Molto spesso il termine Global South viene utilizzato in modo improprio, ragiona il docente di Harvard, ma è così necessario che la geografia guidi la definizione? Il Sud globale è un concetto da disegnare in una cartina oppure in un’ipotetica linea del tempo in cui scorrono desideri sociali e ambizioni politiche?

In assenza di una stenografia alternativa, i politici e i giornalisti molto probabilmente continueranno a usare “Global South” per il prossimo futuro, eppure chiunque sia interessato a una descrizione più accurata del mondo dovrebbe diffidare di un termine così fuorviante e sempre più carico di significati politici, spiega Joseph Nye su Project Syndicate. Eppure, in un mondo che sta dimostrando una bipolarità complessa, dove sempre più attori si muovono per evitare di finire schiacciati nel dualismo Usa-Cina, quel termine potrebbe essere utile per comprendere (senza l’ardire d’essere esaustivo) alcune dinamiche delle relazioni internazionali che accomunano determinati Paesi.

La riflessione del professore di Harvard è di quelle da analizzare con attenzione, non fosse altro per la questione specifica del termine, perché è a lui che si lega il concetto di “soft power”. Nye in quel caso, coniando negli anni Novanta un vocabolo che ha segnato la lettura di molte delle relazioni internazionali successive, partiva dall’idea che nel mondo globalizzato, la guida dell’atlante geopolitico dovrebbe derivare da un intricato sistema di interconnessioni, un potere garbato, “soft” appunto. Questo sistema è ciò che in definitiva consente ai Paesi di migliorare la loro reputazione internazionale e rafforzare il loro potere al posto di quello “hard”, il potere ruvido e duro che ruota attorno al concetto di forza militare e politica.

Che il soft power sia parte (predominante?) della narrazione che le varie potenze mondiali ora stanno cercando di spingere con il cosiddetto Global South, al fine di poter agganciare questa aliquota di mondo e assisterne con interesse lo sviluppo, è pacifico. Ma allora, cos’è questo Sud globale che campeggia tra le righe dei giornali, nei discorsi pubblici dei think tank e nelle pianificazioni delle policy governative?

Da Terzo Mondo al G77

La questione è molto d’uso comune e attuale, basta ragionare che in molti per esempio analizzano che l’operazione di Israele sulla Striscia di Gaza – in risposta all’attacco subito da Hamas, il regime terroristico che controlla quel territorio – stia “alienando il Sud globale”, e chiaramente l’alienazione avviene rispetto a un Nord. Altrettanto spesso si è sentito dire che sarebbero soprattuto i Paesi del Global South a chiedere un cessate il fuoco alla guerra russa in Ucraina.

Nye fa un ragionamento tecnico: geograficamente, spiega, il termine “Global South” si riferisce ai 32 Paesi al di sotto dell’Equatore (nell’emisfero meridionale), in contrasto con i 54 Paesi che si trovano interamente a nord di esso. Tuttavia, spesso viene usato in modo fuorviante per indicare anche una serie di Paesi a cavallo dell’Equatore, o altri totalmente al di sopra, creando una fittizia maggioranza globale – fittizia perché dal punto di vista geografico la maggior parte della popolazione mondiale si trova al di sopra dell’Equatore (così come la maggior parte della superficie terrestre).

Ad esempio, si sente spesso dire che l’India, il Paese più popoloso del mondo, e la Cina, il secondo più popoloso, si contendono la leadership del Sud globale, tanto che entrambi hanno recentemente organizzato conferenze diplomatiche a questo scopo. Eppure entrambi si trovano nell’emisfero settentrionale. E allora? “Il termine, quindi, è più uno slogan politico che una descrizione accurata del mondo”, scrive Nye.

Il docente di Harvard ricostruisce il “Terzo Mondo” da Bandung fino all’accezione negativa post Guerra Fredda, poi analizza la semantica dei “Paesi meno sviluppati” che in seguito sono diventati “Paesi in via di sviluppo”e la successiva creazione del Gruppo dei 77 (G77), che all’interno dell’Onu comprende attualmente 135 Paesi ed esiste per promuovere i loro interessi economici collettivi; infine all’ideazione (by Jim O’Neill) del termine Brics per individuare quei mercati emergenti – ad alto potenziale di crescita – che mattone dopo mattone stanno costruendo il proprio futuro.

