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Diplomazia e tensioni. La nomina di un nuovo vescovo in Cina analizzata da Giovagnoli

L’ordinazione di un vescovo cattolico in Cina è sempre una notizia, ma questa volta la notizia è ancora più importante per vari motivi. Ecco quali nell’intervento di Agostino Giovagnoli

Il sacerdote cattolico Taddeo Wang Yuesheg è stato ordinato vescovo di Zhengzhou, in Henan. L’ordinazione di un vescovo cattolico in Cina è sempre una notizia, ma questa volta la notizia è ancora più importante per vari motivi. Zhengzhou è stata a lungo affidata ai missionari italiani saveriani e italiano è stato il suo ultimo vescovo, mons. Faustino Tissot espulso nel 1953: da allora ci sono stati solo amministratori apostolici fino al 2012. All’ordinazione hanno partecipato molti preti e un centinaio di fedeli, è stata letta l’approvazione del papa e a presiedere è stato mons. Giuseppe Shen Bin, vescovo di Shanghai e Presidente della Conferenza episcopale cinese (non riconosciuta da Roma). Questi ultimi due elementi sono particolarmente significativi: anche se l’Accordo sino-vaticano del 2018 prevede l’approvazione del papa, in precedenti occasioni non se ne era dato pubblicamente notizia durante l’ordinazione; la presenza di mons. Shen Bin si collega a un ruolo crescente che i vescovi cinesi stanno assumendo nelle nuove ordinazioni episcopali.

È un’ordinazione che ha avuto un iter complesso: in tutte le diocesi a lungo senza vescovo, si creano infatti situazioni complicate e conflittuali, se non vere e proprie divisioni. Era inoltre dal 2021 che non c’erano nuove ordinazioni di vescovi cattolici in Cina. Infine, questa ordinazione viene dopo due “trasferimenti” di vescovi: si tratta di vescovi legittimamente ordinati, ma il loro passaggio a una nuova diocesi è avvenuto per decisione delle autorità cinesi senza il consenso preventivo della S. Sede. Tutto ciò ha suscitato molti dubbi sullo stato di salute dell’Accordo provvisorio, per la nomina di nuovi vescovi, sottoscritto dalla S. Sede e dalla Repubblica popolare cinese nel 2018 e rinnovato due volte, nel 2020 e nel 2022.

Molto clamore ha suscitato in particolare il trasferimento di mons. Shen Bin dalla diocesi di Haimen a quella di Shanghai: quest’ultima è la più importante diocesi cinese e il suo trasferimento era il secondo senza il consenso della Santa Sede. Una parte della stampa internazionale ha parlato apertamente di violazione dell’Accordo sino-vaticano – ma la questione è in realtà più complessa – e ha dato sostanzialmente per spacciata l’intesa sino-vaticana. La decisione della S. Sede di riconoscere mons. Shen Bin vescovo di Shanghai nel luglio 2023 è stata perciò accolta con molta irritazione da questa stampa, che ha rovesciato sulla S. Sede – e talvolta anche su Papa Francesco – accuse di eccessiva debolezza o di vero e proprio cedimento, se non addirittura di tradimento.

Ma la Santa Sede aveva i suoi buoni motivi per scegliere un atteggiamento apparentemente morbido. Anzitutto la persona chiamata a diventare vescovo di Shanghai, mons. Shen Bin, era stata già considerata a Roma, prima del suo trasferimento, un candidato degno per quella sede. Oltre che pastoralmente disastroso, perciò, sarebbe stato contraddittorio dal punto di vista della Santa Sede dichiarare illegittimo un vescovo che, già riconosciuto come pienamente legittimo, non per sua colpa era stato trasferito ad altra diocesi. Naturalmente restava il problema – non formale ma sostanziale – di un trasferimento attuato informando semplicemente il Vaticano due giorni prima. Un problema avvolto in un enigma: perché le autorità cinesi avevano imposto una scelta cui la S. Sede avrebbe dato volentieri il consenso se interpellata? Era un non senso politico-diplomatico, un comportamento che contraddiceva gli stessi interessi cinesi. I diplomatici vaticani hanno intuito che il problema poteva essere sciolto più facilmente imboccando la strada paziente del chiarimento invece di quella della rottura. Hanno perciò scelto tale strada per far pesare le loro rimostranze.

Non sappiamo ovviamente se il chiarimento ci sia stato e in che termini. Ma questa nuova ordinazione fa pensare che l’incidente sia stato superato e che il cammino tracciato dall’Accordo abbia ripreso il suo corso. È uno sviluppo che fa riflettere sul ruolo di una vaticanistica – e cioè di una stampa specializzata nelle questioni vaticane – sempre meno interessata a dare un’informazione tempestiva, completa e approfondita e sempre più “militante” in un senso o in un altro. È un problema che non riguarda solo questo settore specifico e che riflette una tendenza generale in un mondo sempre più polarizzato e conflittuale. Va invece in direzione opposta una diplomazia che cerca il più possibile di risolvere i problemi invece di accendere conflitti. In questo caso si tratta della diplomazia della Santa Sede che ha pazientemente sopportato accuse e insulti, procedendo nel silenzio sulla via del dialogo, mirando non ad un plauso facile ma al bene dei cattolici cinesi. E poiché, com’è noto, non solo per litigare ma anche per fare la pace bisogna essere in due, si deve ritenere che i diplomatici vaticani abbiano trovato da parte cinese un interlocutore disponibile ad ascoltare le sue ragioni e interessato a tenere in vita un Accordo che ha cambiato radicalmente la storia dei rapporti tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese.

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