Per Giovanni Carbone, professore di Scienza Politica all’Università degli Studi di Milano e Head del Programma Africa dell’Ispi, l’Italia trova un contesto complicato in Africa, dove il risentimento e il malessere nei confronti dell’Occidente sono cresciuti ultimamente anche perché è aumentata la percezione di ingiustizie subite. Da questo partono le sfide del Piano Mattei, ma anche le opportunità

L’idea originale dello studio che l’Ispi ha dedicato al rapporto tra Africa e Occidente – titolo perentorio: L’Africa si sta rivoltando contro l’Occidente? – è stata affrontare in maniera articolata una serie di dinamiche che si sono sviluppate soprattutto negli ultimi anni, diventate maggiormente visibili con la crisi in Ucraina, che ha esposto anche a livello mainstream i risentimenti africani. Risentimenti che però stavano già lavorando, erodendo sotto traccia il rapporto tra Africa e Occidente, conseguenze di elementi di disapprovazione e sfiducia di lungo periodo nei confronti di un un’indipendenza che non è mai stata completata del tutto, con i Paesi occidentali che vengono tuttora percepiti come ingerenti dagli africani.

Formiche.net conversa con Giovanni Carbone, professore di Scienza Politica all’Università degli Studi di Milano, Head del Programma Africa dell’Ispi, nonché curatore con Lucia Ragazzi dello studio a cui su queste colonne è stata dedicata particolare attenzione – vista la centralità del tema, anche per la strategia dell’Italia – con focus riguardo al non allineamento del continente africano, al come la regione del Global South segue la competizione tra Usa e Cina, o allo scontro di narrazioni nell’infosfera africana. In generale, il continente sente forme di vessazioni e pressioni, ingerenze e ingiustizie che si sintetizzano in questioni macro, a cominciare dal sistema della Nazioni Unite, dove i Paesi africani sono stanzialmente marginalizzati. E questo ha dei costi per i Paesi africani. Ed è una generale tendenza che riguarda le dinamiche internazionali, che siano politiche oppure economiche.

Mal(essere) d’Africa

“È da qui che nasce il risentimento nei confronti dell’Occidente – o gli Occidentali, termini ampiamente e variamente usati che raggruppano in un tutt’uno Europa e America – sempre più spesso sotto accusa per i valori, le istituzioni e le relazioni di cui è portatore, con aspetti, come il supporto e il sostegno alla democrazia, che finiscono per essere duramente contestati in aree diverse dell’Africa subsahariana (e ce lo dicono anche i sondaggi di opinione, dunque non solo da parte delle leadership africane che sviluppano determinate narrazioni magari volte a distrarre l’attenzione dalle proprie responsabilità)”, spiega Carbone. E questo è completamente diverso rispetto ad anni fa, quando le riforme e gli esperimenti democratiche all’occidentale erano ancora freschi e il continente riponeva fiducia in essi.

Vediamo tutto nei social media, basta osservare i profili di utenti africani che siano essi più o meno influenti. Ma lo abbiamo visto anche quando parte degli stati africani ha deciso di non allinearsi con l’Occidente sull’Ucraina. “Quello è stato un momento fondamentale – aggiunge l’esperto dell’Ispi – perché i Paesi africani hanno mostrato che si fa strada una certa tendenza al disallineamento. E risulta ancora più importante considerando che, in questa fase storica, da parte dell’Occidente emerge invece una volontà di riallacciare e ridisegnare i rapporti dal punto di vista strategico, ma anche narrativo”. E invece sul campo, i Paesi africani stanno dicendo che potrebbero anche non essere interessati a ciò che gli viene offerto, o almeno a parte di ciò che gli viene offerto, perché hanno oggi modo di accedere a qualcosa di simile messo sul piatto da altri partner stranieri, non Occidentali. “Esattamente, anche se in parte non è così, perché le relazioni con l’Occidente restano profonde e ampie, e sebbene possano esserci Paesi che si smarcano in maniera più lanciata e manifesta, altri si muovono differentemente. Ma i rapporti tra Africa e Europa sono a 360 gradi, e dunque, realisticamente, non possono essere troncati del tutto ma solo gradualmente o parzialmente modificati”.