“Da quando è diventato un organismo che tiene conferenze, il Brics è stato spesso visto come rappresentante del Sud globale. Ma, ancora una volta, il Brasile e il Sudafrica (e ora l’Argentina) sono gli unici membri dell’emisfero meridionale, e anche come sostituto politico del Terzo Mondo, il Brics è piuttosto limitato concettualmente e organizzativamente. Mentre alcuni dei suoi membri sono democrazie, la maggior parte sono autocrazie e molti hanno conflitti in corso tra loro”, spiega Nye.

Un valore diplomatico

Quando Paesi come l’India pensano al Global South si riferiscono tecnicamente al G77, gruppo di cui intendono farsi interlocutori (non sono gli unici) per spingere il loro sviluppo – e ottenerne benefici diretti, in termini economico-commerciali e politico-strategici, a seconda dei casi. Ed è questa una definizione utile, se si considera come New Delhi sia in grado di dialogare con una parte di mondo che non è geograficamente al sud, ma è in una posizione inferiore per quanto riguarda i modelli e gli stati di sviluppo.

Nella sua riflessione, il docente di Harvard ammette in via definitiva che il termine Global South abbia un valore principale: quello diplomatico. “Sebbene la Cina sia un Paese a medio reddito dell’emisfero settentrionale in competizione con gli Stati Uniti per l’influenza globale, ama descriversi come un Paese in via di sviluppo che svolge un importante ruolo di leadership all’interno del Sud globale”, spiega. È l’esempio perfetto.

In definitiva, seguendo il ragionamento di Nye il termine Sud globale è sbagliato per la gran parte delle occasioni in cui viene utilizzato se gli si da un senso stretto, geografico. “Per i giornalisti e i politici, la terminologia alto, medio e basso reddito (che il docente dell’ateneo bostoniano inquadra come una via più corretta per definire i Paesi del mondo, ndr) non si adatta facilmente alla lingua o ai titoli dei giornali”, ed è per questo che si continuerà a utilizzarlo.

Se è vero che il giornalismo è spesso semplificazione, a volte anche a costo di un uso dei termini non da accademia, è anche vero che la situazione delle relazioni globali è sempre più sintetizzabile nel tentativo di singoli Paesi o raggruppamenti di interloquire con un’altra serie di Paesi dotati di potenzialità (per risorse naturali o demografiche, per capacità o connotazioni geostrategiche) di svilupparsi, ma ancora indietro. E l’obiettivo è di collegarsi a essi per assisterne lo sviluppo, trarne benefici diretti bilaterali o indiretti sul piano delle attività multilaterali globali. Quei Paesi sono il Global South? Può darsi…

Credibilità e Global South

L’argomentazione sollevata da Nye assume maggiore valore se si considera quella che il politologo Iran Bremmer e il manager di Goldman Sachs Jared Cohen definiscono una radicata crisi di credibilità delle grandi potenze, un fenomeno che è alla base di molti degli shock a cui assistiamo, secondo un saggio co-firmato pubblicato sul sito dell’istituto finanziario americano. L’ordine internazionale, un tempo sostenuto dall’incrollabile credibilità degli Stati Uniti, si trova ora ad affrontare una sfida complessa, spiegano i due, perché né gli Usa né la Cina sembrano intenzionati e in grado di mantenere da soli la guida della governance globale. Ma questo porta a un aumento dell’instabilità e dell’incertezza geopolitica. Il Global South è composto da coloro che cercherebbero credibilità dalle potenze, come forma di assistenza alla crescita?

“Per gli stati, la credibilità comporta diverse variabili chiave: hard power militare ed economico; il soft power dell’attrazione politica e culturale; e qualità più intangibili legate all’affidabilità, alla storia e al contesto. Soft power e hard power sono necessari, ma non sufficiente affinché uno stato sia credibile; gli altri devono anche credere che seguirà gli impegni e soddisferà le aspettative”. spiegano Bremmer e Cohen. Ed è qui allora che si gioca la partita attorno all’oggetto dei desideri strategici, il Sud globale?

Il mondo in cui ci muoviamo è caratterizzato da un’accentuata divergenza politica e persino ideologica, che ruota principalmente attorno alla rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina. Ma questa crisi di credibilità in corso sta ridisegnando la geopolitica, mettendo a dura prova le istituzioni internazionali esistenti e aprendo la porta all’emergere di nuovi attori globali. È da queste evoluzioni in corso, che producono anche un senso di imprevedibilità, che emergono le necessità e le ambizioni di una parte di mondo – quello in via o in desiderio di sviluppo – che si affaccia in modo nuovo alla partita mondiale. È forse questo terreno comune tutt’altro che geografico che in definitiva, pur nelle complessità e peculiarità ultra-specifiche di ogni singolo attore, rende il termine Global South utile ed efficace a definire una parte di mondo?

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