Turchia all’attacco. Cosa cambia in Siria

Turchia all’attacco. Cosa cambia in Siria
I bombardamenti ordinati da Erdogan e le conseguenze per Russia e Stati Uniti. L'analisi di Marco Orioles

Si complica la partita siriana, a tutto svantaggio della Russia che sta cercando di chiudere i giochi. La Turchia ha cominciato nelle scorse ore a bombardare il cantone siriano nord-occidentale di Afrin, dove sono posizionate le forze curde dell’YPG, e sta ammassando truppe al confine con l’intenzione tutt’altro che velata di compiere un’invasione.

Il ministro della Difesa di Ankara Nurettin Canikli ha annunciato alla televisione turca che le operazioni “sono di fatto cominciate” e che “tutte le reti e gli elementi terroristici nel Nord della Siria saranno eliminati”. “L’operazione nell’Afrin centrale”, ha aggiunto, “potrebbe durare per un po’, ma l’organizzazione terroristica sarà velocemente distrutta”.

Confermando che i bombardamenti sono in corso, il portavoce dell’YPG ad Afrin, Rojhat Roj, ha detto che al momento “non ci sono vittime” e che “tutti i danni per ora sono materiali”. Rizan Habou, rappresentante del Consiglio Democratico Siriano di Afrin, ha dichiarato alla BBC che i “civili, incluse le donne e i bambini, sono stati costretti a lasciare le loro case e a cercare di mettersi al riparo negli spazi aperti circostanti”.

Da tempo il presidente turco Recepp Tayyip Erdogan scalpita per la presenza, ai confini con il suo paese, di forze che il suo governo accusa essere vicine al Partito curdo dei Lavoratori (Pkk), che la Turchia considera un’organizzazione terroristica. Ma l’YPG è anche il principale alleato di Washington, di cui ha rappresentato gli “scarponi sul terreno” con i quali è stato combattuto e sconfitto lo Stato islamico nelle sue roccaforti siriane. La vicinanza tra YPG e americani ha mandato su tutte le furie il rais, che proprio per questo l’anno scorso ha operato un radicale capovolgimento di fronte passando dalla parte di Russia e Iran, principali sostenitori del presidente siriano Bashar al-Assad. Russia, Iran e Turchia hanno siglato l’anno scorso il patto di Astana, con il proposito di porre fine alla guerra civile e di gestire la tregua nei territori dove si fronteggiavano ancora i governativi e i ribelli.

Ma la Russia ha da tempo segnalato l’intenzione di compiere un ulteriore cambio di passo in Siria, dando il via ad una fase negoziale finalizzata a raggiungere un’intesa tra il regime e tutti i gruppi di opposizione. Nell’ambito di questo sforzo, i russi hanno anche effettuato delle manovre di avvicinamento nei confronti dei curdi dell’YPG. L’obiettivo di Mosca è di coinvolgerli nel negoziato, facendoli partecipare al congresso del popolo siriano che sarà convocato nei prossimi giorni a Sochi con il proposito di trattare con gli emissari di Assad un piano di pace. Ma per la Turchia l’inclusione dell’YPG nel congresso rappresenta una “linea rossa” da non oltrepassare.

L’offensiva turca ad Afrin rischia dunque di compromettere gli sforzi russi, ma anche di innescare un conflitto tra Ankara e Damasco. Il vice ministro degli esteri siriano Daisal Mekad ieri ha infatti ammonito la Turchia che eventuali operazioni belliche ad Afrin saranno considerate un atto di “aggressione” contro la Siria.

La posizione turca aggrava inoltre i già tesi rapporti tra Turchia e Stati Uniti. La situazione non a caso è precipitata pochi giorni dopo l’annuncio americano di voler sostenere la formazione di una forza di confine – 30 mila uomini, gran parte dei quali composti dai curdi dell’YPG – che operi al confine tra Turchia e Siria. Un annuncio che ha mandato su tutte le furie Ankara, che aveva minacciato di intervenire militarmente contro tale “esercito terrorista”.

ultima modifica: 2018-01-20T09:45:04+00:00 da Marco Orioles

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