Elisabetta Trenta, i migranti e gli F35. L’opinione (positiva) del generale Tricarico

Elisabetta Trenta, i migranti e gli F35. L’opinione (positiva) del generale Tricarico
Secondo il presidente della Fondazione Icsa, il ministro della Difesa ha ragione nella forma, ma nella sostanza bisogna rivalutare la missione EuNavFor-Med. Sugli F35, "è importante che si veicolino informazioni corrette e devo dire che non ho mai visto dei piloti così increduli e strabiliati delle capacità del mezzo che hanno in mano”

Il ministro Elisabetta Trenta ha ragione a frenare Matteo Salvini sulla chiusura dei porti alle navi della missione EuNavFor-Med, ma nella sostanza il ministro dell’Interno ha ragione: serve una riflessione collettiva su un’operazione che si è rivelata “controproducente”. Parola del generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa e già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, intervenuto sulle frizioni che sono emerse tra palazzo Baracchini e il Viminale relativamente alle competenze per la missione europea. Con lui abbiamo parlato anche della strategia del nuovo esecutivo per la Libia, e del programma F-35, su cui si sono riaccesi i riflettori dopo le parole del ministro Trenta. Rispetto a “una stampa negativa, immeritata e superficiale nei confronti del velivolo – ha detto Tricarico – è importante che si veicolino informazioni corrette (…) e devo dire che non ho mai visto dei piloti così increduli e strabiliati delle capacità del mezzo che hanno in mano”.

Generale, come commenta la doccia fredda che dal ministero della Difesa è arrivata all’ultima proposta di Matteo Salvini sulla chiusura dei porti italiani alle navi della missione EuNavFor-Med?

Non ho visto le dichiarazioni del ministro della Difesa sulla titolarità delle decisioni relative alla flotta di EuNavFor-Med, ma se le stesse sono come riportate dai giornali, riguardano una questione di forma della quale la Trenta ha ragione a rivendicare a sé e al ministero degli Esteri gli interventi relativi alla missione europea che dal 2015 è in corso nel Mediterraneo. Ad ogni modo, ritengo che nella sostanza Salvini abbia ragione.

Ci spieghi meglio.

Per la prima volta, qualcuno ha messo in sindacato la questione della validità della missione, su cui mi sono espresso più volte negli stessi termini. Continuo a ritenere che la missione non sia solo inutile, ma che piuttosto sia controproducente rispetto alle finalità iniziali. L’operazione era ed è articolata su tre fasi, l’ultima delle quali riguarda l’invasione di campo rispetto alla sovranità libica sulle proprie acque e sul proprio territorio. Era chiaro sin dall’inizio che questo non avrebbe avuto grandi chance di affermarsi. Oggi più di ieri, appare quanto mai inverosimile che l’Onu metta a punto una risoluzione robusta nei confronti della Libia senza il suo consenso, e di certo non mi pare che nel Paese ci siano le condizioni perché possa essere espresso un consenso alla flotta europea nelle acque libiche. Da qui, l’inutilità e la natura controproducente dell’operazione.

In che senso la missione è controproducente?

Gli stessi pianificatori, gli Stati maggiori europei, redigendo il documento di impiego non si nascondevano l’eventualità, poi verificatisi, che la missione potesse incoraggiare il fenomeno migratorio, tant’è vero che proponevano una linea di contatto con i media per attenuare questo rischio. Poi, un altro aspetto da non trascurare, sono le migliaia di ore-moto/nave che dovrebbero essere impiegate nelle attività di difesa dello Stato. Oggi, le navi militari dell’Operazione Sophia, in combinato con le navi delle Ong, hanno difatti causato un incentivo al fenomeno migratorio, arrivando a modificare le modalità operative con cui i trafficanti di esseri umani mettono in mare le imbarcazioni, affidandosi a mezzi precari che non possono tenere se non per qualche miglio. Occorre dunque tornare al rispetto delle regole: la potestà delle attività di ricerca e soccorso (Sar) risiede nelle sole mani delle capitanerie di porto e delle corrispondenti organizzazioni nazionali e internazionali a cui unità militari, civili, private e ogni altro natante devono rivolgersi per poter essere inseriti in un’attività di salvataggio di chiunque corra pericolo in mare.

Alcuni hanno descritto la frenata del ministro Trenta come uno scontro all’interno del governo. Lo interpreta anche lei in questo modo?

