Il prezzo della dipendenza dal gas russo

Il prezzo della dipendenza dal gas russo
Pubblichiamo l'analisi di Massimo Nicolazzi, analista senior presso l’European Council on Foreign Relations, pubblicata sul numero di ottobre della rivista Formiche

La dipendenza europea dal gas russo e l’esigenza di diversificazione a fini di sicurezza sono diventati per noi un mantra. Però, più esorcizziamo la dipendenza dalla Russia e più gas ne importiamo. È il paradosso del chi dipende da chi. Il budget federale russo è largamente tributario dell’esportazione di idrocarburi. Il valore delle esportazioni è stato nel 2016 di 73,6 miliardi di dollari, di cui 31,28 esportazione di gas. Circa il 75% dell’esportato è finito in Europa (al lordo della Turchia). Il gas non è liquido e il gasdotto unisce indissolubilmente un giacimento a un mercato. L’Europa è oggi quasi l’unico cliente della Russia. Dipendiamo (in parte) da Mosca per il nostro approvvigionamento energetico e Mosca dipende (in parte) da noi per il suo Welfare. Parrebbe una condizione, più che di dipendenza, di equilibrio. Dipendo da qualcosa o da qualcuno se non lo posso sostituire. Posso sostituire un fornitore solo se ho capacità di trasporto per la fornitura alternativa. Il petrolio va per nave, e dunque non c’è nessun problema a farlo arrivare da altre origini. Per il gas, via tubo o Gnl (Gas naturale liquefatto), l’infrastruttura è più complessa e ha tempi lunghi di realizzazione. Sei dipendente dal fornitore “X” se non disponi di un’infrastruttura ridondante, in cui la capacità di carico residua consenta il trasporto da altri fornitori di volumi equivalenti a quelli forniti da “X”.

Non è però il nostro caso. Il gas russo vale il 46% delle nostre importazioni; ma le infrastrutture su cui transita rappresentano meno del 30% della nostra capacità di importazione. Abbiamo potenzialmente un problema solo se i fornitori alternativi hanno criticità di produzione (e dalla Libia alla Norvegia varrebbe la pena di approfondire). Poi a sfumare la dipendenza c’è un principio di mercato. Dieci anni fa, cioè, i prezzi erano negoziati bilateralmente e indicizzati al prezzo del petrolio. Adesso la formazione del prezzo in Europa è prevalentemente pubblica e trasparente (avviene su mercati centralizzati simili alle borse valori), con rinvio a un prezzo (hub) di riferimento. E l’indicizzazione di lungo periodo nei contratti europei si è preponderantemente convertita da gas to oil a gas to gas. Alla scadenza dei contratti in essere è plausibile che i rinnovi avvengano per volumi minori, ampliando lo spazio delle vendite spot. E certamente sarà, come già è, lo spot a fare marginalmente il prezzo.

Il mondo (del gas) è cambiato; e la guerra del gas altro non è, in divenire, che ordinaria concorrenza tra produttori. Più mercato significa anche più Gnl, che tuttavia non è destinato per volumi a sostituire a breve i fornitori tradizionali via tubo. Può però, soprattutto quello americano, farsi price maker. La produzione americana viaggia per nave, ha flessibilità di destinazione, ha avuto sino ad oggi acquirenti finali solo su basi spot. Va dove la porta il prezzo, e solo se gli conviene viene in Europa. Uno dei rischi teorici della “dipendenza” è che il fornitore privo di alternative possa fare monopolisticamente il prezzo. La realtà è che se Gazprom lo facesse perderebbe quote di mercato in favore del Gnl. Il mercato è già abbastanza liquido da obbligare l’oligopolista a operare in regime di concorrenza. E così è stato.

Un’infrastruttura di trasporto, per stagionalità e altro, non è mai utilizzabile al 100% della capacità. Però che linee dalla Russia siano utilizzate oltre il 50% e i rigassificatori europei (al lordo della Turchia) sotto il 20% qualcosa significa. Se abbiamo una capacità di rigassificazione non utilizzata superiore in volume assoluto ai volumi che annualmente importiamo dalla Russia è un po’ per mancata integrazione della rete europea (che dovrebbe essere priorità rispetto alla diversificazione); ma è soprattutto segnale di prezzo. Il russo costava di meno. La Russia è l’unico nostro fornitore via tubo con significativa spare capacity produttiva. Gli altri hanno tutti qualche problema, in prospettiva, a mantenere i livelli attuali; e la produzione domestica europea cala visibilmente.

Guardando alla capacità produttiva e di esportazione anziché alla politica, i volumi che potrebbero venire meno e rispetto ai quali si pone un’esigenza di diversificazione non sono quelli russi, ma tendenzialmente tutti gli altri. Il problema di una diversificazione è infine che in una combinazione di mercato stagnante, offerta sovrabbondante e prezzi depressi, non possiamo confidare nel mercato. Nessuno, o quasi, è disposto a investire a proprio rischio in un sistema infrastrutturale già ridondante. Il rigassificatore si può fare solo se il ritorno sul capitale investito (Rab) è garantito vuoto per pieno sulle bollette del gas. Il tubo (Transmed?) si può fare solo se si fa credito molto agevolato, poiché a questi prezzi l’investimento non è (pienamente) recuperabile con la vendita del gas. La dipendenza è a prezzi di mercato e l’indipendenza è a costo di sussidio. Poi può cambiare; e tocca al pubblico realizzare infrastrutture fondamentali per supplire all’incapacità del mercato di pensare lungo. Purché però il pubblico giustifichi l’aiuto/sussidio con una rigorosa analisi costi/benefici, eviti il ricorso emotivo alla dipendenza e non usi il termine “strategico” a contrassegnare tutto ciò per cui non trova giustificazione economica.

ultima modifica: 2017-10-08T08:00:53+00:00 da Redazione

 

 

 

 

 

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