La grande assente nel dibattito elettorale: la politica estera e di sicurezza

La grande assente nel dibattito elettorale: la politica estera e di sicurezza
Nonostante le preoccupazioni per terrorismo e immigrazione e la missione in Niger, le forze politiche trascurano temi fondamentali per l'Italia

Nel dibattito elettorale è praticamente assente la politica estera, a parte le generiche affermazioni di filo-europeismo e di filo-atlantismo. Eppure un Paese come l’Italia, export-led e in cui due delle maggiori preoccupazioni dell’opinione pubblica sono l’immigrazione e il terrorismo, essa dovrebbe avere un significativo rilievo, per quanto ridotti possano essere gli spazi della reale autonomia nazionale. Tale esigenza è confermata sia dall’instabilità dell’area di nostro diretto interesse strategico, sia dal parziale ma progressivo disimpegno degli Usa, asse portante della nostra presenza internazionale e della nostra sicurezza nel dopoguerra, anche nel Mediterraneo e in Africa. Con la loro presenza e peso, gli Usa hanno attenuato l’inferiorità dell’Italia rispetto alle tre grandi potenze europee, che tendono spesso a emarginarci dal loro club. Ad esempio, Washington è stata promotrice della nostra partecipazione al G7 e al gruppo di contatto per la ex-Jugoslavia.

Lo si è visto anche nel dibattito sull’invio di un contingente militare in Sahel. È mancato un reale approfondimento sul suo perché, sul come e sugli obiettivi. Ci si affida alla buona sorte e alla capacità dei comandanti di cavarsela in qualche modo, come hanno onorevolmente fatto in passato. La missione presenta caratteristiche diverse da quelle precedenti, più o meno calorosamente “benedette” da Oltreoceano e dall’Oltre-Tevere. È peculiare non per la pluralità degli attori internazionali presenti nell’area – Onu, Stati europei (specie Francia), Usa e anche Cina – ma per le differenti priorità che essi perseguono. L’unico punto comune consiste nell’africanizzazione della stabilità dell’area. Tutti vogliono passare, quanto prima, la “patata bollente” ai governi locali, rafforzandoli anche con aiuti allo sviluppo e con la promozione delle loro capacità di controllo dei territori. Essi sono coordinati dal G5 del Sahel (Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger e Ciad), già parte di un’area unitaria, non solo monetaria (la Cfa), ma anche geopolitica. Sono però divisi da contrasti e gelosie e sono indeboliti al loro interno dalla frammentazione e litigiosità dei piccoli gruppi tribali che li compongono. Qui emerge una prima difficoltà: rafforzare i governi significa suscitare l’opposizione di vari gruppi, gelosi della loro autonomia.

Inoltre, anche in altri settori, gli obiettivi sono contrapposti. Dare priorità a uno di essi significa compromettere di fatto il raggiungimento di altri. Tutti gli Stati della regione sono caratterizzati oltre che da un’estrema povertà, da un’accentuata frammentazione etnica e da un tasso di fertilità di 5-6 figli per donna, che rende impossibile il loro sviluppo economico e alimenta l’immigrazione locale e non solo il transito di quella da sud. La demografia è il fattore più resistente alla politica. Non è possibile nel Sahel adottare una politica demografica di tipo cinese. Anche quella dell’Iran non è ripetibile. Adottata a metà degli anni Ottanta, essa ha fatto diminuire in vent’anni da 6,5 a 2 il numero di figli per donna, con il massiccio uso di contraccettivi e della vasectomia (quest’ultima abbandonata nel 2012, per evitare un eccessivo invecchiamento della popolazione).

La pressione immigratoria verso nord è destinata a continuare. Molte economie del Sahel dipendono dal traffico di esseri umani, oltre che dalle rimesse degli emigranti. Qualsiasi politica di contenimento deve tener conto di tale realtà. Essa va strettamente coordinata con le politiche di sviluppo e con quelle per garantire la stabilità dell’area dal rischio terrorismo.

I vari gruppi sia criminali che terroristici sono transfrontalieri, strettamente radicati nelle realtà locali. Si avvantaggiano delle tradizioni dei traffici carovanieri nel deserto, messi dalla creazione di artificiali Stati post-coloniali, oltre che dai nuovi mezzi di trasporto. Solo in minima parte, il terrorismo è collegato con i centri internazionali, come al-Qaeda e l’Isis.  È invece locale, connesso con la criminalità organizzata. Fino a poco tempo fa, essa era tollerata dai governi, anche perché essi non sono in grado di ospitare gli immigrati provenienti da sud e perché costituisce la base dell’economia locale. Hanno adottato nei loro confronti politiche di accomodamento e di cooptazione.

Per gli Usa la priorità è il terrorismo. Per la Francia intervengono interessi economici e politici. Per il nostro Paese, prioritario è il contrasto all’immigrazione non solo dall’Africa subsahariana, ma anche dal Sahel. Per questo, il nostro contingente verrà schierato ad Agadez nel Nord del Niger, nei pressi del confine libico e non a sud verso la Nigeria. Al traffico di esseri umani partecipano attivamente le varie tribù, ciascuna delle quali dispone di una propria milizia, che ne garantisce l’autonomia dal governo centrale. Il pagamento di diritti di passaggio e la gestione diretta del flusso di immigranti, sostengono l’economia locale. Il loro contrasto stimolerebbe, quindi, il sostegno al terrorismo. Occorre scegliere il male minore. Per questo, i soldati francesi non intervengono per frenare l’immigrazione. Una loro partecipazione più attiva potrebbe costituire la moneta di scambio per l’intervento italiano. Non bisogna farsi molte illusioni al riguardo. La frontiera della Francia è a Ventimiglia, non fra il Sahel e il Fezzan. Senza spezzare la spirale perversa fra terrorismo e criminalità è del tutto velleitario pensare di poter stabilizzare la regione e contenere l’immigrazione. Questo costituisce un limite anche alla militarizzazione del contrasto a quest’ultima. Essa va accompagnata dal sostegno allo sviluppo, per compensare le tribù locali delle perdite economiche subite. Ma essa implica la lotta alla corruzione. Quest’ultima rischia però di alienare i governi locali. Anche in questo caso “il cane si morde la coda”.

L’ostacolo maggiore è rappresentato dalla frammentazione delle società e dalla loro conflittualità interna estremamente mutevole a seconda delle circostanze. Sono difficili accordi stabili, ad esempio pagando un gruppo tribale perché contrasti i traffici di esseri umani degli altri. La situazione è estremamente complessa, anche perché i veri rapporti fra i vari gruppi tribali sono poco conosciuti. L’intelligence giocherà un ruolo centrale. Al binomio “terrorismo-criminalità”, si aggiungono le contrapposizioni fra i vari gruppi tribali e anche etnici, come quella fra i Tuareg e le altre etnie e la difficoltà di entrare in contatto con gli esponenti locali che posseggano il potere reale. I nostri comandanti dovranno possedere non solo capacità militari, ma anche politiche e diplomatiche. I successi passati consentono di nutrire una buona speranza sul successo di un intervento da cui il nostro Paese non poteva essere assente per poter contare qualcosa.

ultima modifica: 2018-01-22T14:50:06+00:00 da Carlo Jean

 

 

 

 

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