Chi sono i top manager che non voteranno Donald Trump

Chi sono i top manager che non voteranno Donald Trump
L'approfondimento di Emanuele Rossi

Secondo un’analisi uscita una settimana fa sul Wall Street Journal, nessuno dei Ceo delle Fortune-100, ossia gli amministratori delle cento più grosse aziende americane, ha donato fondi per la campagna elettorale di Donald Trump dopo agosto (a fine luglio la convention repubblicana di Cleveland l’ha incoronato candidato per la Casa Bianca).

UN BACINO STORICO

Quella del WSJ è una notizia di per sé, considerando che nel 2012 un terzo di quei stessi manager sosteneva apertamente il candidato repubblicano Mitt Romney: e dunque a The Donald manca un altro bacino di voti che solitamente vanno ai candidati dell’Elefantino – bacino preziosissimo, sia dal punto di vista elettorale che proprio finanziario. Ma c’è di più, perché mentre 89 di questi top dirigenti da salari stellari che hanno dato sostegno durante le primarie ad altri candidati repubblicani (per esempio Jeb Bush o Marco Rubio) dicono che non voteranno Trump, addirittura 11 stanno sostenendo la sua avversaria, la democratica Hillary Clinton.

L’ESTABLISHMENT ECONOMICO SCAPPA DA TRUMP…

Non c’è solo l’esempio dell’amministratore delegato di General Electric, Jeffrey Immelt, che ha definito i commenti di Trump su messicani e musulmani “inaccettabili” in un’intervista a Vanity Fair il mese scorso, mentre aveva donato a favore del senatore Lindsey Graham per le primarie del Grand Old Party (anche Graham non ha risparmiato parole dure per Trump, a giugno invitava pubblicamente i colleghi di partito a non sostenerlo perché è una “cosa anti-americana”). C’è di più, per esempio Meg Whitman, amministratrice potentissima di Hewlett-Packard, storica fund-raiser repubblicana e candidata a governatrice della California nel 2010, che ha annunciato che sosterrà Hillary perché, parole sue, Trump è “un demagogo disonesto” che potrebbe “guidare il paese verso un viaggio molto pericoloso” mettendo a rischio la democrazia americana: il New York Times ha raccontato di una riunione confidenziale in cui la manager definiva il magnate candidato presidenziale una sorta di “Hilter o Mussolini”. Magari è esagerato – il sistema democratico statunitense è forte e robusto–, fatto sta che Whitman ha anche annunciato di voler coinvolgere il suo circolo di amici (non una pro-loco di un paesino, ma un gruppo di potenti dirigenti e imprenditori) nelle sue attività a sostegno della candidata democratica. C’è addirittura chi, come il numero uno di Intel Brian Krzanich ha perfino annullato un incontro con il tycoon newyorkese prestato alla politica. Krzanich è uno che bazzica i centri del potere (lo scorso aprile sua moglie Brandee era stata incoronata dai gossippari della capitale miglior abito per la cena di stato alla Casa Bianca in occasione della visita ufficiale giapponese) e l’imbarazzo dell’incontro con Trump, che si doveva svolgere a giugno a casa sua, era salito al punto che il manager durante il Fortune Brainstorm Tech ad Aspen, in Colorado, s’è sentito in dovere di dare una spiegazione ufficiale: tutto era saltato, e comunque si sarebbe trattato solo di una chiacchierata informale sul futuro dell’industria tech, sottolineava, niente sostegno politico per quello che ancora era uno dei candidati Rep in corsa, non il.

…PERCHÈ?

