Il ministro Elisabetta Trenta alla prova dell’Alleanza Atlantica

Il ministro Elisabetta Trenta alla prova dell’Alleanza Atlantica
Tra oggi e domani, nel corso della ministeriale della Nato a Bruxelles, il neo ministro sarà chiamato a spiegare ad alleati e partner la posizione del governo giallo-verde su dossier scottanti, come l'annunciata apertura alla Russia e l'ipotesi di ritiro dall'Afghanistan

Battesimo di fuoco a Bruxelles per il nuovo ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Tra oggi e domani, nel corso della ministeriale della Nato, è chiamata a spiegare ad alleati e partner la posizione del governo giallo-verde su dossier scottanti, come l’annunciata apertura alla Russia e l’ipotesi di ritiro dall’Afghanistan. Le domande dei colleghi verteranno proprio su questi punti, anche perché le posizioni annunciate (più o meno chiaramente) dal nuovo esecutivo italiano sembrano andare in controtendenza rispetto all’Alleanza, che si appresta a rafforzare la presenza in Afghanistan (con il contributo di Stati Uniti e Regno Unito) mentre registra uno dei punti più bassi nel rapporto con Mosca.

LA POSIZIONE ITALIANA

Da Washington a Bruxelles sono arrivati avvertimenti e indicazioni all’Italia su entrambi i fronti. Nei confronti di Mosca, va bene il dialogo (già parte del dual track tradizionale della Nato), ma le sanzioni saranno rimosse solo quando il Cremlino cambierà il proprio comportamento. Lo hanno detto chiaro e tondo il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, e l’ambasciatore Usa Kay Bailey Hutchison. L’ipotesi di un ritiro unilaterale da parte italiana non sembra percorribile, anche perché la posizione resta isolata all’interno dell’Alleanza e il regime sanzionatorio è stato deciso in ambito europeo. C’è da dire che nel discorso per la fiducia al Senato il premier Giuseppe Conte ha voluto rassicurare gli alleati, passando dal “ritiro” previsto nel contratto al concetto di “revisione”, intendendo l’appoggio a un percorso progressivo e comunque concordato con gli alleati. Rassicurazioni sono arrivate questa mattina anche dal vice presidente del Consiglio e ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro Luigi Di Maio. In visita presso gli stabilimenti di Leonardo a Pomigliano D’Arco, il vice premier ha detto: “Restiamo nella Nato e alleati degli Stati Uniti, ma portiamo avanti anche il dialogo con gli altri Paesi, come la Russia, così come è sempre stato; non mi preoccupa l’altolà per le sanzioni, il nostro è un governo alleato degli Stati Uniti che vuole lasciare l’Italia negli accordi, nelle alleanze, garantendo continuità a quello che è già stato”.

I PUNTI IN AGENDA

Ad ogni modo, la ministeriale servirà soprattutto a preparare il terreno in vista del prossimo Summit dei capi di Stato e di governo, in programma a Bruxelles a luglio. Eppure, come riporta AP, misure operative concrete potrebbero già essere decise in questa due-giorni. Il piano promosso dagli Stati Uni prevede il rafforzamento della presenza militare in Europa con il dispiegamento rapido, nel giro di 30 giorni, di 30 battaglioni terrestri, 30 squadron aerei e 30 navi da guerra in caso di crisi. Tutto questo dovrebbe essere operativo a partire dal 2020, ma mancano ulteriori dettagli. Probabilmente verrà annunciato un nuovo impegno per rafforzare anche la presenza nel Mediterraneo, mentre si prevede la creazione di due nuovi comandi a Norfolk, in Virginia e Ulm, in Germania, con l’obiettivo di una migliore gestione della logistica, tema particolarmente caro all’Alleanza per assicurare la mobilità militare nel Vecchio Continente. Attualmente, la Enhanced Forward Presence della Nato in Europa orientale può contare su quattro battlegroup (guidati da Regno Unito, Canada e Stati Uniti e dispiegati in nei Baltici e in Polonia) multinazionali e combat-ready, per un totale di circa 4.500 unità.

LA QUOTA DEL 2%

Non mancherà poi il consueto invito americano affinché gli alleati spendano di più. Ad ora, solo cinque Paesi hanno raggiunto la quota del 2% del Pil da destinare alla Difesa entro il 2024. Lontani dall’obiettivo restano in molti, comprese Italia e Germania, ed è dunque sicuro che il segretario della Difesa James Mattis rinnoverà la richiesta per un più equilibrato burden sharing tra le due sponde dell’Altantico.

IL NODO AFGHANISTAN

Come detto, c’è poi il tema dell’Afghanistan. Già alla fine del 2017, il numero uno del Pentagono annunciava l’intenzione di inviare altri tremila soldati in Afghanistan, oltre ai circa settemila già presenti (su un totale di tredicimila della missione Resolute Support). A tale iniziativa si è progressivamente aggiunta la richiesta di sostegno agli alleati, a cui di recente ha risposto il Regno Unito. A metà maggio, il ministro della Difesa inglese Gavin Williamson ha infatti raccomandato alla premier Theresa May l’invio di altre 400 unità per un contingente che attualmente ne conta circa 500. In un precedente incontro, il tema era stato discusso da May e Stoltenberg, il quale aveva però smentito il possibile ritorno a una missione combat. Il numero uno dell’Alleanza aveva parlato di “poche centinaia” di unità da aggiungere per “aumentare il training” e potenziare “la lotta al terrorismo”. In realtà, considerando le pressioni statunitensi e le indiscrezioni della Bbb sul programma inglese, l’incremento di militari potrebbe essere più consistente. Con altre 400 unità, la presenza Uk raggiungerebbe quella italiana, per ora seconda solo agli americani, e potrebbe determinare un cambiamento di equilibrio nei rapporti tra gli alleati. Se si considerano le note difficoltà sul fronte della spesa, il rischio, in vista del prossimo Summit di luglio, è di perdere la capacità di orientare le priorità dell’Alleanza.

ultima modifica: 2018-06-07T10:20:42+00:00 da Stefano Pioppi

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