Intelligence, cyber-security e politica. Come cambia la lotta al terrorismo

Intelligence, cyber-security e politica. Come cambia la lotta al terrorismo
Marta Grande, Raffaele Volpi, Salvatore Farina e Nicola Portolano sono stati tra gli ospiti del convegno organizzato alla Camera dalla Fondazione De Gasperi. Al centro del dibattito il lancio di un ripensamento generale sulla lotta al nuovo terrorismo, quello più infido, che si muove nel cyber-spazio e sfugge ai tradizionali mezzi di contrasto

Intelligence di prim’ordine, tecnologie all’avanguardia e sforzo politico-culturale per evitare gli errori del passato. Sono gli elementi necessari a far fronte alla nuova minaccia terroristica, perché è vero: l’Isis è stato sconfitto sul campo; ma la sua azione è tutt’altro che morta. È il messaggio che arriva dal convegno “Le nuove frontiere del terrorismo, una sfida che continua”, organizzato alla Camera dalla Fondazione De Gasperi, in particolare dal suo programma su Counter extremism terrorism radicalization (Cetra, diretto da Paolo Alli, già presidente dell’Assemblea parlamentare della Nato), con il supporto di Elettronica, l’azienda specializzata in Ew e cyber-intelligence guidata da Enzo Benigni.

L’AZIONE POLITICA…

Rispetto a qualche mese fa, il tema del terrorismo sembra essere finito nel dimenticatoio. Complice la sconfitta sul campo del Daesh in Siria e Iraq, ma anche una certa assuefazione ad attacchi di lieve entità in Occidente. Eppure, hanno concordato tutti gli intervenuti, non possiamo permetterci di abbassare la guardia: la minaccia è reale e concreta. Ad essere chiamata in causa per prima, ha ricordato Marta Grande, presidente della commissione Esteri di Montecitorio, la politica, che “deve mantenere alta l’attenzione” e impegnarsi “a livello normativo” per stabilire le regole su cui costruire l’azione di tutte le strutture del Paese. È per questo che la commissione Esteri della Camera ha avviato una serie di indagini conoscitive, tra cui una specifica sul Mediterraneo, e una serie di approfondimenti, compreso quello “per cercare di accendere la luce sui finanziamenti al terrorismo”, le cui manifestazioni drammatiche “sono solo la punta dell’iceberg”.

…NELL’INTERESSE NAZIONALE

Un’esigenza condivisa anche dal sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi. D’altra parte, ha spiegato, “i temi della sicurezza e della geopolitica non hanno colore politico, ma piuttosto vanno inquadrati nell’azione complessiva del Paese”. Su questo, “a prescindere da chi governa, abbiamo l’obbligo di garantire continuità”, a partire dagli “interessi nazionali”. In linea di massima, ha rimarcato Volpi, “sappiamo cos’è la sicurezza nazionale; eppure dobbiamo ancora imparare a declinarla nel posizionamento geografico dei nostri interessi”. Su un’area non ci sono dubbi: il Mediterraneo. Ora, anche grazie alla leadership riconosciutaci dagli Stati Uniti, “abbiamo l’opportunità di impegnarci in modo determinante per la stabilità di questo bacino”, ha notato il sottosegretario in quota Lega. Tuttavia, “per farlo dobbiamo aggiornarci, partendo da una riflessione complessiva su quella che debba essere la nostra missione”. Una volta deciso il “dove” e il “come”, “possiamo orientare meglio gli investimenti e anche affrontare meglio il nodo delle razionalizzazioni; è importante anche per l’industria della Difesa, che è un’eccellenza e al tempo stesso uno strumento di diplomazia parallela, che crea rapporti tra gli Stati”.

UNA MINACCIA ANCORA CONCRETA

Si tratta di un ripensamento complessivo imposto dall’evoluzione del contesto securitario, su cui impatta ancora in maniera determinante il terrorismo internazionale. Difatti, ha spiegato Andrea Manciulli, già presidente della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della Nato, “la vittoria sul Daesh è stata troppo enfatizzata”. L’impressione è che il sedicente Stato islamico abbia “deciso di eclissarsi e di sparire” per potersi riorganizzare e colpire in altri modo e in altri luoghi. Tra simpatizzanti attratti dalla costante propaganda online e foreign fighters che si riposizionano in altri teatri, “si sta realizzando quello che Bin Laden aveva scritto nel 2004 sul suo programma per un nuovo ordine internazionale: la proliferazione di fronti”, che ora si muovono dal Sahel all’Indonesia, passando per i Balcani, l’Afghanistan e l’Uzbekistan. D’altronde, la scomparsa del Daesh è evidentemente un’illusione. Il terrorismo jihadista, anche nella sua aspirazione statuale, “non sparisce semplicemente perché non viene dalla Luna – ha spiegato il professor Riccardo Redaelli, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – ma ha radici nelle dinamiche geopolitiche, identitarie e settarie delle varie potenze che lottano per il predominio in Medio Oriente”.

