Tra Merkel e Macron: dove sta l’Italia?

Tra Merkel e Macron: dove sta l’Italia?
Antonio Villafranca, coordinatore della ricerca e co-head dell’Osservatorio Europa e governance globale dell'Ispi, analizza il ruolo italiano in questo nuovo processo di riforma europeo, all'indomani dell'incontro tra Germania e Francia

Rilanciare l’Unione europea. Macron ne aveva fatto un cavallo di battaglia della sua campagna presidenziale. Ha dovuto però attendere quasi un anno per provare a dar seguito alle sue promesse elettorali. A pesare è stato l’inatteso stallo di circa sei mesi dalle elezioni in Germania, con una Merkel che solo da qualche giorno è riuscita a chiudere l’accordo per l’avvio della sua terza grande coalizione con i socialdemocratici.

Dato che nel 2019 ci saranno le elezioni europee e bisognerà chiudere la questione Brexit, si apre nei prossimi mesi una finestra di opportunità per l’avvio delle riforme. Nel loro incontro di ieri Macron e Merkel si sono detti preoccupati per i risultati delle elezioni italiane. Vista l’incertezza politica dell’Italia post-voto, Parigi e Berlino sentono il bisogno di andare avanti da soli nello scrivere entro giugno una “roadmap” per rifondare l’Eurozona. A dire il vero, l’avrebbero scritta principalmente loro due anche se le elezioni italiane fossero andate diversamente, ma speravano comunque nel contributo dell’Italia. Una Italia che adesso per loro diventa invece un potenziale ostacolo. A parole il loro piano di riforme è ambizioso e parte anzitutto dal rafforzamento dell’Eurozona.

Alcune proposte ci sono già. Macron ha da tempo indicato che bisognerebbe creare una sorta di ministro delle Finanze dell’Eurozona che avrebbe a disposizione un suo bilancio per rilanciare gli investimenti e operare anche con finalità redistributive e di solidarietà tra i paesi. A parole un buon disegno. Ma per produrre effetti concreti questo bilancio dovrebbe essere consistente. Sembra invece che entrerà a far parte – come linea di bilancio separata – all’interno del bilancio dell’Ue, che è complessivamente pari a circa l’1% del Pil.

Se le cifre rimarranno queste, è difficile pensare a un cambiamento rivoluzionario. Ma anche dalle parti di Berlino affiorano le prime idee e l’alleanza con i socialdemocratici spinge verso aperture insperate. Non si nega ad esempio la possibilità di completare l’unione bancaria, fino ad arrivare col tempo anche alla garanzia comune dei depositi bancari. Un vero e proprio tabú per i tedeschi che temono di doverci rimettere i loro soldi nel caso in cui le banche italiane e greche fossero nei guai. Nella prospettiva dell’uscita di Londra dall’Ue, non escludono nemmeno di contribuire maggiormente al bilancio dell’Ue. Ma ovviamente di fronte a queste aperture e parziale disponibilità per una maggiore condivisione dei rischi, chiedono che anche gli altri paesi facciano la loro parte e riducano i rischi stessi. Chiedono ad esempio che si mettano limiti ben precisi all’acquisto di titoli di stato da parte delle banche per evitare in futuro che crisi bancarie e crisi del debito siano strettamente interconnesse. Consapevoli inoltre del fatto che le istituzioni comunitarie non sono state mai in grado di sanzionare i paesi che non rispettano i patti, auspicano che siano i mercati a obbligare a una maggiore disciplina con inevitabili impennate sugli interessi sul debito pubblico. Se poi un paese rischiasse di collassare, si prevederebbe un ‘default’ ordinato mediante un rafforzato fondo salva-Stati (Esm) che imporrebbe inevitabilmente le proprie condizioni al paese.

A voler tirare le fila da queste proposte, certamente l’Italia non si dovrebbe dispiacere del tentativo di rendere piú salda l’Eurozona, così come non puó che prendere favorevolmente atto delle aperture dei tedeschi. Alcune proposte rischiano però di essere destabilizzanti per il nostro Paese. Qualunque sia il nostro prossimo governo, questo commetterebbe un errore sia nel caso in cui non si facesse coinvolgere nel processo di riforma, sia se si limitasse ad assecondare solo le proposte che ci convengono. L’Italia dovrebbe invece contribuire con proprie contro-proposte proprio sulle misure per noi potenzialmente piú rischiose, ad esempio insistendo su tempistiche e compensazioni adeguate sulle questioni che coinvolgono il nostro sistema bancario.

Per essere parte attiva in questo processo di riforma bisognerebbe chiudere il prima possibile la fase di instabilità politica post-voto. Ma non basta. Bisognerebbe riconoscere che per contare in Europa e far valere le nostre ragioni, è necessario essere credibili. Per esserlo non ci si può piú permettere il lusso della campagna elettorale in cui gli oltre 2mila miliardi del nostro debito pubblico sono stati esclusi dal dibattito politico. Possiamo far finta di “cancellarli” durante la campagna elettorale, ma non possiamo piú farlo adesso. A meno di non voler risultare poco credibili e quindi di non influire sul futuro percorso di una Ue che tutti i partiti italiani dicono di voler cambiare.

 

ultima modifica: 2018-03-17T10:50:26+00:00 da Antonio Villafranca

 

 

 

 

 

 

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