La sfida di Diego Piacentini sul digitale

La sfida di Diego Piacentini sul digitale
L'articolo di Marco Mayer, docente di Cyberspace and International Relations alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa

La rivoluzione digitale è un fenomeno globale, ma il suo impatto nei singoli paesi è fortemente differenziato. In alcune nazioni essa rappresenta un fattore di crescita e di benessere, in altre – al contrario – produce effetti negativi: perdita di competitività, emarginazione e declino.

In Italia la perdurante assenza di una politica pubblica digitale (cyber public policy) sta producendo danni gravissimi nel breve e nel medio periodo. Il Paese, da un lato, rischia di subire tutte le conseguenze negative prodotte dai processi di digitalizzazione (soprattutto in termini di disoccupazione dei lavoratori con qualifiche di livello medio-basso). Dall’altro, corre il rischio di perdere la più rilevante opportunità di crescita di questo decennio (posti di lavoro qualificati in tutti i settori industriali e nei servizi, ricerca universitaria e privata, produzione di know how, imprese innovative e startup).

Sintomo della debolezza italiana è il fatto che le grandi major digitali hanno in Italia quasi esclusivamente uffici commerciali, a differenza di quanto avviene in altri Paesi europei. La situazione è grave anche sul piano della sicurezza, dal momento che l’appropriazione indebita di brevetti, ricerche, prototipi, ecc. è cresciuta a livello esponenziale mettendo a repentaglio il patrimonio strategico-militare, industriale, tecnologico e scientifico italiano. La proprietà intellettuale del paese è quotidianamente soggetta a una minaccia silente, ma a differenza di altri paesi, tra i cittadini e in vasti segmenti del mondo imprenditoriale, la sensibilità per la cyber security awareness resta tuttora molto scarsa.

Crescita e sicurezza sono in realtà due facce della stessa medaglia, in quanto una strategia digitale competitiva e orientata allo sviluppo non può non comprendere una dimensione security caratterizzata dai più elevati standard internazionali. La cyber security è innanzitutto un’attività preventiva e pertanto dovrebbe essere “embedded” nei processi, nelle reti e in tutti i dispositivi.

Un ulteriore elemento di debolezza è costituito dalla spaventosa frammentazione che contraddistingue da anni il processo di digitalizzazione della Pa. Un settore che in teoria potrebbe, invece, rappresentare uno straordinario volano di crescita per il Sistema Paese. Il settore pubblico è diviso in tanti compartimenti stagni e la digitalizzazione “materiale” (spesso anche obsoleta) è stata sinora incapace di garantire interoperabilità tra le diverse amministrazioni centrali, tra lo Stato e le autonomie territoriali, né un’ efficace comunicazione tra autorità pubbliche, cittadini e imprese. Le stesse consistenti forniture pubbliche di servizi digitali (via Consip o senza Consip) sono la somma di esigenze settoriali – se non occasionali – e non hanno a monte un piano di riorganizzazione trasversale della Pa capace di sfruttare in modo efficiente e creativo la vasta gamma di soluzioni offerte dalla rivoluzione digitale.

In numerosi casi – in assenza di un modello organizzativo ben definito – la digitalizzazione delle procedure pubbliche ha prodotto e tuttora sta producendo tragi-comici effetti boomerang. Alcuni dei fenomeni più eclatanti – si pensi alla mera scannerizzazione del cartaceo – si sono verificati nei ministeri della pubblica istruzione e della sanità, per non parlare dell’arretratezza organizzativa e tecnologica di numerose Asl, regioni ed enti locali.

Non si intendono qui negare alcuni progressi (fatturazione elettronica e ricettari medici digitali in alcune regioni virtuose, sperimentazione della carta di identità elettronica in qualche grande comune, ecc.), tuttavia la dispersione di energie e la frammentazione istituzionale sono ancora elevatissime, come peraltro ha dimostrato il dibattito parlamentare sull’emendamento Quintarelli in sede di riforma costituzionale (in questo caso un risultato politico positivo). La storica divaricazione tra Ministero degli Interni e Ministero dell’economia in materia di anagrafi – e l’ambiguità normativa e gestionale che in questi anni ha contraddistinto il ruolo e le attività dell’Agid – sono solo altri due esempi delle difficoltà esistenti.

