Perché il futuro del welfare in Italia passa (anche) dal contributo dei privati

Perché il futuro del welfare in Italia passa (anche) dal contributo dei privati
Chi c'era e cosa si è detto al convegno organizzato da Unipol dal titolo "A ciascuno il suo welfare. Bisogni mutevoli, scelte individuali, risposte integrate"

Un welfare cucito su misura per un Paese che cambia, magari invecchiando più in fretta degli altri e con qualche contraddizione in più. Della necessità di cambiare l’assetto dell’attuale sistema assistenziale e sociale italiano si è parlato questa mattina a Roma, in occasione del convegno “A ciascuno il suo welfare“, organizzato da Unipol e che, oltre ai vertici del gruppo assicurativo emiliano, ha visto la presenza del presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, di Confindustria, Vincenzo Boccia e dell’Inps, Tito Boeri, unitamente al sottosegretario al Mef, Pier Paolo Baretta. Al centro del confronto, il bisogno di ridisegnare il perimetro di molte prestazioni, rendendo il sistema sostenibile da un punto di vista finanziario alla luce di una società in rapido, rapidissimo, mutamento.

RISCRIVERE LA SANITA’

La prima questione finita sul tavolo dei relatori è stata la sanità. Che ogni anno allo Stato costa non meno di 112 miliardi, a fronte di una spesa sanitaria complessiva, inclusa quella privata, di 150 miliardi (qui uno speciale di Formiche.net sui costi della sanità). Per Federico Gelli, responsabile economico del Pd, non ci sono dubbi, occorre “ripensare la sanità italiana, adesso, perchè è ferma da almeno 20 anni. Solo che nel frattempo sono cambiate le condizioni della società. E’ aumentata l’aspettativa di vita e l’invecchiamento della popolazione. Di questo bisogna tenere conto”, ha spiegato l’esponente dem. Il quale ha per esempio rilanciato l’idea di una “sanità 4.0: più veloce, più snella, meno costosa. Ma soprattutto adattabile alle esigenze che cambiano, comprese quella della vita quotidiana, ormai velocissima”.

UN PATTO STATO-PRIVATI SUL WELFARE

Eppure, riorganizzare la sanità, può non bastare. Lo sa bene il sottosegretario Baretta quando, in apertura di intervento ha chiarito come “oggi lo Stato da solo non ce la fa a soddisfare tutte le forme di prestazioni assistenziali”. Per questo serve un “patto sul welfare”. Che vuol dire? Il ragionamento di Baretta poggia su due pilastri essenzali. Punto primo, pubblico e privato devono lavorare più insieme, gomito a gomito. Ovvero, previdenza e sanità statale con sistemi di welfare integrativo, cioè privati che erogano servizi e prestazioni dietro il versamento di contributi. L’idea è quella di cercare di spostare una fetta di spesa sanitaria sulla previdenza integrativa, consentendole di fornire maggiori prestazioni e alleggerendo il Servizio sanitario che così potrebbe guadagnarci in efficienza.

LA QUESTIONE FISCALE

In questo senso, ha chiarito lo stesso sottosegretario Baretta, occorre una vasta opera di defiscalizzazione del welfare, soprattutto per quello delle imprese riservato ai dipendenti. Una proposta che riprende a piene mani i suggerimenti di Tommaso Nannicini, ex consigliere economico del governo Renzi e che proprio sulla detassazione del welfare aziendale (su cui Unipol ha creato un’apposita branch) aveva puntato molto.

IL PUNTO DI VISTA DELL’INPS

Ovviamente, qualunque ripensamento del welfare non potrà non partire dalla situazione dell’Inps, cui spetta ad oggi il pagamento del grosso delle prestazioni. Boeri ha in questo senso proposto una re-distribuzione delle prestazioni, rispolverando il patto menzionato da Baretta.. “Siamo a fine legislatura ma meglio dire le cose ora, per il nuovo governo. Noi dobbiamo dare di più a chi ha veramente bisogno, ma per fare questo bisogno unire le forze, pubblico e privato, Stato e imprese. Certamente delineando bene e in modo chiaro il ruolo di tutti, Stato compreso. Cui, lo voglio dire, oggi spetta ancora il compito più grande”. E le imprese, che cosa dicono?

PRIVATI A CACCIA DELLO SPAZIO VITALE

Assicurazioni e imprese, ovvero Unipol e Confindustria, hanno detto la loro. Per Carlo Cimbri, ceo di Unipol (nella foto), la questione è semplice. Non c’è più un unico interlocutore sul welfare, adesso “c’è spazio per tutti. Per il pubblico ma anche per noi privati. Basta solo far passare questo messaggio nella testa della gente, avviare un cambiamento culturale. Oggi più che mai, occorre collettivizzare la domanda di welfare e giungere all’alleanza pubblico-privato”. Tradotto, non si bussa più solo ad una porta, quella pubblica, ci sono delle alternative. Non è un caso d’altronde che Cimbri, cui è andato il plauso di Boccia, abbia da tempo focalizzato del attività del gruppo assicurativo su sanità e previdenza.

ultima modifica: 2017-12-05T16:27:13+00:00 da Gianluca Zapponini

 

 

 

 

 

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