Dall’economia alla scuola, ecco cosa attendersi dal nuovo governo

Dall’economia alla scuola, ecco cosa attendersi dal nuovo governo
Il menù per Lega e Cinque Stelle è ricco. Iva, imprese e difesa delle aziende strategiche. Appunti per un esecutivo lungimirante. L'intervento di Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School

“Sarebbe la prima volta nella storia che non viene dato seguito al voto popolare”. Con queste parole dure, nette, pronunciate con la pacatezza e la sobrietà dell’uomo di esperienza, il Presidente della Repubblica ha racchiuso tutto il rammarico per una legislatura che stenta a trovare il suo compimento. Ed è proprio da questo rammarico che M5S e Lega hanno cominciato a costruire i cardini essenziali di un accordo in precedenza inimmaginabile. Forse, quando questo articolo sarà pubblicato, si sarà definitivamente trovata una soluzione di compromesso o forse gli scenari politici saranno già cambiati ma restano immutate le sfide che il prossimo esecutivo dovrà affrontare: la finanza pubblica, il lavoro, la scuola e, in termini internazionali, il futuro dell’Unione Europea, la guerra in Siria, le nuove tensioni con l’Iran e i flussi migratori.

Sono temi caldi, attuali, pesanti e scomodi, legati l’uno all’altro da un filo rosso che si interseca inevitabilmente con la solidità e la responsabilità che il prossimo esecutivo saprà dimostrare e per cui il Presidente Mattarella ha più volte tenuto a precisare la necessità di avere un’intesa politica che possa affrontare, con l’investitura che il ruolo richiede, questi enormi passi.

Prima di tutto la finanza pubblica. Bisognerà fare attenzione alla prossima legge di bilancio, che dovrà evitare l’aumento automatico dell’Iva a partire da gennaio 2019, un aumento che sarebbe la spada di Damocle per il commercio e capire se un possibile governo tra M5S e Lega, deciderà di andare avanti con la flat tax, cara agli alleati di destra ma fortemente osteggiata dal Movimento. Si tratterà in ogni caso di ridefinire il sistema di tassazione, nei confronti dei cittadini e delle imprese poiché gli sgravi del governo Renzi sono stati utili ma i beneficiari troppo pochi e le misure una tantum.

Inoltre, occorre che il nuovo governo riavvii il processo di finanziamento alle imprese. Le banche, infatti, nonostante l’iniezione di liquidità da parte della Bce, ancora faticano a fornire un consistente flusso di credito alle imprese, sia per la necessità di sostenere i loro patrimoni messi in crisi da crediti spazzatura e asset tossici, sia poiché assoggettate a vincoli e regolamentazioni nazionali ed Europee che irrigidiscono fortemente il processo del credito. La precedente legislatura ha dato vita allo strumento dei Piani Individuali di Risparmio (Pir) con l’intenzione di far convogliare risparmio individuale verso le imprese e i loro progetti di investimento e crescita. Tuttavia, i dati recenti dimostrano che questi fondi raccolti al momento vengono prevalentemente utilizzati su attività finanziarie già presenti nei mercati e caratterizzate da un consistente flusso di transazioni. Occorre invece costruire incentivi e politiche per far decollare lo strumento dei Pir verso le finalità per il quale è stato costruito, ovvero il finanziamento delle imprese.

Un’imprenditoria stanca, soffocata dalla burocrazia, in avanzo verso lo Stato – ricordiamoci che ad ottobre del 2017 erano 20mila le imprese fallite in attesa di essere pagate – che non riesce a volare come invece potrebbe fare. L’Italia è attualmente il secondo paese manifatturiero dell’Europa. Pensare cosa potrebbe essere senza il peso della burocrazia e di quell’enorme debito pubblico, arrivato ormai al 133% del Pil. Non è una questione di vincoli europei, non si può pensare di agitare la carta di una Bruxelles matrigna e fredda, che non comprende le esigenze dei suoi stati membri. Sono le regole di un’Unione che ci garantisce la libera circolazione di merci e persone, capitali e servizi, il mercato unico, che favorisce gli scambi tra Paesi e ci da stabilità, che ci consente di essere aiutati dalla Banca Centrale e di essere un’enclave di pace in un mondo di guerre e tensioni.

