Le tre regole giornalistiche di Papa Francesco lette da Ruffini, Spadaro, Marramao e Zuccolini

Le tre regole giornalistiche di Papa Francesco lette da Ruffini, Spadaro, Marramao e Zuccolini

In un passaggio dell’ormai celebre discorso che Papa Francesco ha rivolto ai gesuiti della Civiltà Cattolica indicò tre elementi, tre priorità giornalistiche di cui il sistema dell’informazione secondo il pontefice dovrebbe tenere a mente: inquietudine, incompletezza del pensiero e immaginazione. Ma, per chi nell’informazione opera quotidianamente, come tradurle in pratica? Se ne è parlato 14 giugno in una tavola rotonda organizzata nella sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana a Roma.

LE PAROLE CONCLUSIVE DI PADRE ANTONIO SPADARO 

Le conclusioni sono state tirate da padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, che ha svelato: “Quando il Papa parla dei gesuiti parla di sé, fa da specchio. Quando dice cioè che bisogna essere incompleti, stando però attenti che l’orizzonte non si avvicini a tal punto da diventare un recinto. Quando parla di un Dio creativo e non chiuso, in quanto qualsiasi discorso chiuso e definitivo nasconde molte insidie. E quando mette in guardia dal rischio di adattarsi. Una volta da Arcivescovo di Buenos Aires addirittura disse: lo stesso Gesù sarebbe potuto finire nei disadattati”. Bergoglio cioè, ha aggiunto Spadaro, “riconosce la carica politica e tangibile delle utopie, e non la loro componente astratta”. Questo perché “il valore dell’immaginazione è di far vedere la realtà”, e in questo modo Francesco “ci indica un compito radicale: ricostruire l’immaginario, della fede e della convivenza umana, dove i riferimenti della vita non sono più quelli di una volta”.

L’INTERVENTO DEL DIRETTORE DI TV2000 PAOLO RUFFINI

Il giornalista e direttore di Tv2000 Paolo Ruffini ha raccontato come “una volta il Papa ci disse: non abbiate mai la sindrome del troppo pieno e della soluzione pronta”, mostrando come “la responsabilità di un giornalista nasca dalla non conoscenza della verità, che è una ricerca, la stessa di cui molti se ne lavano le mani”. Spiegando inoltre che “le regole che si è dato il nostro giornalismo lo ha portato a non farci vedere più niente”, ad “alternare parole catastrofiche a consolatorie”, ma “la realtà non è risolvibile in un dualismo tra bianco e nero: da qui il senso dell’incompletezza”. La regola dello share infatti è “capire cosa si condivide, mentre oggi tutta la comunicazione è fondata sull’uso di se stessa come arma”. Il Papa in pratica, ha concluso Ruffini, “non ci sfida all’immaginazione dei nostri giornalisti, quella cioè dei virgolettati arbitrari e immaginifici, ma alla capacità di vedere oltre. Un cattivo giornalista è uno che pensa di sapere già tutto, mentre invece ci serve lo stupore di uno sguardo simile a quello dei bambini, molto citato nella poesia, nella letteratura, nella pittura”.

LA SPIEGAZIONE DEL PORTAVOCE DELLA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO ROBERTO ZUCCOLINI 

“Il linguaggio di Papa Francesco è quello di un pastore che vuole cambiare la Chiesa dal profondo, cioè dai cuori”, ha spiegato nel suo intervento Roberto Zuccolini, giornalista e portavoce della Comunità di Sant’Egidio. “Le sue omelie a Santa Marta non sono un esercizio ordinario, ma le utilizza per indicare un percorso, per curare dalle battaglie di un’umanità ferita. Dove raccomanda di guardare ai segni dei tempi, con un pensiero aperto e con la prospettiva di una direzione”. Francesco infatti, ha continuato il giornalista, “vuole far capire a tutti il Vangelo e capisce la realtà del mondo, di una globalizzazione che non riesce a umanizzare”. La sua è cioè “un’ansia escatologica che non si può comprimere in un Limes”, e che mostra come “soltanto dalle periferie si può inviare un messaggio che cambi il centro”. In quanto “l’importante per lui non è vincere ma creare un contesto di conversione, costruire una Chiesa di popolo e non di minoranza, e supplire alla richiesta del mondo di un leader spirituale”.

LA LEZIONE DEL FILOSOFO E SAGGISTA GIACOMO MARRAMAO

Il filosofo Giacomo Marramao, saggista e docente all’Università di Roma Tre, ha spiegato come a suo parere sia centrale “il tema hegeliano delle religioni universali, di cui parlava anche Max Weber”, e che “la visione laica non è ancora in grado di cogliere l’ampiezza e la drammaticità di questa sfida”. Marramao ha così raccontato in modo provocatorio come il discorso alla Civiltà Cattolica sia “un esempio di evangelizzazione della Chiesa, di ritorno al Vangelo: chiave straordinaria per chi come me non ha formazione confessionale”. Infatti “Reformatio Ecclesiae può significare modernizzare o ritornare alla forma originale”, e “Francesco sta usando la seconda, di ritorno alle fonti: tema agostiniano”. In quanto “la metafora del mare aperto è quella della nave di Pietro”, consapevole però “che le vecchie carte di navigazione non bastano più” e che “la frontiera è il contrario del confine”. Il tutto “vale anche per la tradizione islamica, senza la quale non avremmo l’algebra e la scienza moderna”, e “per la cultura ebraica, da cui sono partiti i monoteismi”. Per Bergoglio funziona cioè il “teorema dell’incompletezza”, in quanto “anche la fede non è mai una forma satura”, considerando infine che “non c’è etica laica senza profonde radici religiose”, e che “non c’è radice di valori senza una qualche forma di fede: è il dramma di chi è aconfessionale”.

ultima modifica: 2017-06-15T10:24:42+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

 

 

 

 

 

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