Concorso dirigenti scolastici: le lacune di un Regolamento

Concorso dirigenti scolastici: le lacune di un Regolamento
Concorso presidi, tutti gli errori da evitare per rimediare a quiz e centralismo. Dopo ben 6 anni dall'ultimo concorso, è stato finalmente pubblicato il regolamento per l'assunzione dei dirigenti scolastici.

L’attesa è stata… giurassica, la pubblicazione benvenuta, i contenuti non sempre del tutto chiari e utili allo scopo: reclutare bravi dirigenti scolastici entro la fine di agosto 2018. Ieri il nuovo Regolamento per l’assunzione dei dirigenti scolastici che mancano alle scuole di stato è apparso con D.M. 138/2017.

L’ultimo concorso è stato indetto nel 2011, vide ben 42.158 domande di candidati, con la realtà di 33.531 partecipanti alla prova preselettiva, per giungere a 9.113 ammessi alle prove e, alla fine, a 2.386 immessi in ruolo, cui però vanno aggiunte altre 300 nomine fatte nel corso degli anni, fino al mese scorso. Quel concorso era su base regionale, durò tre anni a causa di infiniti contenziosi, ricorsi e sentenze. Sono passati sei anni e su questo ritardo si sono fatte le ipotesi più varie, ma una cosa sola è certa: il Tesoro in questi anni ha risparmiato migliaia di stipendi, con un danno serio alle scuole ed alla professione direttiva.

Secondo il Regolamento potranno fare domanda i docenti di ruolo nello stato da cinque anni (con una riserva particolare ai 50 presidi incaricati che ancora esistono in Italia); questi sosterranno un prova preselettiva a quiz (cui saranno ammessi più di 6mila candidati), una prova scritta informatizzata (cinque domande a risposta aperta sulla normativa del settore istruzione, sull’organizzazione del lavoro e la gestione del personale, sulla programmazione, sulla gestione e la valutazione nelle scuole, sugli ambienti di apprendimento, sul diritto civile e amministrativo, sui sistemi educativi europei e due domande a risposta chiusa in lingua straniera), cui seguirà una prova orale sulle stesse materie della precedente.

Superato l’orale, i candidati verranno ammessi ad un corso di formazione di due mesi (guarda caso affidato alla discrezione del mondo universitario) e ad un tirocinio di quattro mesi che terminerà di nuovo con una prova scritta ed una orale.

Ora, dopo la pubblicazione del Regolamento, si attende che il bando di concorso chiarisca i dettagli dell’ammissione, dello svolgimento, della formazione delle commissioni.

Le barriere ci sono, quasi una corsa a ostacoli, ma le perplessità sulla loro efficacia sono fondate.

L’avvio della procedura è positivo, vista la situazione insopportabile creata dal bubbone delle reggenze, cresciuto a dismisura (ad agosto 2018 avremo la metà delle scuole statali con un dirigente scolastico a mezzo tempo, impegnato cioè su due scuole). Ne pagano le conseguenze sia la stessa professione direttiva, ridotta a pura burocrazia dalla quale ci si difende come si può, sia la qualità delle scuole. Per anni alla politica e all’amministrazione la presenza di una buona e diffusa dirigenza scolastica sembrava non interessare minimamente. Ne sono ultima prova il forte disagio espresso nelle manifestazioni del maggio di quest’anno.

Ma non è tutto positivo quanto è stato pubblicato. Per paura di ritornare agli infiniti contenziosi degli anni passati (la burla più gustosa nacque dall’utilizzo erroneo di buste “trasparenti” nel concorso lombardo) si è tornati ad una conduzione centralizzata, lasciando nell’incerto le relazioni con lo svolgimento che dovrà per forza essere regionale.

Si tratta di una sfida, ma finora i centralismi non hanno mai prodotto né efficienza di funzionamento né efficacia di risultati. Le riflessioni fatte in merito da Sabino Cassese fanno pensare. Con il Regolamento (e la norma originaria di riferimento) ancora una volta si è evitato l’avvio di un sano ed efficace decentramento e di una seria autonomia. Non dimentichiamo che i dirigenti degli enti locali e quelli della sanità sono reclutati direttamente dalle singole sedi operative (l’ospedale, l’Asl, il Comune, la Provincia e la Regione).

