A dispetto delle dichiarazioni roboanti e della prudenza tipica della diplomazia, i rapporti fra Stati Uniti e Francia vivono una fase di rilancio. Macron ha colto il cambio di fase con Biden alla Casa Bianca e al summit Nato vorrà giocarsi le sue carte. L’analisi di Jean-Pierre Darnis, consigliere scientifico Iai

In vista del summit della Nato del 14 giugno, la proposta fatta a febbraio dal segretario Jens Stoltenberg di aumentare in modo sostanziale il loro contributo al bilancio comune dell’alleanza fa emergere posizioni divergenti.

La Francia sembra opposta alla creazione di un meccanismo che potrebbe togliere risorse al bilancio nazionale della difesa, già sotto pressione. La posizione francese suscita una serie di interrogazioni. Già nel 2019 in un’intervista per “The Economist”, il presidente Emmanuel Macron dichiarava l’alleanza atlantica in uno stato di “morte cerebrale”, un commento che aveva suscitato scalpore.

Nel contesto del divario fra Europa e Stati-Uniti corrispondente alla presidenza Trump e tenendo in conto le visioni multipolari, la Francia si era fatta poi portatrice di una linea di “autonomia strategica europea”.

Nell’accezione francese, l’autonomia strategica europea dovrebbe condurre a una crescita delle capacità militari europee in modo tale da affermare l’indipendenza dell’Europa, anche ai confronti degli Usa. Questo slogan politico ha conosciuto una particolare fortuna perché è stato interpretato in modo variegato da una serie di attori europei che proiettavano i propri desideri, anche sposando una visione di equidistanza dell’Europa nei confronti delle varie potenze mondiali (Cina, Russia, Stati Uniti) oppure traducendo il concetto in termini tecnologici o addirittura commerciali.

Per i francesi riprendeva anche la proposta fatta sotto la presidenza Chirac di un’ “Europa potenza”, una classica visione che estende i concetti strategici francesi all’insieme dell’Europa. Oggi come ieri, però, la visione francese è ben lungi dall’incontrare un consenso automatico con Paesi che non hanno la stessa tradizione di proiezione strategico-militare. La Francia è ormai l’unico membro dell’Unione europea ad avere un seggio al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, mantenendo anche una propria capacità di dissuasione nucleare.

Inoltre l’alleanza militare fra Francia e Stati-Uniti non è mai stata rimessa in questione, anche durante la presidenza Trump. In Africa, ma non soltanto, esiste una lunga consuetudine di cooperazione militare attiva fra Parigi e Washington. La Francia si è dunque trovata anche trascinata su un terreno scivoloso di relativismo geopolitico mentre l’idea di una alleanza fra le più antiche democrazie, Francia e Stati-Uniti, è iscritta nel dna storico francese.

Inoltre, le velleità di avvicinamento con la Russia, che possono contare sul sentimento filo-russo di alcuni rappresentanti del Quai d’Orsay, si sono frantumate sulla durezza delle azioni del potere di Mosca. E non va poi dimenticato che la Francia, potenza globale, è in allarme di fronte all’espansionismo cinese, sia per le questioni di influenza geopolitica, ad esempio in Africa, che per la crescita di influenza di una forma di totalitarismo tecnologico che punta a un’egemonia mondiale.

La grande idea francese era di poter associare i partner europei al mantenimento della stabilità in Africa, da fare corrispondere con lo sforzo da compiere ad est dell’Europa per contenere l’espansionismo russo. Questa visione bilanciata sud/est di contribuzione ai vari obbiettivi strategici europei si è anche espressa nella bussola strategica compiuta al livello europeo.

Ultimamente la Francia aveva anche registrato alcuni successi in tal senso, con la partecipazioni della Repubblica Ceca, dell’Estonia, della Grecia, della Svezia, dell’Olanda, della Danimarca, del Belgio, del Portogallo e dell’Italia alla task force Takuba in Mali. Tutto bene quindi? Fino a un certo punto pero perché oggi il problema del quadro securitario nella zona è venuto a complicarsi con la successione del regime padre/figlio Déby in Ciad e l’ultimo colpo di stato in Mali che ha visto poi Macron paventare un ritiro delle truppe francesi. A questo punto ci si può chiedere che cosa andrebbe poi a fare i partner europei in Mali.

D’altro canto abbiamo costatato come la Francia non sia rimasta insensibile all’evoluzione della presidenza americana. Da quando Joe Biden manifesta esplicite aperture per rilanciare il legame transatlantico, la posizione francese si è fatta meno assertiva in materia di autonomia strategica europea.

La strategia dell’Eliseo esprime varie contraddizioni, fra una classica visione di potere europeo e la consapevolezza dei bloccaggi che devono portare a una certa prudenza. Constatare queste numerose sfumature dovrebbe riassicurare i partner europei e americani. Nei dubbi francesi si celano difficili tentativi di compromesso fra l’intrinseco desiderio di potenza e un realismo che tra l’altro si esprime ormai con un orizzonte essenzialmente europeo.

Al di là delle dichiarazioni, significa che esistono margini veri di compromessi, anche nel contesto europeo, anche perché la legittimità internazionale della Francia dipende ormai del suo grado di europeizzazione, come ben osserviamo in Sahel. E infine non va dimenticato che la politica francese ha spesso messo in cena un’opposizione dialettica con gli Usa, un fattore spesso apprezzato all’interno, mentre la solidità dell’antica alleanza militare fra i due Paesi non si è mai incrinata.

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