Ed Rogers, un lobbista e consulente repubblicano, ha spiegato al WSJ che tra le ragioni del mancato sostegno – oltre al timore che l’isolazionismo trumpiano possa chiudere le porte al mercato – c’è pure la paura dei manager di provocare un contraccolpo tra i dipendenti o tra i clienti. E dunque, i dirigenti temono che sostenere Trump potrebbe significare perdere autorevolezza sul posto di lavoro e sfocare l’immagine della società che rappresentano (per esempio, che cosa penserebbe una ragazza con problemi alimentari se il suo capo o la ditta di cui è cliente desse appoggio a un politico che ha definito l’ex Miss Mondo ora un po’ sovrappeso Alicia Machado “miss piggy”, una “massa di lardo”, una che “si mangerebbe la palestra intera”?). Non è un’affermazione pretenziosa quella del lobbista: Palmer Luckey, il Ceo di Oculus VR, una start up per la tecnologia tridimensionale tra le principali acquisizioni di Facebook, ha dovuto scusarsi pubblicamente perché erano uscite notizie – vere – su un suo finanziamento da 10 mila dollari a Nimble America, una società pro-Trump che si è occupata, tra le altre cose, di creare meme offensivi contro Hillary Clinton; “Sono profondamente dispiaciuto che le mie azioni hanno avuto un impatto negativo sulla percezione di Oculus e dei suoi partner” spiegava.

SI VA ANCHE SENZA ESTABLISHMENT…

Mano a mano a Trump sta iniziando a mancare ogni genere di appoggio canonico abitualmente dai repubblicani. Lunedì Michael Reagan, il figlio dell’ex presidente repubblicano Ronald, tweettava che suo padre non avrebbe dato supporto alla campagna di Trump e che addirittura sua madre Nancy avrebbe votato per “HRC”, ossia Hillary Rodham Clinton. Sempre via Twitter è arrivato il selfie di Barbara Bush Jr, figlia e nipote di presidenti repubblicani, scattato a un evento di moda a Parigi insieme a Huma Abedin, la factotum di Hillary da anni in odore di ruoli di primo piano nel futuro staff. Il 27 settembre il consiglio editoriale dello storico Arizona Republic ha pubblicato l’endorsement a Hillary: si tratta della prima volta dal 1890, anno di fondazione, che il giornale dà il proprio sostegno a un candidato democratico, “This year is different”, scriveva. Eppure, nonostante i dati della Federal election commission (che monitora i finanziamenti dei candidati alle presidenziali) spulciati dal WSJ parlino chiaro, e nonostante l’assenza di figure di spicco dietro a Trump, lui continua a rimanere incollato a Clinton. Anzi. È possibile che l’assenza di questo apparato politico-economico possa giovare alla candidatura di Trump, perché è il più emblematico segno di distacco dall’establishment, quello storico che ha accompagnato il partito che rappresenta e i partiti americani in generale.

…ANZI, PURE MEGLIO

Non è il partito o le sue roccaforti a dare potenza elettorale a Donald Trump. La questione l’ha spiegata come pochi Rush Limbaugh, conduttore radiofonico conservatore. Il suo seguitissimo Show (Premier Networks) è uno dei capisaldi ideologico-programmatici del trumpismo da anni, ancora prima che arrivasse Trump. Stiamo parlando di uno degli stilemi della deriva repubblicana attuale, insieme per esempio a sito come Breitbart News, diretto fino a due mesi fa da Stephen Bannon, attualmente executive officer della campagna Trump-2016 e guru dei nuovi Rep, spostati molto a destra su tematiche come l’immigrazione, tendenzialmente cospirazioni, isolazionisti, aggressivi, urlanti come Breitbart. Queste accezioni che potrebbero sembrare negative, sono in realtà l’aspetto che rende Trump efficace sul suo elettorato, dice Limbaugh: i voti gli arrivano da gente che vede l’establishment, la politica, il governo, come qualcosa da ribaltare e scoperchiare. Aggiunge Limbaugh che quando chi vota Trump vede un in televisione Hillary la vede “robotica”, “noiosa”, interessata a secondi fini, e non gli importa della presidenziabilità – uno degli aspetti su cui è ruotato il primo dibattito tra i due candidati il 26 settembre. Trump ha rubato la fiducia degli elettori per essersi sempre presentato come qualcosa di diverso, e per questo l’assenza di certi endorsement potrebbe essere un patrimonio elettorale per lui. In sintesi: quando i ricconi di Wall Street, i manager delle società più forti, i politici più noti, o i giornali più influenti non danno sostegno al candidato repubblicano, il suo elettorato rafforza la convinzione di aver scelto il cavallo giusto, perché considera tutto il resto come ingranaggi di un sistema che sente avverso, avversario, insostenibile.

ultima modifica: 2016-10-05T07:47:39+00:00 da Emanuele Rossi

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