Giuseppe Alessi, lo Stato, la fede. La storia di un Dc della prima ora

Giuseppe Alessi, lo Stato, la fede. La storia di un Dc della prima ora
Massimo Naro ha curato per Centro Studi Cammarata - Edizioni Lussografica la pubblicazione di un’intervista inedita rilasciata dal politico democristiano a metà degli anni novanta del Novecento. Dettagli illuminanti su Chiesa e politica

“Io maturai, negli anni della mia formazione giovanile, l’amore per la Chiesa, sempre convinto e profondo, in quanto ne riconoscevo la grandezza nel mondo del sapere, nel mondo dell’arte, in quello della carità. Ma pure in quello della politica, intesa e praticata sapientemente, tanto che la Chiesa stessa può considerarsi come un’istituzione, perciò anche come un soggetto politico, che non ha eguale o similare nella storia dei popoli di tutti i tempi. Tale grande amore, qualche volta, mi indusse a venerare, come tanti altri cattolici, più la Chiesa come istituto storico che il suo stesso fondatore Gesù Cristo. Mi portò a una concezione della vita, e quindi anche della vita politica, profondamente ecclesiale. Ma quando iniziai la mia attività politica ebbi subito chiara, quasi per istinto, la distinzione che bisognava fare tra Chiesa e politica”.

Sfogliando le pagine dell’intervista inedita, a cura di Massimo Naro e pubblicata dal Centro Studi Cammarata – Edizioni Lussografica, rilasciata dal politico democristiano Giuseppe Alessi a metà degli anni novanta del Novecento, si trovano dettagli e aneddoti illuminanti sulla storia del partito popolare italiano, sulla figura di don Luigi Sturzo e su quelli che erano i rapporti tra Chiesa e politica nel pensiero e nelle azioni di quella sparuta classe dirigente che fece sbocciare il cattolicesimo politico italiano fino allo sbocco, in un secondo momento, nella Democrazia Cristiana. “Avevo saputo che anche don Sturzo aveva distinto il partito dall’Azione Cattolica”, racconta Alessi nell’intervista ritrovata dal figlio Alberto, scartabellando vecchi faldoni, e rilasciata probabilmente a Franco Bruno, allora presidente del Centro Siciliano Sturzo.

“Tale distinzione, però, l’avevo compresa per mio conto fin dall’inizio”, prosegue. “Nell’azione politica non si doveva mai compromettere la Chiesa e fu questa la principale ragione per la quale io, in tutta la mia vita politica, non salii le scale del vescovado. Prima le avevo salite e discese molte volte, ma quando iniziai la mia vita politica me ne tenni lontano. Per mia disgrazia questo fu interpretato come superbia o come rivolta, e invece fu solo per rispetto massimo verso l’autorità ecclesiastica, che a mio parere non doveva mai essere coinvolta”. Differenziazione, “tra azione politica e azione religiosa, tra partito e Chiesa”, che in ogni caso “derivava anche dall’insegnamento di don Luigi Sturzo”, di cui proprio in questi periodi cominciano a prendere piede le preparazioni volte a ricordare al meglio il sessantesimo anniversario della sua morte, che ricorrerà l’8 agosto del prossimo anno, e che cade assieme al centenario della nascita del Partito Popolare, il 18 gennaio 1919.

L’avvocato Alessi, scomparso nel luglio 2009 alla veneranda età di 103 anni, fu infatti tra gli iniziatori della Democrazia Cristiana e tra i suoi principali organizzatori in Sicilia, nel ’43, quando, si racconta, venne addirittura fondata nel suo studio. Oltre che primo presidente della Regione Siciliana e presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, poi, Alessi diede un contributo fondamentale nel pensare l’autonomia della Sicilia come regione a statuto speciale. “L’Appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo ebbe l’effetto di una sollevazione generale di tutte le strutture economiche e sociali di tutto il mondo cattolico”, si legge. “Tali strutture si erano realizzate perché promosse dalla gloriosa enciclica Rerum novarum di Leone XIII in tutta la nazione e in Sicilia”. Negli anni a cui risale il racconto del politico siciliano infatti, quelli cioè della sua prima giovinezza, il gruppo del PPI usciva da una cocente sconfitta alla camera di fronte al disegno della Legge Acerbo, mentre Mussolini preparava l’avvento del regime.

Don Sturzo, come noto, fu contrario a quella legge, e da lì il gruppo dei popolari si divise in due fazioni: la destra capeggiata dagli ex mussoliniani, che vedeva nel nuovo regime la possibilità di riallacciare i rapporti tra Stato e Chiesa e di risolvere una volta per tutte la questione romana, la sinistra che invece votò contro e infine il centro che si astenne, senza avallarla ma senza nemmeno mostrarsi avversario. Tutto questo però comportò una lacerazione tra i popolari, che a conti fatti segnò la sconfitta di don Sturzo, di cui, una volta iniziate le trattative segrete tra governo e Santa Sede per dare vita al Concordato, Mussolini ne chiese l’allontanamento, minacciando, in caso contrario, di dare vita a una rappresaglia contro qualsiasi istituzione cattolica nel Paese.

