L’energia e il Mediterraneo. Tutte le prospettive del Levante

L’energia e il Mediterraneo. Tutte le prospettive del Levante
È tempo che le istituzioni politiche affrontino le diverse dispute (confini e non solo) che ne rallentano lo sviluppo. L'analisi di Lapo Pistelli, direttore Affari Internazionali Eni

Le scoperte di gas nei campi off-shore di Tamar (2009) e Leviathan (2010) in Israele, di Aphrodite (2011) a Cipro e infine del giant di Zohr (2015) e Nooros in Egitto hanno acceso i riflettori internazionali della politica e dell’energia sul bacino levantino. I 4mila Bcm complessivi scoperti  finora e le stime su un potenziale più che doppio ancora da identificare non rappresentano un game changer per il mercato mondiale (1,5% delle riserve globali), ma lo sono senz’altro per il Mediterraneo orientale e aprono nuove prospettive per i mercati confinanti turco ed europeo. L’avvio in tempi record di Zohr (28 mesi dopo la scoperta), la recente scoperta Eni di Calypso a Cipro e la successiva crisi fra Cipro e Turchia – che ha costretto Saipem 12000 a rinviare le proprie attività esplorative – hanno sollevato una grande attenzione nei media, ma anche qualche valutazione un po’ azzardata sulle quali è opportuno ritornare.

L’oil and gas è una industria dei tempi lunghi. Il ciclo che porta dallo studio geologico all’esplorazione, alla messa in produzione delle risorse – per quanto veloce possa essere un operatore – sfiora in media il decennio, e poi lega compagnia e Paese per un tempo successivo di almeno una generazione. Dei primi quattro giacimenti nominati all’inizio di questo articolo, solo due sono in produzione, di uno è stato approvato il Piano di sviluppo, dell’ultimo nemme-no quello nonostante siano passati sette anni dalla scoperta. L’incrocio delle stime tecnico-economiche su un giacimento, delle disponibilità finanziarie per metterlo in sviluppo, della stipula degli accordi per valorizzarne le risorse sono un complesso gioco di domino, senza il quale una scoperta, pur significativa, può essere destinata a rimanere uno stranded asset, un meraviglioso tesoro sepolto in fondo al mare. È giusto dunque che le valutazioni geopolitiche legate alla cronaca degli accadimenti facciano i conti col respiro lungo dei tempi dell’industria e non saltino troppo rapidamente alle conclusioni. Una delle novità delle scoperte egiziane e cipriote consiste anche nell’avere rilanciato la presenza delle grandi majors internazionali in questo bacino: Eni, Total e Novatek in Libano; Eni, Total, ExxonMobil e Kogas a Cipro; Eni, BP, Rosneft e Shell in Egitto. Le Ioc sono decisive poiché dispongono di capacità tecniche e finanziarie, fondamentali per dare continuità alle esplorazioni e affidabilità ai tempi di sviluppo.

La soglia di ingresso nel mercato dell’esplorazione e produzione off-shore è piuttosto elevata e la presenza di grandi player e la capacità delle autorità di saperli attrarre sono condizioni indispensabili per dare una prospettiva reale al levante. Quantità e distribuzione delle scoperte sono variabili fondamentali del puzzle le- vantino. I volumi di gas identificati  finora sono in grado di soddisfare sia la grande domanda interna del gigante egiziano sia il mercato domestico di tutti gli altri Paesi dell’area (Israele, Libano, Cipro, Giordania, Autorità Palestinese), con un netto miglioramento economico e ambientale rispetto alle fonti più care e inquinanti oggi utilizzate. Ci sarebbero senz’altro anche volumi aggiuntivi disponibili fra il 2020 e il 2030 per l’esportazione in mercati terzi (tecnicamente raggiungibili via tubo o via liquefazione nelle facilities egiziane di Idku e Damietta). Detto ciò, l’unico Paese che dispone oggi di competenze tecniche e infrastrutture mature per muoversi in questo contesto è l’Egitto, e questo resterà a lungo il baricentro fondamentale del levante.

Ogni altra ipotesi in discussione su nuovi impianti e tracciati di pipes (tutti auspicabili, specie se coinvolgono il maggior numero di Paesi della regione) può reggersi solo in presenza di volumi aggiuntivi significativi, scoperti e sviluppati. Inoltre, se da un lato dobbiamo sottolineare l’importanza strategica di valorizzare l’apertura di un possibile nuovo corridoio europeo sud-orientale e/o di un canale meridionale alternativo per la fornitura del ricco mercato turco, dall’altro va detto che, al momento, né le risorse disponibili né quelle potenziali sono tali da sostituire o spiazzare significativamente i fornitori attuali, come qualcuno scrive: ogni Risiko geoenergetico non può prescindere dai volumi reali di risorse in posto. Le risorse naturali possono essere fattore di integrazione o causa di conflitto. Il miracolo politico europeo è stato quello di trasformare carbone e acciaio – motori fondamentali dell’economia industriale del 900 – da causa strutturale profonda dei due conflitti mondiali in nucleo fondativo del mercato comune. Più volte ho usato e suggerito l’analogia fra carbone e acciaio europeo e gas levantino. È opportuno però dire che nel caso europeo avevamo di fronte risorse certe e mercati maturi, mentre nel Mediterraneo orientale le risorse sono ancora da scoprire e sviluppare, le capacità tecniche e infrastrutturali dell’industria devono essere largamente formate e i mercati sono ancora da integrare. Insomma, un eccesso di precoce drammatizzazione politica da parte dei protagonisti dell’area su una “bonanza” ancora ipotetica può paralizzare una bella storia prima ancora che essa si compia, facendo perdere a tutti una grande opportunità.

Eni è decisamente uno dei protagonisti della regione e vi sta investendo ingenti risorse. Tuttavia, la strada che porta il levante a trasformarsi da una provincia gasiera in un hub integrato è ancora lunga. Nell’industria stanno infittendosi le partnership e le collaborazioni tecniche fra aziende per creare un campo di gioco profittevole e moderno. È tempo adesso che le istituzioni politiche affrontino le diverse dispute (confini e non solo) che rallentano lo sviluppo e dunque ritardano il benessere di quelle popolazioni. L’energia potrebbe davvero essere il capitolo iniziale di una storia condivisa. E la politica dovrebbe osare soluzioni innovative. Ad esempio, dare vita a una organizzazione regionale che metta assieme Paesi produttori e acquirenti di energia da un lato, e dall’altro operatori e aziende che rischiano i propri capitali, per facilitare l’acquisto e lo scambio del gas, cancellare le bandiere dalle molecole di idrocarburi, elaborare una politica coordinata delle infrastrutture e della esportazione potrebbe far superare molti conflitti. Un cuore gettato oltre molti ostacoli, ammetto, un esempio fra molti possibili, che però allineerebbe la politica ai tempi di un mercato che altrimenti, prima o poi, potrebbe decidere di cominciare a guardare altrove.

ultima modifica: 2018-04-15T09:50:30+00:00 da Redazione

 

 

 

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