urto probabilmente mai registrata in precedenza. Cosa resta di questa esperienza in termini di prassi cliniche e gestionali?

L’insegnamento più importante risiede nella necessità ormai improcrastinabile della preparazione a eventi pandemici, attraverso una organizzazione permanente delle strutture sanitarie e delle centrali di comando di sanità pubblica. Un piano pandemico attuale da aggiornare costantemente. Mai più farsi trovare impreparati di fronte a nuovi eventi. Il concetto di preparedness (meglio ancora, anticipazione) deve entrare nell’alfabeto e nei comportamenti dei sistemi sanitari. Una visione “One health” è ormai imprescindibile. Ad esempio: Come trattiamo il nostro ambiente? Come ci rapportiamo al mondo animale? Come alleviamo gli animali e cosa diamo loro da mangiare?  Non basta, ad esempio, essere molto attenti all’uso personale di antibiotici se poi allevatori senza scrupolo ne danno in abbondanza negli allevamenti. Questa è una piaga del nostro mondo. La lotta all’antibiotico resistenza e in generale ai farmaci e ai patogeni multi resistenti passa anche da qui. Ci sono anche altre grandi lezioni: il sequenziamento globale dei virus emergenti e la messa a disposizione delle sequenze a tutta la comunità scientifica, la condivisione e trasparenza dei risultati della ricerca virologica. In ciò l’Oms dovrebbe apparire ed essere sempre più autonoma ed autorevole.

La pandemia ci ha anche detto due cose che non possono più essere sottaciute: il potenziamento del servizio sanitario e del capitale umano, che andrà rafforzato ma soprattutto meglio incentivato e retribuito. Dare più strumenti performanti e terapie innovative al territorio e rendere gli ospedali sempre più specializzati o dedicati alle patologie tempo dipendenti. Infine, attraverso ad esempio un coordinamento più proattivo del ministero della Salute, trovare un modo perché la qualità della risposta assistenziale sia uguale in tutta italia e fruibile da tutti. È francamente intollerabile una sanità a macchia di leopardo nel nostro Paese.

Nei giorni scorsi ha sollevato un importante interrogativo: è stato fatto tutto bene?

Ritengo che allo Spallanzani abbiamo fatto tutto bene come dimostrano i contagi zero tra i nostri sanitari. Complessivamente il Paese ha risposto bene ma è ovvio che ci sono stati anche degli errori. Penso a una comunicazione che ha disorientato i cittadini, ai balbetti, ai ritardi in alcune decisioni, ad alcuni errori tecnici. Tutto ciò deve essere analizzato, in maniera severa ma assolutamente serena, con il solo scopo di fare in modo che gli errori del passato non si ripetano più. Fatto salvo il diritto-dovere delle magistrature e della politica di indagare e analizzare, quello che serve realmente è un’analisi compiuta sul piano tecnico scientifico.

Tra i più colpiti, specie sul fronte degli effetti socio-emotivi, ci sono senz’altro i più giovani. Ci sono margini di recupero o la pandemia lascerà danni irreparabili sui ragazzi?

I lockdown prolungati, la dad e la forzata mancanza della socialità hanno determinato nei giovani una profonda inquietudine. Hanno vissuto e per certi versi ancora vivono una dimensione “on life”, a cavallo tra il reale ed il virtuale. Tutti gli studi più autorevoli ci trasmettono dati preoccupanti di crescita dell’abuso di alcool, tabacco, sostanze stupefacenti, soprattutto tra i giovani e giovanissimi. Questa categoria deve essere la nostra assoluta priorità. Ma non sono utili interventi “cerotto”: dobbiamo superare la concezione dell’intervento medicamentoso, tampone, e porre al centro dell’attenzione la prevenzione.  A proposito di giovani e prevenzione, insieme al ministero della Salute abbiamo dato vita a una campagna per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse, molto più diffuse di quanto si pensi. Ecco, dobbiamo parlare ai giovani ed educarli. In questo ambito diciamo loro: fate l’amore, con chi volete e come volete, ma fatelo in sicurezza. Usate la testa! Take care of yourself! I giovani stanno già rispondendo e risponderanno. Credo fermamente e fortemente in loro. Ogni cambiamento epocale ha visto protagonisti i giovani, sono certo che lo saranno anche adesso. Questa generazione, la generazione Z, avrà la forza di prendere in mano il nostro Paese e migliorarlo. Forza ragazzi!

Un po’ di scenario. Cosa ci aspetta, di qui al medio periodo, sotto il profilo della pandemia? E’ possibile che eventi di questa portata possano ripetersi con una certa frequenza?

 Sars-CoV-2 continuerà ad evolvere e ad adattarsi all’ospite umano, seguendo la strada che ha intrapreso già dalla comparsa di Omicron, un anno e mezzo fa. Ricordate?  Molti guardavano ad omicron come all’inizio della catastrofe. Noi dicemmo, da subito, grazie alla costante corrispondenza con le colleghe del Sudafrica che per prime avevano isolato la variante, che eravamo ormai in presenza di un virus molto più contagioso ma molto meno patogeno. In prospettiva, potremmo continuare ad avere nuove infezioni o anche reinfezioni. Ma, nel suo adattamento, il virus abbassa la sua patogenicità anche per effetto del parallelo consolidarsi dell’immunità ibrida: a nuove infezioni corrisponde un rafforzamento dell’immunità, sia naturale che stimolata dalle vaccinazioni. Quindi non dovremmo avere più ondate generalizzate ma al limite solo piccole ondate che potrebbero interessare clinicamente solo le persone più a rischio. In sostanza, il Covid da pandemia generalizzata si sta trasformando in una malattia rilevante solo per una piccola parte della popolazione, costituita da persone con gravi fragilità e condizioni di immunodepressione. Ed è su di loro che vanno mirati oggi gli interventi di terapia e di profilassi, antivirali e monoclonali di nuova generazione, vaccini aggiornati sulle nuove sottovarianti da somministrare, come per il vaccino antinfluenzale in autunno per le persone appunto più esposte. La grande maggioranza della popolazione può ormai vedere questa malattia solo come un cattivo ricordo.

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