Cosa faranno le Regioni con la riforma della Costituzione

Cosa faranno le Regioni con la riforma della Costituzione

Già da queste pagine abbiamo più volte affrontato nel merito gli argomenti delle politiche intraprese da questa faticosa legislatura. Ci soffermiamo ancora – e fino a ottobre lo faremo sistematicamente – sulla vicenda che ha spaccato e spacca l’Italia in questi giorni. Che non è la campagna elettorale che chiamerà i cittadini italiani a scegliersi i prossimi amministratori (di cui ancora una volta non emergono i programmi dei vari candidati), ma tutta incentrata su una dimensione politica molto debole, soprattutto che danneggia l’avvenire e le scelte che possono aiutare l’Italia ad uscire dalla secca.

Stiamo parlando, ancora una volta, di riforma della Costituzione italiana. E dobbiamo pretendere da chi ha presentato la legge di riforma costituzionale sobrietà e obiettività, competenza e non furore. Se poi non sono in grado di approfondire il merito, e ne fanno solo una questione di vittoria o sconfitta, il popolo italiano saprà decidere. La fiducia si guadagna anche argomentando le scelte compiute dettagliatamente.

Di cosa si parla nel merito: di come ridurre i parlamentari, del ruolo e dei componenti del Senato, delle autonomie locali e della prevista, ma non certa, capacità di svolgere un ruolo di dinamicità del percorso legislativo della nuova assemblea, del nuovo sistema di elezione del Presidente della Repubblica, dell’elezione dei componenti della Corte costituzionale, dell’abolizione del Cnel, della competenza e delle risorse delle Regioni, dell’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo, poiché stando l’Italicum (peraltro in attesa di pronuncia sulla possibile incostituzionalità sollevata da alcuni tribunali) di consentire a un partito o coalizione che ha vinto al primo turno, e non con una maggioranza consistente di voti, di governare il futuro che avanza.

E il futuro è già l’oggi. Meditiamo dunque nel merito dei problemi che l’Italia sta vivendo. Una politica industriale governativa carente che deve fare i conti con le novità incalzanti del 4.0, cioè figlia della quarta rivoluzione industriale, che porterà una produzione del tutto automatizzata e interconnessa. La nuova sfida presenta rischi e opportunità: la perdita di 5 milioni di posti paventata da uno studio diffuso dal World Economic Forum, ma anche lo sviluppo dello Smart Manufacturing. L’Italia, così pare, ne esce con un pareggio (200mila posti creati e altrettanti persi), meglio di altri Paesi come Francia e Germania. A livello di gruppi professionali le perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione: rispettivamente 4,8 e 1,6 milioni di posti distrutti. Secondo la ricerca compenseranno parzialmente queste perdite l’area finanziaria, il management, l’informatica e l’ingegneria.Cambiano di conseguenza le competenze e abilità ricercate: nel 2020 il problem solving rimarrà la soft skill più ricercata, ma diventeranno più importanti il pensiero critico e la creatività.

Proprio perché lo scenario è in rapida evoluzione, dobbiamo attrezzarci per cogliere i benefici dello Smart Manufacturing, l’innovazione digitale nei processi dell’industria. Dunque, una politica industriale nuovissima che vivrà se il territorio e le Regioni sapranno riconvertire e valorizzare le risorse umane. Ma se con la proposta di riforma costituzionale di Renzi si priveranno le Regioni di risorse ma si darà a loro il compito di governare il settore dell’industria è legittimo porsi la domanda: come? Come coinvolgere Università, centri di ricerca, città metropolitane, piccole e medie aziende che sono il nostro patrimonio? Da Palazzo Chigi?

ultima modifica: 2016-05-25T11:09:10+00:00 da Alessandra Servidori

 

 

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