Il ruolo di protagonista dello Stato dovrebbe essere in primis quello di semplificare il quadro normativo, di ridurre la discrezionalità della Pubblica Amministrazione perché genera incertezza del diritto, e di supportare le imprese strutturando un sistema finanziario che ne possa garantire la crescita. Insomma, dovremmo auspicare di rendere il nostro Paese maggiormente attrattivo e di proteggere in modo adeguato gli investimenti effettuati, giocando in modo strategico le diverse partite industriali: penso al caso dell’Ilva di Taranto, ad Alitalia, a Tim.

Da non mettere poi in secondo piano, sempre nell’ottica del governo, il lavoro e la Scuola, strettamente collegati ai primi due temi e interconnessi tra loro. Il lavoro deve essere una priorità non solo perché esso è il motore per riavviare la crescita, per aumentare la domanda interna e scuotere l’inflazione stagnante, ma per ridare dignità a tutti gli uomini e le donne che non possono mantenere le proprie famiglie, ai giovani che non vedono il proprio futuro e ad una nazione che non può pensare di vivere sulle pensioni dei nonni. Vanno inoltre riviste le relazioni industriali, cercando di svecchiare il ruolo dei sindacati e di modernizzare le trattative che non andrebbero più fatte per categoria ma per singoli casi, con la flessibilità e le specificità che il mercato moderno richiede.

Le organizzazioni si trovano oggi a dover operare in un mondo sempre più complesso, competitivo, sfidante e digitale. Business e tecnologie si intrecciano, si fondono, e la loro combinazione dà vita ad un sistema di creazione del valore che va a beneficio di persone, processi, organizzazioni. Al fine di fronteggiare le complesse trasformazioni, il ruolo dello Stato si rivela cruciale sotto molteplici aspetti: ricerca e sviluppo, innovazione, e istruzione; infrastrutture, e reti di comunicazione. L’allocazione delle risorse deve avvenire in maniera efficiente tramite investimenti su capitale umano, conoscenza e competenze; attraverso interventi su scuole primarie, secondarie ed Università.

L’Italia ha bisogno di supportare il processo di crescita e di sviluppo di imprese e individui tramite l’applicazione del paradigma Impresa 4.0 al tessuto imprenditoriale italiano. A fronte della diffusione di network e cross-functional team, che rappresentano l’emblema di un’organizzazione che è sempre più flessibile e non gerarchica, è richiesta la riorganizzazione delle attività lungo tutta la catena del valore. E poi, se teniamo a mente che la nuova generazione dei millennial è abituata a lavorare everywhere-anytime, e che la tecnologia sarà sempre più a supporto delle attività con circa 50 miliardi di device connessi installati nei luoghi di lavoro entro il 2020, allora saremo davvero in grado di sviluppare, implementare e sfruttare le immense opportunità messe a disposizione dalla tecnologia.

D’altronde, tecnologia e competitività vanno di pari passo e la spesa in ricerca e sviluppo gioca un ruolo rilevante nelle realtà di maggiori dimensioni e in quelle che operano nei settori più avanzati. Eppure, si registrano ancora delle difficoltà in termini di adattamento allo sviluppo dell’innovazione: il 32% della forza lavoro europea risulta avere competenze digitali scarse o totalmente assenti. Dall’altra parte, ci sono le aziende che dichiarano, nel 94% dei casi, un digital skills gap serio o moderato.  L’Ocse, nel frattempo, riconosce il lavoro che è stato fatto grazie all’implementazione del piano nazionale Impresa 4.0, ma raccomanda al tempo stesso una serie di misure capaci di incentivare piccole, medie e grandi realtà a diventare più innovative: focus su competenze tecniche – sempre più richieste dal mercato, ma anche sulla capacità di leadership, che necessita di essere ulteriormente rafforzata anche nei business familiari – solo il 44% degli executive, infatti, sostiene che la propria organizzazione sia adeguatamente preparata per la digital transformation.

Stando alle stime dell’Istat, passi in avanti devono essere fatti in Italia per quanto riguarda l’utilizzo del sito web, che registra una quota del 72% rispetto al 77% della media Ue. L’utilizzo del web e la velocità di connessione ad Internet sono, tra l’altro, temi strettamente connessi alle capacità di investimento in infrastrutture. Anche in questo caso, la differenza rispetto all’Europa si fa sentire: sono più del doppio, rispetto al nostro Paese, le imprese che in Francia e in Germania hanno accesso alla banda ultra-larga.