Inoltre il meccanismo delle prove ha ben poco a che fare con la figura che si va a reclutare, a cominciare dalla prova preselettiva (una batteria di 100 quiz): è infatti incomprensibile (salvo la scelta di pescare nel parco buoi) cosa c’entri questo metodo con la ricerca di una figura professionale dove le principali capacità da metter in atto sono di tipo umano e relazionale.

Come faranno una serie di quiz, una prova scritta al computer ed un colloquio ad accertare l’attitudine ad assumere una funzione che non è certo costituita dalla semplice somma di competenze “tecniche” (giuridiche, gestionali, amministrative, ecc.), ma che ha il proprio cuore nell’esercizio di una leadership educativa nella comunità scolastica e locale?

Infine c’è un problema di tempi, strettamente legato anche alle soluzioni operative che assumerà il bando di concorso che deve essere emanato. Non solo serve urgenza (se non si finisce tutto entro agosto 2018 questo regolamento assumerà il sapore di una beffa), ma occorre che il bando confermi il maggior numero di posti per il prossimo triennio, per non ritrovarci fra due anni a spendere ancora soldi per un altro concorso sui posti che si svuoteranno con i pensionamenti. I 2.400 posti annunciati non bastano di certo.

La velocità del percorso dipenderà molto anche da altri aspetti: c’è da augurarsi che gli uffici legislativi ministeriali a questo deputati predispongano formulazioni normative a prova di ricorsi; si spera che in tutto lo svolgimento il rapporto centro-periferia sia il più armonico ed efficace possibile, chiarendo bene i rispettivi compiti e responsabilità (compreso anche… chi dovrà scegliere la qualità delle buste da usare per i dati personali da consegnare assieme alle prove scritte!).

Restando all’interno della logica che il Governo ha scelto per questo regolamento, è indispensabile poi che il bando preveda:

– la certezza della pubblicazione della prevista banca dati di test su cui prepararsi per i quiz della prova preselettiva;

– la cura a che i quiz e le domande della prova preselettiva e della prova scritta (che purtroppo sono stese dal mondo universitario che ben poco conosce del mondo della scuola) siano esatte, chiare e aderenti alla realtà della scuola. Nel 2011 si lessero domande di puro nozionismo che (quando erano corrette) con la professione direttiva non avevano nulla a che fare;

– una chiara ed efficace relazione tra centro e periferia, specie tra commissione unica nazionale e sottocommissioni regionali che di fatto opereranno la verifica e la selezione;

– il ripensamento sull’improvviso ed inutile inserimento di un’altra prova scritta al termine del corso di formazione;

– la revisione dell’attuale tabella di valutazione dei titoli, ora molto sbilanciata sulle solite carte, per dare assolutamente spazio all’esperienza acquista nel dirigere scuole (collaboratori del preside, specie per quelli che si sono trovati a farlo con un dirigente scolastico reggente; esperienza di funzioni strumentali);

– bisognerà risolvere la direzione delle scuole sottodimesionate (sono per ora 334 con meno di 700 alunni) alle quali le norme attuali non riconoscono la titolarità di un preside. Non possono queste di nuovo essere affidate a reggenze annuali, anche perché si tratta spesso di situazioni marginali, di periferia che appunto esigono maggiore attenzione.

Non servono le ricerche europee per comprendere come la direzione educativa ed organizzativa delle scuole sia una risorsa cruciale per le scuola e per la nazione: anche nell’attuale contesto normativo distorto e confuso, ritrovare cura, serietà, efficienza, regolarità nella selezione è segno di intelligenza e responsabilità, quelle che la politica e la burocrazia chiedono sempre ad altri.

ultima modifica: 2017-09-24T18:17:20+00:00 da Roberto Pellegatta