Phisikk du role – Cos’è un politico

Phisikk du role – Cos’è un politico
Parlamento inzeppato da dilettanti allo sbaraglio, politica emotiva e azzeramento di ogni visione. In fondo si capisce anche la ragione di chi oggi dalle aule parlamentari si scaglia con livore contro la politica di un tempo, agitando lo scalpo dei vitalizi: un senso di inadeguatezza gli urla dentro. La rubrica di Pino Pisicchio

È cosa nota la diffidenza che la classe politica raccoglie in tutto il mondo. Se non si ha il tempo di gettare un occhio sulle indagini demoscopiche che nei Paesi democratici illustrano in modo illuminante il rapporto – divaricato – tra popolo e rappresentanza, basterebbe un po’ di letteratura o qualche film, anche di quelli che mandano nelle tv gratis. Il politico infatti, è rappresentato prevalentemente, nell’immaginario degli scrittori e degli sceneggiatori occidentali, come un mestierante, spesso un inaffidabile sfruttatore del popolo, un mangiapane a tradimento se non un vero e proprio lestofante.

Peraltro il sostantivo “politico” rappresenta di per sé espressione impropria perché tende a mettere nello stesso cesto tutto ciò che ha a che fare col pubblico, accettando a priori l’idea che si tratti di una carriera e non un servizio reso ai cittadini: insomma c’è una tara di partenza. Ma non è stato sempre così. Almeno in Italia. C’è stato un tempo in cui chi esercitava la rappresentanza politica, soprattutto a livello legislativo, era portatore della dignità del suo ruolo, con tutto il rispetto e la reputazione che aveva il diritto di esigere. E non era questo un atteggiamento di riguardo riservato solo agli statisti del calibro di Moro, cui nessun italiano si sarebbe mai sognato di contestare l’ammontare della indennità parlamentare o del vitalizio. Era un atteggiamento di rispetto che veniva rivolto ai parlamentari – rappresentazione sublimata del “politico”- riconoscendone due fondamentali dignità: quella della competenza politica e quella del ruolo di rappresentanza. Questi due elementi impastavano le carriere politiche al tempo della prima Repubblica.

Ho usato in modo non improprio l’espressione carriera politica perché come per tutte le attività umane anche questa, ancorché precaria perché collegata esclusivamente al permanere del consenso popolare, va svolta con impegno, professionalità e competenza, dedicando un tempo adeguato. Incompatibile con altre professioni e mestieri: è questa la ragione dell’esclusività del mandato parlamentare. Cos’era una carriera parlamentare al tempo del voto di preferenza è complicato da raccontarsi a chi non ha mai vissuto quelle (remote) stagioni. Le leggi elettorali erano costruite per collegare la rappresentanza al territorio: veniva eletto il candidato che raccoglieva il maggior numero di voti nella stessa lista politica. Il che significava concorrenza aperta (ma non conflitto) nei partiti, ricerca del consenso attraverso un rapporto puntuale e continuo dell’eletto con il suo collegio elettorale, allestimento di una organizzazione di supporto, impegno di studio e di approfondimento.

È interessante notare come questo schema operativo, basato sul voto di preferenza, al netto delle deviazioni dell’ultimo periodo (seconda metà degli anni ‘80) ha tenuto per quarant’anni, fino all’avvento dei sistemi che hanno cancellato la selezione dal basso della rappresentanza, soppiantandolo con le liste bloccate o con il collegio uninominale. Entrambe le formule sarebbero state governate dal leader di partito, rovesciando lo schema: non si procede più dal basso verso l’alto, ma dall’alto si chiede legittimazione formale a scelte già compiute.

Siamo ai giorni nostri: partiti di carta dalla vita brevissima (una settantina in 25 anni in Parlamento), capi pigliatutto e democrazia interna zero, Parlamento inzeppato da dilettanti allo sbaraglio, politica emotiva e azzeramento di ogni visione. In fondo si capisce anche la ragione di chi oggi dalle aule parlamentari si scaglia con livore contro la politica di un tempo, agitando lo scalpo dei vitalizi: un senso di inadeguatezza gli urla dentro. È, tutto sommato, un apprezzabile sentimento autocritico, un residuo di buoni sentimenti: “Mi sento un abusivo e dunque chiedo scusa”. Sbagliato, però, l’obiettivo. Più onesto apparirebbe: “Mi sento abusivo, dunque mi riduco l’indennità”. Questo sarebbe un gesto politico: stracciare quel biglietto della lotteria che è stata l’elezione per cooptazione, che oggi c’è e domani chissà (per cui è meglio lasciare le cose come stanno!).

ultima modifica: 2018-08-03T13:10:33+00:00 da Pino Pisicchio

 

 

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