Gli investimenti in digitalizzazione, ad esempio, hanno consentito all’Estonia di aumentare il Pil di ben due punti percentuali annui: i contributi derivano dalla creazione di un mercato di telecomunicazioni sempre più competitivo e in grado di creare collegamenti fino alle aree rurali, ma anche dalla formazione delle skill digitali, utili per accedere ai servizi sociali, sanitari e fiscali. La definizione di un sistema di telecomunicazioni e, più in generale, di un’infrastruttura digitale, sia tecnologica sia immateriale, che risulti competitiva ed efficace per il sistema economico e imprenditoriale deve essere considerata una priorità fondamentale per nostro Paese.

In questo contesto devono essere necessariamente lette le scelte strategiche che l’esecutivo e le altre componenti istituzionali devono fare in materia di infrastrutture di telecomunicazioni e reti di nuova generazione. Scelte che richiamano alla mente anche la presenza di un attore strategico nel sistema istituzionale quale la Cassa Depositi e Prestiti, il cui ruolo può essere elevato a strumento di politica industriale e di sviluppo del sistema finanziario a sostegno delle imprese.

Non minore è l’importanza della formazione e dunque la centralità della Scuola e dell’Università. L’era digitale richiede una forte integrazione tra imprese e sistema dell’istruzione. Le Università del futuro assumeranno la forma di hub innovativi, in grado di sviluppare talenti grazie ad una formazione personalizzata e continua, e capaci di creare dei network di conoscenza a livello globale. I nuovi modelli di insegnamento richiedono quindi approcci innovativi, un adeguato utilizzo dell’enorme quantità di dati a disposizione, lo sviluppo di partnership con imprese e istituzioni. Se gli studenti, da una parte, saranno sempre più collaborativi e coinvolti in ambienti interattivi, dall’altra sarà utile avviare un profondo processo di trasformazione digitale della Scuola e dell’Università.

Dobbiamo pensare ad una Scuola connessa col mondo del lavoro, che parli una lingua moderna, che sia in grado di dialogare con l’Università e favorirvi l’accesso. Secondo Eurostat, nel 2016, il 26 per cento degli italiani tra i 30 e i 34 anni ha ottenuto un titolo di studio superiore. Solo la Romania fa peggio di noi. Dato deludente. Male anche per quanto riguarda gli abbandoni scolastici con il 14% circa dei 18-24enni che non ha raggiunto un diploma secondario. E i dati sull’università non sono affatto diversi, ma sono altrettanto deprimenti.

Siamo un Paese del G7, non possiamo permetterci questi dati. Come non possiamo permetterci di essere deboli ai negoziati di giugno sull’Unione Monetaria. Teniamo sempre ben presente che nel 2018 scadrà il mandato di Mario Draghi e, il suo successore, potrebbe non essere così generoso. Ci si può aspettare un rialzo dei tassi, minore liquidità e politiche più stringenti.

Un ulteriore dato sconcertante è quello che riguarda l’aumento della povertà assoluta, condizione che coinvolge 5 milioni di persone; inoltre, le famiglie senza lavoro, pari a un milione, sono addirittura raddoppiate negli ultimi 10 anni. La proposta del reddito di cittadinanza alimenta ancora rilevanti discussioni e per molti non sembra rappresentare la soluzione ideale per fronteggiare una crisi che coinvolge gli individui e la loro dignità. Piuttosto, sarebbe opportuno individuare delle strategie di tipo strutturale, in grado di promuovere e rafforzare la crescita di lungo termine, e quindi di incidere in maniera concreta sulla crescita di un’occupazione strutturale e stabile.

Non da ultimo i flussi migratori: non è pensabile attuare una semplice politica di respingimenti né la paventata chiusura delle frontiere che sarebbe solo uno svantaggio per persone e merci. Se non a fini elettorali, è ormai noto che i dazi non sono un beneficio, ma un elevato costo per il Paese che li sostiene. Ci vuole una politica strategica, elaborata con criterio, che bilanci il diritto dei richiedenti asilo e il benessere di quanti scappano da situazioni di guerra e povertà con la necessità di sicurezza del paese accogliente, che non può essere il capro espiatorio dei mali altrui.

Tanti dunque sono i temi che il prossimo governo dovrà affrontare, nella speranza che di fronte alle esigenze del Paese prevalga il senso di Responsabilità (volutamente con la R maiuscola) istituzionale che il Presidente Mattarella ha chiesto a più riprese e che la società civile auspica di vedere da forze politiche e organi parlamentari sin dalle prime ore del prossimo esecutivo. Al momento giusto, siamo sicuri, si potrà comunque sciogliere il Parlamento e andare alle elezioni.

ultima modifica: 2018-05-14T16:30:47+00:00 da Redazione

 

 

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