Idea utile per un fisco sviluppista in vista della Legge di stabilità

Idea utile per un fisco sviluppista in vista della Legge di stabilità
La proposta dell'economista Giovanni Tria

Sulle scelte di politica fiscale che verranno incorporate nella prossima legge di stabilità è inutile discutere o polemizzare, perché queste scelte ancora non ci sono, o se ci sono non si conoscono. Tuttavia si può dibattere sulle ipotesi in campo, perché dall’analisi di queste ipotesi dovrebbero scaturire le scelte (se ancora come crediamo non sono definite).

In linea generale due sono le questioni principali che richiedono una scelta. La prima è rappresentata dagli spazi esistenti per operare riduzioni del prelievo fiscale e contributivo. La questione è solo apparentemente oggettiva perché dipende dalla volontà di non oltrepassare soglie di deficit e dalla capacità di reperire risorse, cioè tagli di spesa da destinare a riduzioni fiscali. La seconda questione riguarda la composizione, a parità di pressione fiscale, del prelievo, il che significa scegliere dove ridurlo e dove, in caso, aumentarlo.

Sulla prima questione, il governo è impegnato nel tentativo di trovare spazi contrattando decimali, cioè qualche miliardo di deficit in più, ma non ci aspettiamo strappi politici in un’Europa in cui tutti i leader di governo sono meno forti di un anno fa e in cui l’idea di monetizzare parte del deficit è ancora un’opzione non pervenuta al livello delle decisioni europee. Probabilmente serve qualche disastro economico ulteriore perché si arrivi a una svolta in tal senso. Di conseguenza conviene concentrarsi sulla questione relativa alla composizione della manovra fiscale, piuttosto che sulla sua entità in termini di impatto sul deficit di bilancio, perché questa scelta è totalmente nazionale, anche se può influire nella contrattazione con la Commissione europea.

La scelta preliminare è tra azioni temporanee (bonus vari e decontribuzioni temporanee), e azioni strutturali e cioè provvedimenti permanenti che consentano calcoli di convenienza di medio lungo periodo agli operatori. E’ ovvio che la seconda opzione sia preferibile, ma allora perché fino ad oggi non è stata questa la scelta prevalente? La risposta è che, con risorse limitate, presumibilmente si sia voluto ottenere un effetto, e quindi un ritorno politico, immediato (vedi decontribuzione sui nuovi assunti a sostegno del job act), con la speranza che una riresa economica di tipo esogeno risolvesse il problema della temporaneità degli effetti. Un provvedimento di riduzione fiscale temporaneo ha infatti l’effetto di anticipare temporalmente alcune scelte, ad esempio anticipare assunzioni o investimenti già previsti e decisi, ma se la crescita economica e le aspettative ad essa relative non cambiano, si ha poi un effetto negativo di rimbalzo.

Solo interventi strutturali possono cambiare le aspettative di medio-lungo periodo su cui si basano le scelte relative alle attività economiche. D’altra parte se queste aspettative non cambiano non si hanno neppure gli effetti di domanda. Se quindi sono vere le ipotesi in discussione relative a decontribuzioni o bonus fiscali ancora limitati ad un anno, credo che non ci si possa aspettare null’altro che quanto oggi sta accadendo, cioè poco. Si dirà che non vi sono le risorse per interventi strutturali significativi e non bastano i margini di flessibilità. Credo che le cose non stiano così, se si fanno scelte precise. Ci sono 15-16 miliardi di clausole di salvaguardia che riguardano IVA ed accise. Smettiamo di cercare la copertura per un rinvio ulteriore, facciamole scattare e utilizziamo tutto l’ammontare per intervenire su cuneo fiscale, Irpef e tassazione d’impresa in modo strutturale. Si tratta di un punto di Pil.

In questo modo si avvierebbe il necessario riequilibrio del rapporto tra tassazione diretta, cioè sui redditi, e tassazione indiretta, cioè sui consumi, riequilibrio che favorisce la crescita e la competitività perché riduce la tassazione sui fattori produttivi. Si tratta di un’azione fiscale che si propone di agire più dal lato dell’offerta che della domanda ed è la politica raccomandata anche in sede europea. Ciò non significa che non sia bene anche ridurre il livello complessivo della pressione fiscale e contributiva dal momento che vi è un problema di domanda. Ma a questo fine andrebbero superate le regole europee, perché non si sostiene la domanda senza maggiore deficit, e anche una eventuale riduzione della spesa corrente dovrebbe essere compensata da una maggiore spesa per investimenti.

Tuttavia, non vanno confusi i due piani. Quel che qui si afferma è che anche a parità di bilancio e di pressione fiscale c’è spazio per interventi strutturali a favore della crescita modificando la composizione del prelievo.

ultima modifica: 2016-09-01T08:31:43+00:00 da Giovanni Tria

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