Semplificando, realtà come l’’Ue, o i vari Paesi europei singolarmente, stanno spingendo per andare verso l’Africa, consapevoli che quella dimensione ha un valore strategico enorme per il presente e per il futuro: l’Africa invece, almeno in parte, si allontana dall’Occidente. “È almeno dal 2006 che diversi Paesi occidentali hanno adottato politiche strategiche specifiche per l’Africa, tra questi anche l’Italia, che prima ancora delle riflessioni attuali, nel 2020 adottò il ‘Partenariato con l’Africa’.  È evidente che c’è un interesse, una riscoperta europea del continente africano. La stessa Commissione Von der Leyen lo aveva rimarcato palesemente con la prima missione oltre i confini europei, che era stata proprio ad Addis Abeba, in Etiopia, per incontrare la controparte dell’Unione Africana – ma “anche in quell’occasione, gli africani avevano risposto in modo freddo alle evoluzioni successive, facendo capire che non avevano affatto apprezzato di non essere stati consultati per delineare la bozza di partnership che Bruxelles proponeva”, fa notare Carbone.

Il Piano Mattei e l’impegno italiano

Mettendo il focus specifico sull’Italia, anche con l’ottica di quanto esce dallo studio del think tank milanese, l’esperto dell’Ispi fa notare che c’è stata una fase molto chiara, avviata nel 2013, durante la quale vengono lanciate alcune iniziative che poi vengono implementate negli anni successivi, con l’organizzazione di due conferenze Italia-Africa, l’apertura di nuove ambasciate, un certo aumento degli aiuti allo sviluppo, la creazione di un fondo speciale per l’Africa, nonché varie visite governative: tutto culminato nella sintesi di quel Partenariato del 2020. “La spinta attuale dunque non nasce dal nulla, si inserisce sulla scia di una riscoperta dell’Africa sviluppatasi nell’ultimo decennio. Ora il governo Meloni si propone di mettere ancora più al centro i rapporti con i Paesi africani, soprattutto perché la stessa Presidente del Consiglio si è spesa direttamente sugli annunci riguardo al Piano Mattei”, spiega Carbone. Secondo cui, l’impegno personale di Giorgia Meloni è un aspetto importante, perché “metterci la faccia significa fare un investimento politico, e dunque poi si deve andare fino in fondo, e la Presidente del Consiglio, che seguirà personalmente la cabina di regia del Piano, sembra tenere a questa iniziativa”.

E però, del Piano Mattei non sappiamo ancora granché: sappiamo per esempio che dovrebbe essere una cooperazione che avrà nei processi migratori e negli approvvigionamenti energetici gli interessi diretti per l’attuale governo, ma anche che dovrebbe essere una forma più inclusiva e moderna di partnership, con condivisione di impegni per stabilità e sicurezza (anche quelle di carattere specifico, come quella alimentare o sanitaria). Il recentemente approvato decreto legge sul “Piano strategico Italia-Africa: Piano Mattei”, emanato dal Consiglio dei ministri, consta di sette articoli delineanti la governance, le scadenze, gli obiettivi e, in generale, degli accenni tematici. Tuttavia, numerosi dettagli rimangono da definire e probabilmente saranno oggetto di chiarimento nell’ambito di una nuova conferenza Italia-Africa (o comunque nell’arco dei 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto, tempo in cui i ministri interessati potranno trasmettere una relazione sulle iniziative; oppure nei tre mesi successivi che la cabina di regia avrà per completare la definizione del Piano e trasmetterlo al Consiglio dei ministri per la sua deliberazione, o almeno al 30 giugno, quando dovrà essere trasmesso alle Camere il primo rapporto di questo piano quadriennale).

“Un punto da tenere in considerazione, per ora, in attesa dei contenuti, è che l’iniziativa italiana si inserisce in qualcosa che è già in movimento da tempo, con gli stati africani che sono sempre più abituati a ricevere proposte di riallaccio delle relazioni e di nuove cooperazioni, e sono dunque abituati ormai a guardare bene cosa c’è dentro il pacchetto offerto”, sottolinea Carbone, “e magari pronti a storcere il naso o fare obiezioni”. Secondo l’esperto, attualmente è difficile proporre grandi investimenti economici e pure portarsi dietro l’Ue: “L’idea di mettere nuove importanti risorse a disposizione per favorire lo sviluppo dell’Africa è già stata lanciata dall’Ue con il Global Gateway, cercando di dare nuovo impulso alla crescita del continente. Il rischio per il Piano Mattei di Roma è dunque quello di non trovare il seguito sperato a Bruxelles, di dover procedere da soli, e di finire per mettere in piedi iniziative e promesse che, come altri simili in passato, siano poi nei fatti disattese, contribuendo ad alimentare ulteriori forme di malcontento nelle controparti africane”.

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