Bisognerebbe vedere quanto non sia virtuale o pompato dai titoli. Difatti, rimane un fatto formale facilmente eliminabile con una semplice consultazione tra i ministri o in sede interministeriale, rimettendo la questione nelle mani del Consiglio dei ministri e del presidente del Consiglio a cui spetta il coordinamento. Ad ogni modo, è importante che venga affrontata la sostanza della questione più che la forma, e che si appresti una riflessione collettiva della missione. La cosa ancora più grave, in questo senso, è che l’Europa non metta al servizio della collettività le capacità di pianificazione per missioni realmente utili che necessitano di un approccio continentale, come in Niger o altri teatri in cui il Vecchio continente è sistematicamente assente da questo dovere.

Uno dei peccati originali della questione migratoria risulta essere la definizione delle zone Sar, avvenuta in un contesto diverso dall’attuale, in cui una zona più ampia era intesa come maggior prestigio. Come modificare il sistema?

È opportuno che le zone di responsabilità Sar abbiano compiuta definizione non in base alle aspirazioni o al velleitarismo dei singoli Paesi (come è stato nel caso di Malta) che vorrebbero farle coincidere con le zone del traffico aereo, ma sul presupposto delle capacità effettive degli Stati di mettere in campo attività di ricerca e soccorso efficaci, e della possibilità di disporre di place of safety per accogliere chi ha bisogno di aiuto, assistenza e tutela dei propri diritti. Non sarebbe inappropriato un ridisegno in ambito Omi (Organizzazione marittima internazionale, e dunque in ambito Onu) delle zone di responsabilità Sar. In tal senso, oltre all’onere, dovrà corrispondere anche l’onore, con una sorta di compensazione degli sforzi rispetto all’impegno.

Il governo Conte sembra avere preso con decisione la questione libica. Dopo il viaggio di Salvini, quello del ministro degli Esteri Moavero Milanesi e prossimamente quello del ministro Trenta. Sarà una strategia efficace?

Oggi, il potere in Libia è declinato in una miriade di centri che generalmente vengono semplificati in due o tre. Tuttavia, non è così, poiché occorre passare per bande armate, tribù, famiglie, etnie e municipalità, con diversi gruppi che definiscono la mappa del potere. Dunque, se si vuole considerare una soluzione locale al fenomeno migratorio, i tre ministri che se ne occupano dovrebbero considerare con attenzione la frammentazione del potere. Mi pare che il voler non considerar sufficientemente ad esempio la Cirenaica e il generale Khalifa Haftar sia un errore, perché rappresenta una fetta del potere e ha forze militari a propria disposizione non trascurabili. Occorrerà dunque includerlo nei dialoghi insieme a tutte le entità con cui si richiede un’interlocuzione virtuosa per costruire e identificare il puzzle del potere nel Paese nordafricano.

Un altro tema tornato prepotentemente sotto i riflettori riguarda gli F35. Come ha interpretato le parole del ministro Trenta?

Credo che la titolare del dicastero Difesa sia stata molto accorta, con dichiarazioni che non mettono in pericolo il programma nel suo complesso e, parallelamente, tengono conto della linea politica del suo partito e degli altri partiti. Non c’è dubbio che la questione un giorno o l’altro dovrà essere affrontata e verificata in tutti i suoi aspetti, in modo che questo sottomarino possa emergere e non continuare a viaggiare a quota bassa con la conseguenza che anche i contribuenti non sono consapevoli dei lineamenti fondamentali del programma. Sicuramente, quello che ad ora è emerso è una stampa negativa, immeritata e superficiale nei confronti del velivolo.

Perché secondo lei il programma ha ricevuto tante critiche?

Perché le questioni militari sono state sempre guardate da tutti, nessun escluso, con un’ottica in cui lo spreco è l’ingrediente principale dei programma di ammodernamento. Date le dimensioni del programma Joint strike fighter (Jsf) la bolla mediatica è stata sicuramente più imponente e più perentoria rispetto ad altri. Proprio per questo, è importante che si veicolino informazioni corrette per una valutazione bilanciata di quelli che sono i lineamenti, i requisiti, i vantaggi e gli svantaggi del programma F35, e soprattutto per identificare provvedimenti e proposte che ne massimizzino i ritorni. Questo dovrebbe essere l’approccio con cui affrontare il problema, evitando superficialità e approssimazione. Recentemente, ho avuto modo di parlare con i piloti che, abituati alla quarta generazione, hanno volato con l’F35. Devo dire che non ho mai visto dei piloti così increduli e strabiliati delle capacità del mezzo che hanno in mano. Per le capacità siamo su un altro pianeta; è un salto di qualità incredibile rispetto alla generazione precedente.

ultima modifica: 2018-07-10T10:50:21+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: