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Usa-Cina, per Ross (Harvard) nemmeno un summit Biden-Xi migliorerebbe le relazioni

Il docente di Harvard disegna la mappa delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. La competizione cresce senza guardrail per contenerla, come dimostra l’aumento del ruolo cinese in Medio Oriente. E nemmeno un vertice Biden-Xi potrebbe migliorare profondamente i rapporti

Secondo Robert Ross, professore di Scienze politiche al Fairbank Center for Chinese Studies di Harvard, le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono in una fase ancora piuttosto tesa e conflittuale. E questo perché l’ascesa della Cina ha messo in discussione i considerevoli interessi di sicurezza americani Asia orientale e non solo. Pechino e Washington competono in Medio Oriente e per l’Europa, e anche un incontro tra leader potrebbe non essere altro che un momento di diplomazia — con le divisioni che restano.

La sfida all’America

“L’ascesa della Cina e la sua crescente potenza navale e aerea stanno sfidando le alleanze americane”, spiega a Formiche.net. “Pechino ha usato il suo potere per migliorare la propria sicurezza e per continuare a farlo ha bisogno di indebolire la presenza americana sul perimetro della Cina, quando invece si rafforzano le basi americane, come in Corea del Sud e Filippine, e mentre sta aumentando la cooperazione con Taiwan”.

Quindi la Cina sta diventando più energica, e gli Stati Uniti stanno reagendo. “Gli Stati Uniti — continua Ross andando dritto al punto — vogliono mantenere la loro superiorità sulla Cina e il loro ruolo di unica grande superpotenza nel mondo. Per questo motivo stanno usando anche misure commerciali come i controlli sulle tecnologie e la crescente cooperazione militare con attori asiatici per accerchiare la Cina e cercare di esercitare pressioni su di essa, in modo da indebolirne l’ascesa e mantenere lo status di superpotenza”.

Dialogo e narrazioni

Da questo punto di vista, quindi, il dialogo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi può fare poco per cambiare le relazioni? “Gli Stati Uniti — risponde Ross — comprendono perfettamente le intenzioni della Cina e la Cina comprende le intenzioni degli Stati Uniti”.

I due Paesi non stanno “dialogando per cercare di risolvere i problemi, perché il problema delle relazioni è solo la crescita della potenza cinese e la risposta dell’America. E non c’è soluzione a questo”.

Il professore di Harvard sarà martedì 24 ottobre al Centro Studi Americani per un evento dal titolo “Sources and Prospects of US China competition”. L’evento, co-organizzato dal Guarini Institute of Public Affairs e dal Centro Studi Americani, sarà diretto Enrico Fardella, (promotore del progetto China Med e docente all’Università di Napoli L’Orientale) e vedrà come speaker anche Carmine Soprano (Consulente della World Bank) e Romeo Orlandi (Osservatorio Asia, Bologna Business School).

Dall’analisi che Ross fa, l’America non dialoga con la Cina per migliorare le relazioni commerciali o per ridurre la concorrenza tecnologica, o per gestire i rapporti con le Filippine, la Corea del Sud o Taiwan, ma semplicemente per mantenere un canale di comunicazione aperto. Pechino fa allo stesso modo.

“Gli Stati Uniti vogliono veramente evitare il rischio di una guerra. Gli Stati Uniti vogliono dialogare con la Cina in materia di sicurezza militare. La Cina vuole mantenere la cooperazione economica, perché questo aiuta l’ascesa della Repubblica popolare, ma gli americani non vogliono aiutare quella crescita. Quindi si oppongono a una maggiore cooperazione economica e tecnologica. Per la maggior parte, questa è una farsa. Si tratta semplicemente di diplomazia, di diplomazia pubblica, perché non abbiamo alcuna aspettativa di veder ridotte le tensioni e non ci aspettiamo che questo aiuti a gestire le crisi delle relazioni tra Washington e Pechino”.

La Cina in Medio Oriente: paradigma

Per Ross, i dialoghi sono meno importanti di quanto sembrino e il rischio di conflitto è molto alto. Per esempio: “I cinesi hanno iniziato a competere con gli Stati Uniti in Medio Oriente. Hanno cominciato questa competizione da maggio di quest’anno, collaborando con l’Arabia Saudita e l’Iran, poi la Siria, e ora stanno cercando di assumere una posizione di mediazione controllata tra Israele e Hamas e forse provano a collaborare con l’Egitto. Si tratta di una risposta all’amministrazione Biden dopo due anni di politica altamente competitiva, con controlli commerciali e tecnologici sulla cooperazione con la Cina. Riflette la crescente preoccupazione di Pechino per le relazioni tra gli Usa, le Filippine e la Corea del Sud, e per la politica degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan. Pechino dice che se l’America vuole competere, e questo è ciò che Washington fa, allora anche la Cina competerà”.

E quindi Pechino aumenta le sue attività in ambienti geostrategici come il Medio Oriente (o l’Africa), dove solitamente il ruolo americano era centrale. E lo fa secondo le proprie caratteristiche. “Questa sarà una politica a lungo termine e dobbiamo accettare che il ruolo dell’America in Medio Oriente inizierà a diminuire rispetto a quello cinese, perché lo sviluppo le permetterà di offrire al Medio Oriente opzioni di cooperazione in più rispetto all’America”. “Stiamo anche assistendo a una maggiore concorrenza in Europa, perché vediamo una Cina più competitiva, che sta cercando di reagire agli Stati Uniti per imporre costi alla politica americana per la sua competizione”, aggiunge il docente.

Cosa aspettarsi da un vertice Biden-Xi?

All’interno di questa crescente competizione, nemmeno un eventuale incontro tra i leader Joe Biden e Xi Jinping potrebbe cambiare le sorti delle relazioni? “Forse ci sarà un incontro tra Xi Jinping e Joe Biden al meeting di alto livello dell’Apec (l’Asia Pacific Economic Cooperationc, ndr) che ci sarà in California tra un paio di settimane. Ma i cinesi non hanno ancora accettato l’invito, perché credo che stiano aspettando di vedere se gli americani utilizzeranno o meno il faccia a faccia per dimostrare [al mondo] l’interesse statunitense la pace e la cooperazione. Dunque mentre gli americani sanno che c’è ben poco da fare per migliorare le relazioni, i cinesi non vogliono dar loro modo di costruire la propria immagine come un paese cooperativo”.

Questo però impone ai cinesi la necessità di partecipare, anche per non passare da potenza non responsabile. “Sì, ma se parteciperanno e ci sarà un incontro, questo probabilmente significherà poco per le relazioni, perché gli Stati Uniti si limiteranno a dire, come hanno detto in passato, che vogliono mantenere aperti i canali di dialogo. Inoltre, gli Stati Uniti dicono di volere dei guardrail, ma Pechino ha chiarito che non darà a Washington dei guardrail perché non si fida della direzione della politica americana. E vogliono che gli americani siano cauti. Il fatto che ci sia un incontro all’Apec sarà solo un atto di diplomazia, ma niente di più, niente di materiale, niente di concreto che possa avere un effetto sull’andamento delle relazioni”. Se non nella retorica reciproca.

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