COME AFFRONTARLA

Di fronte a una minaccia ormai vecchia, ma capace di muoversi su binari tutti nuovi (dal deep web ai social media, dai coltelli ai droni), “la risposta militare è stata ed è indispensabile, vincente e necessaria, ma assolutamente non sufficiente”, ha spiegato Angelino Alfano, presidente della Fondazione De Gasperi, già ministro dell’Interno e degli Esteri. Lo stesso si può dire dell’elemento culturale, legislativo e della prevenzione di polizia: “elementi tutti necessari ma non sufficienti”. La risposta efficace, ha aggiunto, è quella che “integra su precisi presupposti culturali tutte e quattro queste componenti”. È d’accordo Lamberto Giannini, direttore antiterrorismo della Polizia di Stato: “La repressione e la prevenzione hanno necessità assoluta della collaborazione più lineare, trasparente ed efficace tra tutti gli attori sul campo”. Esempio evidente di tale approccio, capace di porre l’Italia all’avanguardia nel contrasto al terrorismo (grazie alla drammatica esperienza acquisita nel passato) è il Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa), in cui tutti gli attori coinvolti sul tema di confrontano, scambiandosi informazioni e condividendo strategie. Eppure, ha rimarcato Giannini (che il Casa lo presiede), “il fronte non è solo questo, riguarda tutta la società civile”, dalle scuole al settore sanitario, passando per le comunità islamiche e i centri anti-violenza.

IL FATTORE MILITARE

In uno sforzo che molti hanno definito “onnicomprensivo”, non possono mancare le Forze armate, pilastro dello Stato e della sua proiezione internazionale. È stato Salvatore Farina, capo di Stato maggiore dell’Esercito, a ricordare i vari impegni all’estero dei militari italiani, dalla missione addestrativa in Iraq all’impegno in Kosovo, senza dimenticare il contributo alla stabilità dell’Afghanistan e l’attenzione al Sahel. In ogni teatro, il motto proposto dal generale Farina è emblematico: “Di più insieme”. Ciò si esplica all’interno dei confini ma anche nelle organizzazioni internazionali, a partire dalla Nato, cardine della politica di difesa dell’Italia del secondo dopoguerra. Da qualche mese, anche grazie alla spinta impressa dal nostro Paese, l’Alleanza Atlantica ha abbracciato l’esigenza di prestare maggiore attenzione al suo fianco meridionale, al Mediterraneo e alle sfide del terrorismo. Lo ha fatto anche con la creazione dell’Hub per il Sud, inquadrato all’interno del Joint force command di Napoli, il cui capo di Stato maggiore è il generale Nicola Portolano. “L’Hub – ha spiegato intervenendo al convegno – intende porsi come elemento di condivisione e collaborazione tra i molteplici stakeholder (Stati, organizzazioni internazionali, ong, società civile, accademia) così da suggerire le risposte capaci di affrontare le diverse minacce”.

IL RUOLO DELL’INDUSTRIA

Pronta a offrire il proprio contributo è anche l’industria. “In Elettronica – ha spiegato il vice presidente con delega alle Relazioni istituzionali del Gruppo Lorenzo Benigni – stiamo lavorando per progettare soluzioni per contrastare le nuove minacce: i sistemi di homeland security, l’antidrone Adrian e poi la cyber-security e la guerra cognitiva della partecipata Cy4Gate”. Si tratta, ha aggiunto, “di una sfida culturale e semantica di comprensione di codici, linguaggi, mentalità e modalità operative inedite che bisogna tracciare, individuare, collocare e connettere a scenari complessi”. Difatti, gli ha fatto eco il capo dell’Ufficio Studi di Leonardo Carlo Musso, “la tecnologia è l’elemento fondamentale per poter garantire la sicurezza”. Ciò che fa la differenza, ha rimarcato, “è la capacità di trasformare le tecnologie in prodotti e sistemi che permettano di soddisfare requisiti che rispondono alla necessità di sicurezza cittadini e di istituzioni”. Proprio oggi, il campione di piazza Monte Grappa ha annunciato l’avvio della campagna sperimentale di voli del drone Falco Evo in configurazione specifica per il monitoraggio marittimo. L’attività svolta dall’aeroporto di Lampedusa viene effettuata nell’ambito del programma Frontex, finalizzato alla sperimentazione di droni per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione europea.

ultima modifica: 2018-12-06T09:20:48+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

 

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