Fiori di carta di Luglio

Fiori di carta di Luglio
La protagonista di "Limbo" è un maresciallo degli alpini alla fine di una missione di pace in Afghanistan. Ma Può il limbo essere metafora della nostra condizione esistenziale? Melania Mazzucco scommette su questo.
Può il limbo essere metafora della nostra condizione esistenziale in questo incerto inizio di millennio? Melania Mazzucco scommette su questo, su una parola più di tutte lontana dall’esperienza e che però a lei sembra carica di senso, anzi di una pluralità di significati, tanto è vero che nel corso del romanzo – Limbo, appunto (Einaudi, pp. 480, euro 20) – compare più volte in contesti diversi e con significati niente affatto coincidenti.
 
Dapprima è un videogame, dove un bambino in una foresta cerca la sorellina che è sparita o si è persa, poi indica lo stato d’animo di chi attraversa la convalescenza sospeso tra la salute e la malattia, oppure l’incertezza di un condannato a morte in attesa di un’esecuzione ogni volta rinviata, o ancora, più concretamente, una parte periferica della cornea – un «margine» o un «orlo» – e, infine, è sempre il luogo dell’oltretomba dantesco «che accoglie coloro che saranno esclusi per sempre dalla grazia, anche senza colpa», le anime che hanno avuto una vita mancata e conservano inconsolabili il rimpianto di quell’altra che avrebbero potuto avere.
 
Il senso della metafora, dunque, è netto, inequivocabile: viviamo, qui e ora, in un’assenza che rivela una tensione verso una compiutezza che non c’è e che ci sfugge ogni volta, e il romanzo – questo romanzo – è il viaggio, l’avventura, l’attesa di un superamento, di una fuoriuscita, tanto che la stessa scrittura viene descritta nella pratica della protagonista – a essa invitata dallo psichiatra, per terapia – «come un avanzare nelle tenebre col visore notturno», che rivela «ciò che si nasconde nella notte o ciò che è passato», fino a quando finalmente «si vede con chiarezza». La scrittura, insomma, sarebbe capace di segnalare «una presenza che è anche un’assenza», «non consola, non salva, non resuscita i morti, non recupera ciò che si è perduto.
 
Ma registra il passaggio. Trascrive l’assenza». Muovendo da questa esplicita consapevolezza dell’autrice si può meglio intendere una storia per molti aspetti complessa e ricca di accadimenti e personaggi, che altri ha sbrigativamente frainteso, riducendola alla misura dell’esperienza, o controllando la corrispondenza con la cronaca, per definirne la «verità»; invece quel che conta nello spazio di una libertà conquistata a carissimo prezzo, nel fuoco di una guerra terribile, è «la possibilità» e «la verosimiglianza», il senso, cioè, che alla fine deve emergere senza equivoci.
 
La protagonista di Limbo è il maresciallo degli alpini Manuela Paris, che proprio alla fine di una missione di pace in Afghanistan resta vittima di un attentato nel quale perdono la vita tre compagni del suo battaglione, ed è quindi costretta a ricominciare da capo mettendo in discussione quanto sinora ha fatto e quanto potrà ancora fare, contesa tra il complesso di colpa e il desiderio di resurrezione.
La ragazza – ha ventotto anni – durante quell’inverno di pausa si innamora di un uomo che per tutt’altre ragioni si trova in una situazione persino più radicalmente sospesa, ed è circondata da una famiglia confusa e precaria, in uno spazio anch’esso incerto tra la memoria di un incanto naturale e il presente di un’urbanizzazione stravolgente.
 
Tutto, insomma, corre su un crinale senza rete e sembra privo di via d’uscita: in guerra i soldati sono «nel nulla circondati dal niente», proprio come nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, ma, se a ognuno di noi era niente, insieme eravamo tutto, eppure alla fine della missione «niente è sopravvissuto. Né le cose né le idee – né le speranze né i sogni né i ricordi», perché «l’esplosione ha disintegrato il gruppo, spezzato i legami».
Se può sembrare facile «capire che cosa fuggire» se si è cresciuti «tra le esalazioni mefitiche della mediocrità e del fallimento», è tutt’altro che semplice sapere dove andare, tanto più che «sbagliare la propria vita è una cosa tremenda».
Ci voleva una donna soldato, una sorta di ossimoro vivente, di protagonista di una metamorfosi incompiuta, per riassumere in sé tutte le tensioni della «crisi» che incombe e per districare il groviglio di sentimenti e valori che ne è lo scenario.
ultima modifica: 2012-07-20T15:44:00+00:00 da Cesare De Michelis