In linea di principio, si potrebbe facilmente delineare una politica governativa, investimenti pubblici e una legislazione all’altezza delle nuove sfide, anche perché è oggi possibile far tesoro delle esperienze positive e negative di altri paesi. Il punto centrale non è di policy, ma di politics (la governance in area Cyber, sicurezza compresa) e di comunicazione politica. La politica italiana dovrebbe riflettere sul fatto che la rivoluzione tecnologica non si limita a creare lo spazio cibernetico (il cosidetto cyberspace o quinto dominio).

E’ l’intera realtà sociale e culturale che cambia; viviamo ormai in una vera e propria “società digitale” caratterizzata – a mio avviso – da cinque proprietà combinate ed inedite: iper-connettività a livello globale; iper-velocità della comunicazione; iper-memoria (miniere digitali o Big Data); iper-automazione dei processi (Iot); iper-capacità mimetica.

Quest’ultima caratteristica presenta giganteschi problemi di attribuzione non solo degli attacchi informatici, ma anche in termini di influenza dell’opinione pubblica e di manipolazione occulta del mercato.

La società digitale pone dunque in termini totalmente rinnovati la responsabilità politica dello Stato contemporaneo per quanto riguarda le politiche pubbliche, le strutture amministrative, i processi decisionali, i diritti civili e politici, la sicurezza e i servizi al cittadino. Nella cultura della Silicon Valley i valori dominanti sono tecnologia e mercato, mentre la democrazia resta in ombra.

Recenti studi hanno anche ipotizzato la presenza, all’interno delle società digitali, di un crescente grado di manipolazione politica (alcuni algoritmi nati per ragioni commerciali e pubblicitarie eserciterebbero – in termini preterintenzionali o per dolo – un’influenza di carattere politico). Si sostiene – ad esempio – che una percentuale crescente di elettori incerti sia influenzata, in termini subliminali e di persuasione occulta, dai motori di ricerca.
Due docenti statunitensi di psicologia, Robert Epstein e Ronald Robertson, hanno studiato i comportamenti dell’elettorato incerto in India e negli Stati Uniti ipotizzando che una consistente percentuale è inconsapevolmente influenzata dalle ricerche in internet. Epstein e Robertson hanno definito questo fenomeno con l’acronimo Seme (search engine manipulation effect). Questa ipotesi tuttavia è contrastata da opinioni opposte.

Al di là della ricerca menzionata di cui è arduo verificare l’attendibilità – la verità è che non è affatto semplice conciliare i tempi, gli spazi e gli imperativi della società digitale con i valori fondanti delle democrazie contemporanee –un problema che rischia di aggravarsi ancor più ad ogni ulteriore balzo in avanti della tecnologia.
Su questo punto in Italia si registra un grave ritardo culturale e politico. Il tema è sostanzialmente assente dallo spazio pubblico; così come scarsa è la partecipazione delle università e delle imprese nazionali ai grandi appuntamenti internazionali sulla governance relativa al futuro di internet e del cyberspace.

In Italia, inoltre, sul piano della politics la molteplicità delle autorità politiche e tecniche deputate (ministro dello Sviluppo economico, ministro della Funzione pubblica, Interni, Difesa, altri ministeri, regioni, Asl, Agid, altre agenzie, grandi comuni, ecc.) è in palese contrasto con la natura stessa della rivoluzione digitale. Per essere efficace tale rivoluzione richiede, infatti, la rottura dei compartimenti stagni e delle isole di potere (e delle relative gerarchie organizzative micro-settoriali). E’ necessaria una visione trasversale e unitaria che consenta di agire con velocità, con una catena di comando chiara e secondo una logica net-centrica coerente con una visione a lungo termine dell’intero sistema Paese.

Non vi è alcun dubbio che la politica digitale dell’Italia debba coinvolgere il governo nel suo insieme e pertanto dipendere direttamente dalla responsabilità politica del Presidente del Consiglio ed, eventualmente, per delega da un suo Sottosegretario. Nel mondo cyber e nella realtà tecnologica contemporanea e futura non c’è spazio per l’ “Italia dei dicasteri”, per l’ “Italia degli orticelli”, per l’ “Italia delle parrocchie e dei mille campanili”.

