Obiettivo de-risking, ma per l’Ue lo sganciamento dalla dipendenza cinese passa anche da nuovi accordi commerciali, come quello col Mercosur, di nuovo bloccato dopo venti anni di lavoro

La discussione sulla sicurezza economica in Europa sta attraversando ostacoli significativi, principalmente a causa della resistenza degli Stati membri alla temeraria tabella di marcia della Commissione europea, nota Noah Barkin del Gmf nella sua newsletter. Con il rinvio dell’annuncio del pacchetto di de-risking al prossimo anno (probabilmente anche per non avvelenare il clima prima del vertice Ue-Cina di mercoledì e giovedì), la Commissione si prepara a una vasta consultazione con gli Stati membri che avrà come tema centrale le valutazioni del rischio sulle tecnologie critiche. Ma ci sono anche i nuovi accordi commerciali sul tavolo: intese che dovrebbero permettere alternative e sganciamento dalle rotte di Pechino.

In generale, nonostante i rallentamenti, le capitali europee sembrano attivamente coinvolte nel processo. L’obiettivo di Ursula von der Leyen – che domani partirà per Pechino dove parteciperà al vertice di massimo livello sino-europeo – è quello di spingere il dibattito sui controlli delle esportazioni e restrizioni agli investimenti all’interno dei temi della prossima Commissione. Ossia, lasciare la sua eredità sul governo di Bruxelles che arriverà dopo le Europee del 2024.

Che l’Europa si proponga di controllare i rischi di un’eccessiva esposizione e dipendenza dalla Cina è ormai una realtà necessaria, condivisa da un ampio dibattito pubblico che per esempio passa anche dai temi della transizione energetica, come faceva notare su queste colonne l’economista (ed ex ministro italiano) Alberto Clò. L’obiettivo noto è di costruire nuovi legami commerciali e sviluppare catene di approvvigionamento con Paesi più affini. Ma i problemi non mancano: per esempio, l’audace accordo commerciale Ue-Mercosur, forse eccessivamente ambizioso come nota Politico, si è ingolfato.

Ci sono questioni di carattere geopolitico, che riguardano anche la penetrazione cinese, che si rivolge all’area geografica sudamericana con la narrazione che utilizza per accalappiare il consenso del Global South – qualcosa di simile a ciò che accade in Africa e zone dell’Asia. All’interno di questo, si inseriscono poi le istanze che i leader dei singoli Paesi stanno portando avanti; istanze dove la competizione tra potenze e l’alternativa alla governance occidentale-ocentrica degli affari globali hanno un valore primario.

La sfida in Sudamerica

La partita sudamericana per l’Ue è importante, perché rappresenta un segmento cruciale dell’intera strategia di de-risking europea. La sfida diventa ancor più acuta con i colloqui tra il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, ospite a Berlino perché le due più grandi economie di Europa e Sudamerica si sono intestate la battaglia per salvare l’accordo commerciale Ue-Mercosur (la regione composta da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) e non vanificare i due decenni di lavoro che sono stati necessari per far prendere forma a quello che dovrebbe essere il più grande accordo commerciale per entrambi i blocchi. Impegno necessario soprattutto in questo momento.

Le speranze di firmare, proprio il 7 dicembre, diventano complesse se non vane. Ma standk a quanto appreso da Agenzia Nova, la visita del vicepresidente della Commissione europea e commissario Ue al Commercio, Valdis Dombrovskis, in Brasile per la sigla dell’accordo non è stata annullata (come detto da altri media), ma solo rimandata in quanto si è ancora lontani dal concludere tutti i dettagli necessari. Quello che c’è in ballo è un accordo politico, di cooperazione e commerciale.

Domenica scorsa, il presidente argentino uscente, Alberto Fernández, ha sorprendentemente annunciato in pubblico il suo rifiuto all’intesa, denunciando preoccupazioni sul favoreggiamento delle esportazioni industriali dell’Ue e le restrizioni per le esportazioni agricole sudamericane. Una condizione che ha indotto i leader europei a cancellare la missione organizzata per la firma e portato Lula a Berlino.

La palla è ora nelle mani del neo-presidente argentino, l’anarco-capitalista Javier Milei, che inizia il suo mandato il 10 dicembre (anche per questo Fernandez ha sparato l’ultimo colpo, lasciando il gioco nelle mani del suo successore). Mentre il futuro ministro degli Esteri esprime sostegno, il destino dell’accordo pende su un filo legato a Buenos Aires, con l’avvertimento da Bruxelles che ulteriori ritardi potrebbero farlo deragliare, e con diplomatici e funzionari europei preoccupati che la mancata conclusione entro fine anno possa far saltare definitivamente il banco.

Anche perché, la fine della presidenza spagnola del Consiglio aggiunge pressione. Madrid ha sempre sostenuto l’accordo (con il Sudamerica area di influenza culturale e politica spagnola) ma le opposizioni interne, come da parte di potenti gruppi agricoli, rendono i politici restii a sostenerlo. Comprensibile se il tutto si inquadra nella campagna elettorale in vista delle elezioni europee.

Per capire il clima: Scholz adesso sottolinea l’importanza dell’accordo, evidenziando il peso che la Germania vi attribuisce; al contrario, il francese Emmanuel Macron segna la solita posizione eccezionalista e oppone resistenza argomentando che l’accordo va contro gli interessi degli agricoltori francesi e in generale europei.

Il destino di queste ambiziose intese commerciali pende tra le mani di Milei e le posizioni a protezione degli interessi interni in Europa. “Tutto mentre il gigante cinese continua a proiettare la sua ombra sui dilemmi commerciali di Bruxelles”, chiosa con un’espressione letteraria un diplomatico europeo.

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