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Cosa lega l’attacco a Parigi e le mediazioni di Macron su Gaza

L’attentato di Parigi scopre nuovamente le sensibilità francesi rispetto alle condizioni di vita delle nuove generazioni islamiche. Macron cerca di agire a livello internazionale anche per mostrarsi bilanciato sulle istanze del mondo arabo, perché è un interesse strategico per lottare contro il separatismo interno

Per colpire ha scelto i giorni in cui Emmanuel Macron era impegnato a stringere le mani a diversi leader arabi – tra cui l’egiziano Abdel Fattah al Sisi, con cui l’incontro a Dubai in occasione della COP28 è diventato un modo per parlare della soluzione a due stati della questione israelo-palestinese. Ma forse la ricostruzione del contesto temporale e del momento è prematura: la procura anti-terrorismo francese è nelle prime fasi di indagine dopo l’accoltellamento di ieri sera tra il ponte di Bir-Hakeim e la Tour Eiffel costato la vita a un turista tedesco.

I testimoni, svariati visto che la zona è appena a lato dell’area più turistica di Parigi, raccontano che Armand Rajabpour-Miyandoab, l’autore dell’attacco, abbia urlato “Allahu Akbar” mentre sferrava coltellate contro l’uomo e la sua compagna, ferendo anche lei e almeno un altro passante. Il ministro dell’Interno Gerald Darmanin conferma che lo slogan tipico della predicazione musulmana, ormai traslato in grido di guerra da radicali e attentatori, sia stato pronunciato.

Non basterebbe questo per pensare alla matrice islamico-estremista dietro al gesto, ma ci sono altre circostanze da aggiungere. A quanto pare, l’assalitore avrebbe detto alla polizia che lo ha arrestato che non ne può più di “vedere i musulmani morire”, specialmente a Gaza, dove la Francia è “complice” di Israele. Inoltre, aveva pubblicato sui social un video di rivendicazione del suo attacco immediatamente prima di passare all’azione. Vi compare con una felpa e un cappuccio nero e una mascherina chirurgica davanti al viso. Dichiara la sua fedeltà alla jihad – ma non si affilia a gruppi specifici – e parla “dell’attualità, del governo, dell’uccisione di musulmani innocenti”.

Rajabpour-Miyandoab, ventiseienne franco-iraniano, aveva già pensato di partire per la Siria – rispondendo alla chiamata jihadista califfale. Nel luglio del 2016 avrebbe ideato un piano per attaccare La Défense, poi condannato a 5 anni di reclusione dalla 16a sezione del tribunale penale di Parigi, di cui 1 anno di Sme (sospensione del processo con messa alla prova).

Altri indizi inquietanti che escono dalle prime informazioni filtrate ai media. Rajabpour-Miyandoab sarebbe stato in contatto con Larossi Abballa (l’autore del duplice assassinio di Magnanville poi dedicato allo Stato islamico), Adel Kermiche (l’autore del brutale sacrificio di padre Jacques sull’altare della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray) e Maximilien Thibaut, jihadista francese in Siria ed ex membro attivo del piccolo gruppo islamico radicale “Forsane Alizza”. Insomma, Rajabpour-Miyandoab sarebbe un altro di quei pluri-sospettati e condannati per attività minori attorno a cui qualcosa tra intelligence, polizia e magistratura non ha funzionato in Francia?

Di più: il giovane che ieri ha ucciso una persona a Parigi avrebbe anche avuto contatti anche con Abdoullakh Anzorov, ossia l’uomo che ha giustiziato il professore Samuel Paty, decapitato nell’ottobre del 2020 a Eregny per aver mostrato una vignetta anti-islamica di Charlie Hebdo alla classe in cui insegnava. L’uccisione del professore era stata il culmine di una campagna d’odio contro il giornale passata da altri attentati e dalla sollecitazione dell’opinione pubblica islamica (non solo in Francia). Da notare che in quel caso l’assassinio di Paty fu legato a una fatwa contro di lui emessa da un imam radicale, frutto a sua volta della denuncia fatta alla polizia dal padre di un’alunna per quanto detto dal docente durante una lezione sulla libertà di parola.

Quella ragazza non era nemmeno in classe, Anzarov agì sull’eco della disinformazione, dell’istinto, del disagio e dell’indottrinamento. Elementi che si fondono in certi contesti. Non lupi solitari, ma giovani infervorati all’interno di circoli in cui il rancore per una condizione di sopruso e inferiorità – reale o percepita – accede sovente alla violenza. La guerra israeliana a Gaza sta infiammando nuovamente certe istanze, che poi trovano sponda nella narrazioni dei grandi gruppi jihadisti, che continuano a diffondere le predicazioni online e offline (nonostante le continue strette sui controlli). L’azione di Rajabpour-Miyandoab, se il puzzle degli indizi confermerà la matrice, potrebbe essere ricollegata a questo quadro.

E la Francia, ancora una volta, torna a essere territorio sensibile. Anche a questo si legano le posizioni di Macron, il più esplicito dei leader occidentali a chiedere che Israele cessi il fuoco e riapra una stagione di negoziato e un nuovo processo di pace. Parigi ha ancora a che fare con la gestione del separatismo islamico interno, tema strategico per la stabilità francese del futuro. Molte delle attività internazionali dell’Eliseo si basano anche su questa necessità, anche perché gli effetti delle sensibilità socio-culturali colpiscono le seconde e terze generazioni degli oriundi francesi, le quali a differenza di nonni e genitori, vivono effettivamente condizioni peggiori – nelle banlieue come quella in cui viveva Rajabpour-Miyandoab con i suoi genitori e soffrono forme di discriminazioni connesse anche al ritorno forte delle istanze nazionaliste. Difficoltà in cui attecchiscono le predicazioni estremiste.

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