In questa logica, l’autorità politica dovrà dotarsi di uno strumento in grado di attuare e concretizzare le priorità dell’agenda politica. Sotto questo profilo la Presidenza del consiglio dovrebbe creare un nuovo ufficio o un nuovo dipartimento dedicato alla strategia ed alla politica digitale (cyber public policy), dotato di competenze adeguate sotto il profilo tecnico e di poteri effettivi sull’intera macchina centrale e periferica della Pa.

Questa struttura non dovrebbe tuttavia rappresentare, come spesso è accaduto in Italia, un livello burocratico aggiuntivo teso a verificare adempimenti procedurali in chiave giuridico-legale. Se tale dovesse essere il rischio, sarebbe meglio abbandonare del tutto il progetto di una sua costituzione. Al contrario, si tratterebbe di realizzare una struttura capace di dare input strategici ed operativi e che risulti effettivamente competitiva a livello internazionale, in linea con gli altri Paesi industrializzati (non solo le grandi potenze, ma anche il Regno Unito, la Germania e la Francia, per non parlare di piccoli Paesi come Israele e l’Estonia dove i processi di digitalizzazione – cyber security compresa – costituiscono un rilevante fattore di crescita economica). In questa logica un altro aspetto cruciale riguarda la necessità di una radicale revisione legislativa ed organizzativa dell’Agid.

Tuttavia, oltre al grave problema di politics/governance, esiste un altro aspetto critico di non facile soluzione, quello di una comunicazione politica decisamente fuorviante. Nella percezione di gran parte della classe politica, dei media e dell’opinione pubblica, la dimensione digitale è erroneamente associata a immagini effimere: al “gioco” dei selfie e dei cinguettii, al successo dei social network o comunque alla leggerezza del virtuale come se fosse un pianeta immaginario ed alieno dalla vita reale. Niente di più sbagliato. Queste cattive rappresentazioni nel mondo cyber sono solo la punta di un enorme iceberg.

La distinzione tra virtuale e reale non esiste più, se mai è esistita in precedenza. In ogni caso, siamo oggi di fronte ad una nuova e gigantesca “rivoluzione industriale” che ha riflessi dirompenti sulla vita di tutte le imprese, delle Pubblica amministrazione e di ogni singolo cittadino (sia sul piano sia lavorativo che della vita privata). E’ sbagliato pensare alla crisi economica come un effetto esclusivo della crisi finanziaria, anche se essa ne ha costituito un rilevante acceleratore; la crisi è dovuta a un cambiamento sistemico in cui i modelli organizzativi aziendali, i prodotti, le metodologie di produzione stanno cambiando rapidamente. Di conseguenza, i paesi che vinceranno saranno quelli più sensibili a cogliere e gestire l’innovazione del digitale, i paesi che sapranno mantenere i propri cervelli e attirarne di nuovi.

La rivoluzione digitale ha inciso profondamente anche nelle dinamiche della politica internazionale. Il cyberspace è diventato a tutti gli effetti un elemento di high politics, un terreno di confronto-scontro tra le grandi potenze anche per la crescente convergenza e integrazione tra dimensione civile e militare.

Per queste ragioni è il momento di rompere gli indugi: occorre dotare l’Italia di una strategia, di una struttura di governance e di una capacità organizzativa all’altezza delle sfide della rivoluzione digitale.

Il 29 settembre scorso il governo Renzi ha nominato Diego Piacentini (già numero due di Amazon) Commissario straordinario per il digitale. Gli obiettivi politici annunciati da Piacentini dopo la nomina sono ambiziosi e condivisibili:
“rendere più semplice la vita ai cittadini […] Far si’ che la macchina dello stato sia in grado di usare le tecnologie come accade in Gran Bretagna e negli Stati Uniti”.

Vedremo tra qualche mese se avrà una visione lungimirante, le idee chiare e soprattutto l’influenza necessaria per favorire il catch up dell’Italia. In bocca al lupo!

(Qui il testo completo in Pdf)

ultima modifica: 2016-10-14T07:00:14+00:00 da Marco Mayer

 

 

 

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