La Rivoluzione d’Ottobre, l’utopia collettivistica e Antonio Gramsci

La Rivoluzione d’Ottobre, l’utopia collettivistica e Antonio Gramsci
L'analisi del sociologo Luciano Pellicani per Luiss Open

La Rivoluzione d’Ottobre irruppe sulla scena come una dichiarazione di guerra lanciata contro la civiltà liberale e tutte le sue istituzioni, dalla proprietà privata alla democrazia parlamentare. Mentre l’Europa sembrava impegnata ad autodistruggersi in un raccapricciante bagno di sangue, una élite di rivoluzionari di professione addestrati alla severa scuola leninista proclamò di aver trovato il metodo per far passare dalla potenza all’atto l’evento – il rovesciamento del capitalismo – profetato dai classici del “socialismo scientifico”. L’utopia collettivistica si era fatta Stato. Iniziava una nuova epoca: “L’epoca dell’offensiva mondiale, l’epoca del trionfo della rivoluzione socialista mondiale” (Lenin), che si sarebbe conclusa con la “liberazione di tutto il mondo proletario e di tutti i popoli e i Paesi oppressi” (Bucharin).

L’annuncio era esaltante. Per generazioni e generazioni, i socialisti erano stati educati all’idea che la “dissoluzione della società capitalistica era ormai questione di tempo” e che la “creazione di una nuova forma di società”, centrata sul piano unico di produzione e di distribuzione, “non era più solo qualcosa di desiderabile, ma era diventata inevitabile”. Ed erano stati altresì educati a raffigurarsi la transizione dal capitalismo al socialismo come una “guerra civile prolungata” che si sarebbe immancabilmente conclusa con il trionfo del proletariato rivoluzionario. Tuttavia, colui che veniva considerato il massimo campione dell’ortodossia marxista – Karl Kautsky – aveva categoricamente escluso ogni forma di volontarismo, sviluppando il seguente ragionamento: “Noi sappiamo che il nostro fine può essere raggiunto soltanto per mezzo di una rivoluzione, ma sappiamo che è altrettanto poco in nostro potere fare questa rivoluzione, quanto è in potere dei nostri avversari di impedirla. Perciò noi non pensiamo affatto a provocare o a preparare una rivoluzione. E poiché noi non possiamo fare la rivoluzione a nostro arbitrio, non possiamo dire alcunché a proposito di quando, in quali circostanze e in quali forme la rivoluzione avrà luogo. Noi sappiamo che la lotta di casse fra borghesia e proletariato non terminerà fino a quando quest’ultimo non arriverà al pieno possesso del potere politico, di cui esso si servirà per costruire la società socialista. Sappiamo che questa lotta di classe dovrà diventare sempre più ampia e intensa, che il proletariato cresce sempre di più in numero e forza morale ed economica, che perciò la sua vittoria e la sconfitta del capitalismo sono inevitabili, ma possiamo fare soltanto delle ipotesi vaghe sul quando e sul come saranno combattute le ultime decisive battaglie di questa guerra sociale”.

La conclusione che Kautsky aveva estratto dalla sua interpretazione della teoria marxiana della rivoluzione proletaria – una conclusione largamente condivisa nel seno della Seconda Internazionale, a dispetto dell’attacco all’ortodossia lanciato da Eduard Bernstein – era che la Spd era “un partito rivoluzionario, non già un partito che faceva le rivoluzioni”. Alla rovescia, per Lenin, il partito rivoluzionario, anziché attendere che anime e cose fossero mature per l’abbattimento dello Stato borghese, doveva lottare accanitamente contro le spontanee tendenze del capitalismo per invertire il corso della storia.

La sconvolgente novità costituita dalla concezione leninista della costruzione del socialismo fu prontamente colta da Antonio Gramsci con la sua celebre definizione della Rivoluzione d’Ottobre: essa era la “rivoluzione contro il Capitale”, cioè a dire la confutazione pratica del determinismo marxiano. Nessuna necessità storica garantiva il crollo del capitalismo; esso poteva e doveva essere conseguito creando la “leva di Archimede” – il partito dei rivoluzionari di professione – con la quale rovesciare l’ordine esistente. Questa era la grande lezione che conteneva la conquista del Palazzo d’Inverno da parte dei bolscevichi. Occorreva, pertanto, “fare come in Russia”.

(Estratto di un’analisi in due puntate pubblicate su Luiss Open)

ultima modifica: 2017-11-07T12:46:24+00:00 da Redazione

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