Fiori di carta di marzo

Fiori di carta di marzo
Raccontare una storia struggente senza perdercisi è quanto è riuscito a Susanna Tamaro in questo "Per sempre" (Giunti, pp. 222, euro 18), per di più restando fedele ai suoi temi e ai suoi toni.
I grandi temi dell’esistenza Susanna Tamaro li affronta senza infingimenti, di petto, per raccogliere sulla pagina il frutto di un’esperienza di vita che le ha suggerito la strada diritta che tocca percorrere su questo mondo.
 
Certo, e non da quest’ultimo libro, parlando della vita e della morte, dell’amore e della sofferenza, della natura e della storia con disarmante semplicità, Susanna cammina sul ciglio di un burrone, basterebbe un passo falso a farla precipitare senza rimedio nella banalità o, quel che è peggio, nella menzogna; a trattenerla, piuttosto che il gusto o la prudenza, è, invece, il nitore di una scrittura che mai cede all’effetto per dire i sentimenti e le cose, i pensieri e i gesti, cosicché il lettore partecipa commosso allo svolgersi della vicenda, stupefatto di non essere neppure tentato da quel sorriso di sufficienza che immaginava l’avrebbe distaccato dalla pagina un po’ infastidito.
 
Raccontare una storia struggente senza perdercisi è quanto è riuscito a Tamaro in questo Per sempre (Giunti, pp. 222, euro 18), per di più restando fedele ai suoi temi e ai suoi toni, che tornano al tempo stesso eguali e più ricchi, come se la maturità l’avesse aiutata a sfrondare il racconto, semplificandolo nella struttura, ma approfondendone il senso.
 
La storia è lineare e terribile: sono ormai quindici anni che Guido ha perduto la moglie in un incidente d’auto che ha lasciato il dubbio sulla volontà della donna di uccidersi assieme al figlioletto, e di fronte alla disgrazia si è subito sentito perduto, cercando conforto nello stordimento dell’alcool e nel desiderio di autodistruzione; ha poi cercato rifugio nella solitudine di un eremo montanaro, provando a vivere del proprio lavoro della terra, mentre continuava a interrogarsi sul perché di un destino così irragionevolmente tremendo.
 
Piano piano, attraverso un doloroso scavo interiore, ripercorrendo nella memoria le tappe del suo rapporto con Nora, Guido ritrova un intimo e insperato equilibrio, che è il frutto anche della lezione testamentaria del padre, che gli ha scritto: «Il destino non è altro che la strada che devi fare per incontrare te stesso. Di ogni cosa, dunque, prima o poi, devi farti una ragione».
Nel silenzio di un isolamento prolungato Guido impara ad ascoltare la terra, a lavorarla con le proprie mani, a pascolare le bestie, ad ammirare la bellezza della natura, a proteggerne la straordinaria fragilità, e riscopre «il desiderio di incontrare l’altro», il piacere del dialogo, la volontà del confronto.
 
Tamaro, si sa, è animata dal fervore di una fede che si è accesa più forte dopo Va’ dove ti porta il cuore (1994) e che resiste coriacea alle prove della vita; in questo Per sempre già il titolo sottolinea la definitività delle scelte esistenziali: «Esiste solo il “per sempre”» risponde Guido a Nora, ancora fidanzata, dall’inizio segnando la direzione che ha scelto e che guiderà il suo destino.
A questa determinazione corrisponde una inquieta diffidenza rispetto alla modernità, alle sue invenzioni, ai suoi costumi, ai suoi oggetti persino: il moplèn, «il sintetico – l’alfiere della modernità – aveva fatto irruzione nelle nostre vite», e con esso il televisore e tutte le altre diavolerie industriali, mentre la natura violata è sofferente.
 
Quel che conta è non lasciarsi travolgere dal rumore devastante di un presente affannato e volgare per restare fedeli ai propri sentimenti, agli slanci spontanei, al significato delle parole, come soprattutto la poesia è capace non solo di esprimerlo ma anche di trasformarlo in un «ponte lanciato» tra le persone che si amano.
 
Il dolore acceca, porta a smarrirsi, a confondersi, a non capire e, quindi, anche a non riuscire più ad amare, ma quando «l’eterno irrompe – di nuovo – nel tempo» e ne riascoltiamo la voce, ne riconosciamo il calore, è finalmente possibile vedere e intendere tutto quello che ci era intanto sfuggito e così i misteri più oscuri si rivelano intellegibili, anche i gesti più assurdi riacquistano senso e le nostre pene terribili, seppure non scompaiono, ci appaiono tollerabili.
ultima modifica: 2012-03-27T12:34:00+00:00 da Cesare De Michelis