Tutte le mosse energetiche della Russia con Turchia, Grecia, Germania e Cina

Tutte le mosse energetiche della Russia con Turchia, Grecia, Germania e Cina
L'approfondimento di Gabriele Moccia

In queste settimane la Russia è tornata alla ribalta della geopolitica energetica con una serie di mosse sullo scacchiere internazionale.

DOSSIER TURKSTREAM

La prima pietra di questa strategia passa dalla della normalizzazione dei rapporti russo-turchi. Mosca ha ricevuto in questi giorni il via libera dalle autorità turche per il primo permesso relativo alla costruzione del gasdotto TurkStream. La compagnia energetica Gazprom ha fatto sapere che il primo ok è arrivato dalla diplomazia turca “nel quadro delle procedure di preparazione per la ripresa del progetto”. “Vorrei sottolineare la rapidità e il coordinamento con i nostri partner turchi in questa prima fase dell’attuazione del TurkStream”, ha sottolineato il ceo di Gazprom Alexei Miller. Le autorizzazioni riguardano la tratta sottomarina del progetto e, come hanno evidenziato anche gli analisti di Mediobanca, si tratta di una buona notizia anche per Saipem che ha il know-how per aggiudicarsi la commessa e si è vista cancellare unilateralmente dai russi (solo un anno fa) il mega contratto per la posa dei tubi del South Stream.

IL RUOLO DI SAIPEM

Discorso diverso, invece, per Eni. Come ha avuto modo di ribadire l’amministratore delegato, Claudio Descalzi, il Cane a sei zampe non è interessato al progetto del tubo, “Turkish Stream non ci interessa. Non ci interessa partecipare alla realizzazione di pipeline. Non siamo una compagnia che fa trasporto di gas che non è nostro”, ha detto Descalzi, ribadendo ancora una volta il cambio di strategia che la sua guida vuole imporre alla compagnia energetica nazionale (focus massimo su esplorazione e produzione) e lasciando il “cerino” della scelta se aderire o meno ai piani geopolitici di Mosca alla Snam di Marco Alverà.

LA TEMPISTICA RUSSO-TURCA

Del resto, il Cremlino non ha mai smesso di pensare al corridoio energetico sud come rotta alternativa al mercato europeo e, il fallito colpo di stato ai danni del presidente turco Erdogan, non ha fatto altro che intensificare gli sforzi per rilanciare, insieme ad Ankara, l’iniziativa energetica. Secondo quanto annunciato dal ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, la firma definitiva dell’accordo tra Russia e Turchia sul gasdotto russo-turco dovrebbe avvenire il mese prossimo, mentre Mosca continua a sfruttare le pieghe delle differenti vedute in campo energetico da parte dei paesi Ue, come la Grecia, per rafforzare la propria presa.

I POUR PARLER CON LA GRECIA

Putin ha spedito ad Atene il vicepremier Arkadj Dvorkovich per discutere direttamente con il premier Tsipras di un coinvolgimento greco nei piani per il TurkStream. La conferma dei colloqui è arrivata anche da parte greca, come ha detto alla stampa Dimitris Velanis, consulente del primo ministro greco, confermando l’interesse ha realizzare piani congiunti. Quindi, se è vero che sembra definitivamente tramontata ogni possibilità di vedere in auge il progetto del South Stream, con buona pace delle aspettative della Bulgaria di diventare il nuovo hub di ingresso per le forniture russe, Putin sembra nuovamente puntare su un asse con il premier Tsipras, nonostante le forti pressioni americane per mantenere la Grecia nell’orbita energetica che Bruxelles e Washington hanno disegnato per l’Unione europea.

COSA FANNO GLI STATI UNITI

Tuttavia, nonostante l’impegno dell’amministrazione Obama (vedi la presenza quasi in pianta stabile in Grecia e nei Balcani dell’inviato speciale Usa per gli affari energetici, Amos Hochstein) ci sono alcuni fattori che potrebbero indebolire l’iniziativa americana nei prossimi mesi: il possibile fallimento dei negoziati sul Ttip (che regola anche i flussi di shale gas verso i rigassificatori europei); il rallentamento della produzione energetica Usa (dovuto anche alle greppie del sistema finanziario che non riesce più ad alimentarlo adeguatamente) e, infine, l’incognita legata alle elezioni presidenziali.

LO SCENARIO TRUMP

Una eventuale vittoria di Trump potrebbe forse allentare la guerra fredda energetica innescatasi tra Washington e Mosca per il controllo dei mercati, soprattutto per quello europeo. Si tratta di uno scenario possibile che sta dando spazio al Cremlino per cogliere l’attimo e sfruttare questa fase d’impasse per tentare di completare anche i propri piani settentrionali sull’Europa, ovvero il progetto del Nord Stream 2, seconda direttrice dell’offensiva energetica putiniana.

CHE SUCCEDE IN GERMANIA

A settembre, la domanda di gas russo nei paesi che si trovano lungo il percorso del Nord Stream 2, in particolare in Germania, è aumentata di circa un terzo nella prima metà di settembre, precisamente del 27,9 per cento rispetto allo stesso periodo del 2015, segno che, in attesa che tubi come il Tap siano pienamente operativi o che si risolva la crisi libica, la dipendenza energetica europea dalla Russia è tutt’altro che terminata. Non è un caso che sempre sul Nord Stream 2 si stia cominciando anche con i primi passi operativi.

LE ULTIME MOSSE RUSSE

Sempre in questi giorni Gazprom ha annunciato di aver depositato al governo svedese la domanda di autorizzazione alla costruzione del tubo che collegherà la Russia alla Germania passando dal mar Baltico e in una recente riunione tenutasi in Svizzera i paesi europei interessati al progetto avrebbero confermato il loro interesse a proseguire, nonostante le obiezioni dell’antitrust polacco che avevano portato al ritiro della joint venture tra Engie, Gazprom, Omv, Shell, Uniper (ramo di E.ON) e Wintershall, ovvero le aziende coinvolte nel raddoppio del Nord Stream.

LE INTESE CON LA RUSSIA

Ma parte dello sviluppo dell’industria energetica di Mosca passa anche per l’Asia, dove i rapporti con Pechino si stanno facendo più intensi con la sigla dell’accordo per la costruzione del gasdotto Power of Siberia, che dovrà collegare i due paesi in futuro, anche se per un progetto così mastodontico molto dipenderà, alla fine, dai fattori di redditività legati al tubo che non potranno prescindere dall’andamento futuro della domanda di energia del dragone (previsto in calo nel prossimo biennio) e dall’eventuale aumento della produzione interna d’energia, visto che la Cina, ad esempio, sta puntando molto sullo sviluppo dello shale gas, in particolare nella regione del Sichuan.

ultima modifica: 2016-09-22T11:48:21+00:00 da Gabriele Moccia

 

 

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