Tutti i rischi del Rosatellum bis al Senato per Pietro Grasso

Tutti i rischi del Rosatellum bis al Senato per Pietro Grasso
I Graffi di Damato

Anche se i fari sono puntati altrove, sui soliti Matteo Renzi, Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Giuliano Pisapia, Paolo Gentiloni e ora anche Sergio Mattarella per avere sostanzialmente coperto il governo nel ricorso al voto di fiducia per l’approvazione dell’ennesima riforma elettorale, grandi sono il daffare e l’imbarazzo del presidente del Senato Pietro Grasso.

Il daffare del presidente Grasso è grande perché grande è il traffico legislativo nel Senato, dove fra aula e commissioni si smaltiscono provvedimenti prima che sopraggiunga la cosiddetta sessione del bilancio, dominata dalla legge cosiddetta di stabilità finanziaria. Tra le cui pieghe però, o subito prima o subito dopo, in tempo comunque per precedere la fine ordinaria della legislatura, Grasso vorrebbe salvare la controversa legge già approvata dalla Camera sull’accesso dei figli degli immigrati alla cittadinanza e nota come Ius soli. Per la quale si stanno spendendo in tanti con digiuni, interviste, convegni, appelli, accomunati dalla convinzione che essa sia il discrimine fra la civiltà e l’inciviltà, la generosità e l’egoismo, l’apertura e la chiusura, l’integrazione e la disintegrazione, e via dicendo.

L’imbarazzo del presidente Grasso nasce dall’imminente arrivo dalla Camera al Senato – salvo sorprese nella votazione finale, obbligatoriamente segreta, a Montecitorio – della riforma elettorale sulla quale il governo, come si è ricordato, ha posto tre volte la cosiddetta questione di fiducia, a voto quindi palese, fra rumorosissime proteste politiche e mediatiche che non hanno lasciato insensibile il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Grasso sa, dopo la copertura fornita da Mattarella al governo nel passaggio alla Camera, di non avere margini di manovra nella gestione della fiducia anche al Senato sul cosiddetto Rosatellum, che qualcuno sui giornali ha già chiamato Quirinallenum per la fretta che ha il presidente della Repubblica di vederla comunque approvata per evitare di mandare l’anno prossimo gli italiani alle urne con le due leggi diverse, per Camera e Senato, uscite dalla sartoria della Corte Costituzionale sforbiciando quelle uscite a suo tempo dalle aule parlamentari. Ma Grasso sa anche che l’obbligata gestione del voto di fiducia anche al Senato potrebbe compromettere l’ambizione a torto o a ragione attribuitagli a diventare il leader di quello che sta profilandosi come il quarto polo dello schieramento elettorale del 2018, costituito dalla sinistra antirenziana più oltranzista, che ha appena scaricato Pisapia, o n’è stata scaricata, come preferite. E che vede la riforma elettorale in arrivo come il fumo negli occhi, al pari dei grillini e dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Con tutta la comprensione umana e persino politica per gli affaticamenti e i tormenti del presidente del Senato, generosamente spesosi sul fronte antirenziano proclamandosi “ragazzo di sinistra” in un recente raduno degli scissionisti del Pd, si deve segnalargli una recente intervista del senatore a vita Renzo Piano per proporgli quanto meno di scrivergli un biglietto di protesta o richiamo al regolamento di Palazzo Madama. Che l’illustre architetto deve ignorare se, per spiegare forse le sue abitudini parlamentari, ha detto a Francesco Merlo, in una lunga intervista a Repubblica a favore dello Ius soli, rilasciata standosene comodo nella sua residenza parigina: “Non sono un eletto, che ha il dovere di andare in aula per votare le leggi”.

Purtroppo, per Renzo Piano, l’articolo 1 del regolamento del Senato non fa differenza fra eletti e nominati, tenendo anzi ad accomunarli esplicitamente nelle loro prerogative e funzioni parlamentari. Gli uni e gli altri – dice quell’articol o- “hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle commissioni”. E’ un dovere al quale il senatore Piano ha deciso di potersi sottrarre – in compagnia di altri, a cominciare dall’avvocato e senatore eletto Niccolò Ghedini, che ha voluto aggiudicarsi il primato delle assenze forse per solidarizzare con l’amico e cliente Silvio Berlusconi, estromesso dal Senato nel 2013 per le sue controverse vicende giudiziarie – ma non per questo il pur illustrissimo architetto può dire di esserne esente come senatore a vita.

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ultima modifica: 2017-10-11T13:11:07+00:00 da Francesco Damato

 

 

 

 

 

 

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