Cosa succede al debito pubblico

Cosa succede al debito pubblico

Aumenta il debito italiano in questo ultimo mese: proprio quello che il governo si deve impegnare ad abbattere – in rapporto al Pil – per spuntare maggiore flessibilità nella scrittura del Bilancio del 2018, secondo quanto concesso e ribadito dalla Commissione Ue nella lettera inviata al tesoro. Secondo il dato comunicato da Bankitalia, a maggio il debito delle Amministrazioni pubbliche è stato pari a 2.278,9 miliardi, in aumento di 8,2 miliardi rispetto ad aprile ed è riconducibile alla spesa della pubblica amministrazione che anziché essere ridimensionata continua a salire, infatti i dati di Bankitalia segnalano l’aumento dello stock di una ventina di miliardi, per colpa del fabbisogno della Pa.

E ovviamente aumentano i dubbi di Bruxelles sul rispetto del Patto di stabilità poiché riferiti alla correzione del deficit strutturale (che viene calcolato in base ai conteggi dei cosiddetti output gap che l’Italia e alcuni Paesi hanno chiesto di modificare) soprattutto per quanto riguarda il rientro nel 2017. Il debito pubblico italiano è il più grande dell’ area euro in termini assoluti e il secondo dietro alla Grecia in termini percentuali se confrontato con il prodotto interno lordo. Non essere riusciti a ridurne il carico è uno dei grandi fallimenti. E intanto in parlamento si litiga per il decreto ius soli e il decreto salva banche,entrambe brutte storie in cui la rissa e la non chiarezza (se non addirittura le bugie) trionfano in maniera incandescente.

Facciamo dunque un appello sia al Presidente Mattarella che al Presidente Gentiloni : indichino al giovanotto toscano la strada giusta perchè non è rompendo con tutti su tutto che si può pensare di presentare al Paese nel prossimo rientro dalle ferie una proposta credibile. Il contesto neo-proporzionale richiede alleanze, e la forza fin qui mostrata dal fronte populista e sovranista obbliga ad alleanze vaste se non si vuole che si viaggi dritti dritti verso l’Italexit. Tra queste non solo ci può ma ci dovrà essere quella con Forza Italia, indispensabile nel nuovo bipolarismo che ha nel populismo e nella posizione pro o contro l’Europa il punto di frattura.

Renzi, nonostante continui a dire che non vuole tessere la tela con Berlusconi – pur indispensabile, lo ripetiamo – con il solo scopo (personale) di tornare a palazzo Chigi, continua a lacerare il rapporto con i “compagni” del pd . Se c’è una possibilità che un governo di larghe intese si faccia, in chiave anti 5stelle e Lega, essa presuppone che non sia Renzi a guidarlo. Di questo lo smanioso Matteo se ne faccia una ragione, o sarà peggio non solo per lui (amen) ma anche per l’unica chances che abbiamo di evitare un governo Grillo-Salvini o di dover tornare a votare tre mesi dopo le elezioni. La verità è che ci vorrebbe, invece, un grande partito riformista, moderno, capace di usare parole di verità sulla crisi italiana che viene da lontano, perché capace di analizzare il declino e di studiare un programma liberal-keynesiano per fronteggiarlo e sconfiggerlo.

Un partito che alla sua sinistra ne abbia un altro, la cui radicalità sia la certificazione del tasso di riformismo del primo. E che, come il Psi con la Dc e i laici nella Prima Repubblica, sia organicamente alleato di una o più forze moderate. Il problema, però, è che il progetto riformista manca – sia sotto il profilo politico e programmatico, che culturale.

ultima modifica: 2017-07-17T11:46:02+00:00 da Alessandra Servidori

 

 

 

 

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