“Anch’io fui perseguitato e umiliato, ma avevo la fede solida e la certezza che il fascismo sarebbe stato tragicamente e rovinosamente distrutto, perché un regime, anche se forte, finisce sempre per crollare, non solo per gli eventi storici non prevedibili né previsti, ma anche perché la libertà degli uomini vincerà sempre su ogni forma di tirannia ottusa”, spiega Alessi, che nel momento dell’approvazione della Legge Acerbo, nel dicembre del ’23, aveva appena superato la maggiore età. “Dal tempo della mia formazione giovanile ho sempre portato in me la convinzione che la politica dev’essere servizio e testimonianza, perché, nell’azione politica, più che essere serviti bisogna servire e solo in questo caso si diventa regali. Lo ribadisco: in politica si diventa regali quando si serve e non quando si è serviti”.

Oltre alla vicenda del fascismo infatti, nel libro vengono raccontati anche gli anni della formazione giovanile di Alessi in Sicilia, in cui traspare l’humus di quella che in seguito divenne la classe dirigente democristiana prendeva forma. “Sentivo la chiesa madre come la zona della libertà, dove noi cattolici eravamo completamente pleni iuris e cioè nella pienezza del diritto, dove noi fedeli eravamo tutti uguali, il ricco come il povero, il delinquente e la persona perbene, tutto il popolo nella chiesa aveva la sua casa e i suoi pastori”, si legge tra i vari ricordi raccontati del politico. “Frequentare la chiesa per i giovani di quel tempo era quasi umiliante. La chiesa era solo per i bambini e le donne. Dunque, fondare un circolo di studenti cattolici, di giovani che frequentavano le funzioni religiose, era un forte atto di coraggio e di contestazione della società e del clima culturale di quel tempo”.

Una vita che “era per me un orgoglio”, racconta Alessi, “perché in quella società e nella scuola che io frequentavo, noi cattolici eravamo considerati delle povere creature, guardate anche con commiserazione, perché andavamo in chiesa, partecipavamo alla messa, ci inginocchiavamo, facevamo la comunione e frequentavamo i preti”. Questo era il clima culturale e sociale di quel tempo, in un luogo sperduto d’Italia come poteva essere la cittadina di Caltanissetta. “Alcuni professori, specie quelli delle materie scientifiche, ci beffeggiavano perché ci accusavano di credere ai miracoli, mentre tutto per loro poteva essere spiegato con la scienza”.

Per questo “essere cattolico significava essere in posizione minoritaria, in trincea, nell’altra sponda. Una posizione per noi eroica. Consideravamo i laicisti come dei fanatici. I nostri rapporti erano analoghi a quelli tra cattolici e protestanti durante le guerre di religione del Cinquecento e del Seicento”, racconta Alessi. “Io non potevo concepire che ci potesse essere un re d’Italia di religione e fede diversa da quella del popolo. Allora le navate delle chiese erano piene della presenza popolare e non del ceto medio. Oggi avviene il contrario perché il popolo ha trovato un altro dio, il benessere, e gli importa solo di questo, il resto non gli interessa”.

Ma quello del giovane siciliano e dei suoi compagni cattolici “non era anti-patriottismo, perché per noi la bandiera italiana, la nazione, la patria erano qualche cosa di sacro, che veneravamo più degli altri, quasi proiezione e continuazione dell’opera di Dio. Per noi la patria aveva un valore superiore e non animalesco come per i nazionalisti e gli altri”. Nel ’19 Alessi frequentava infatti il primo anno di liceo e don Luigi Sturzo fondava il Partito Popolare Italiano. “Non avevo letto molto su di esso, anche perché a Caltanissetta non esistevano librerie. Chi aveva libri, li aveva per tradizione di famiglia, ma io tradizione di famiglia non ne avevo”. Tuttavia, “noi giovanissimi fummo inorgogliti per questo prete che scendeva nelle piazze e conduceva il mondo cattolico ad essere uguale agli altri, ad avere i propri deputati e tramite loro poter discutere e affermare i nostri ideali”.

Questo perché con l’entrata di Sturzo in politica e con la nascita del popolarismo italiano “noi cattolici eravamo finalmente cittadini italiani, ripeto, al pari degli altri e perciò avevamo il dovere e non solo il diritto di intervenire nel dibattito pubblico, perché per la nostra religione amare il prossimo significa soprattutto amare la società. Era quindi un dovere religioso intervenire anche in difesa degli ideali cristiani, perché la società era ormai anticristiana, dominata com’era dal machiavellismo che si compendiava in quel principio allora egemone: Salus rei publice suprema lex. La ragion di Stato al di sopra di ogni cosa!”.

Alessi fu anche, tra le altre cose, oltre che militante dell’Azione Cattolica, per vent’anni presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. “Io avevo cominciato a leggere Dostoevskij e altri autori russi e ortodossi, che accusavano la Chiesa cattolica di essere una Chiesa erede di Roma imperiale e tutta presa solo dagli ideali politici e terreni. Così mi veniva la grande preoccupazione per la fede dei cattolici, che mi sembravano più fedeli alla Chiesa che non a Gesù Cristo”, ricorda nella sua conversazione con l’intervistatore. “Una volta a padre Giuseppe feci proprio un ragionamento di questo tenore. Alla mia domanda: Mi dica, padre, se innanzi al Santissimo arde una lampada ad olio,e c’è un malato che ha bisogno di quell’olio, lei spegne la lampada del Sacramento per andare a portare  l’olio al povero? Il povero diventa più importante del sacramento? Egli rispose: No, figliolo, io spengo la lampada per portare l’olio al povero, per accendere, così, un’altra lampada più vitale di quella che c’era nel bicchiere, per accendere la lampada nel cuore di quel povero”.

ultima modifica: 2018-07-08T16:09:36+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

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