Il parlamento alla prova dell’interesse nazionale

Il parlamento alla prova dell’interesse nazionale
L’interesse nazionale di cui il governo ha parlato più volte nelle scorse settimane riferendosi al nuovo impegno in Niger è come sempre difficile da spiegare. L'analisi di Stefano Vespa

Se il Parlamento vara una nuova missione militare mentre la campagna elettorale è in corso, i partiti guardano poco alla sostanza e molto al proprio elettorato. Il via libera della Camera è avvenuto con 351 voti favorevoli e il voto contrario di Leu e M5s: oltre alla conferma delle missioni già in corso, sono autorizzate la missione di addestramento delle forze armate del Niger, un contributo alla missione Nato in Tunisia e l’unificazione delle due attuali missioni in Libia.

Il 9 gennaio scorso furono le sinistre riunite in Liberi e uguali e il Movimento 5 stelle a ottenere dalla conferenza dei capigruppo della Camera che il via libera al provvedimento varato dal Consiglio dei ministri avvenisse in Aula anziché in commissione. Un modo per dare più visibilità al dibattito enfatizzando il proprio voto contrario. Nel centrodestra è stata la Lega a volersi distinguere astenendosi mentre Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno votato a favore. Renato Brunetta ed Elio Vito (FI) l’hanno dichiarato non solo con riferimento alla necessità di frenare i flussi migratori che passano dai confini del Niger per finire in Libia, ma anche perché i forzisti hanno sempre votato a favore delle missioni all’estero. Forza Italia è pur sempre opposizione e dunque resta il giudizio negativo sulla politica estera del governo. Giorgia Meloni (FdI) si è limitata invece alla necessità di controllare l’immigrazione, “vigilando” affinché non si difendano “gli interessi della Francia in Niger”. Gianluca Pini ha spiegato l’astensione della Lega con “la dispersione della professionalità dei militari” senza “risultati diretti all’interesse nazionale”.

Così come organizzazioni umanitarie e alcuni politici si sono accorti dell’esistenza dei campi libici in cui sono tenuti prigionieri gli immigrati solo dopo l’accordo dell’Italia con le autorità della Libia, pur se quei campi esistono da anni, persiste un pacifismo oltranzista di una parte del mondo cattolico e della sinistra più estrema, oltre che dei Cinque stelle le cui scelte di politica estera e di sicurezza restano nebulose. Basti ricordare che quando Luigi Di Maio andò a Washington nello scorso novembre, dichiarò ai cronisti al seguito che un eventuale governo M5s avrebbe ritirato tutto il contingente dall’Afghanistan e nello stesso tempo disse ai telegiornali italiani che l’amministrazione Usa era completamente d’accordo con la loro politica estera, cosa impossibile se davvero aveva accennato al ritiro dall’Afghanistan. Manlio Di Stefano, responsabile esteri del Movimento, nel suo intervento a Montecitorio ha ribadito un “no” tassativo sulle scelte di fondo del governo accusando anche la maggioranza di aver costretto l’Aula a votare nonostante lo scioglimento delle Camere (ma non l’avevano chiesto loro?).

Purtroppo la campagna elettorale cancella i problemi concreti perché offre ai cittadini ricette facili da cucinare. Per esempio il capogruppo di Sinistra italiana (aderente a Leu), Giulio Marcon, dice no “all’interventismo militare contro i migranti e sì all’accoglienza, alla cooperazione e alla pace”. Traduzione: l’Italia deve accogliere tutti coloro che fuggono dall’Africa. Andrea Manciulli (Pd, presidente della delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato e relatore sulle missioni) si è sforzato inutilmente di richiamare alla responsabilità: certi argomenti, ha detto, dovrebbero restare “fuori dall’agone politico”.

L’interesse nazionale di cui il governo ha parlato più volte nelle scorse settimane riferendosi al nuovo impegno in Niger è come sempre difficile da spiegare quando l’azione avviene lontano dai confini e non c’è dubbio che non basti addestrare le forze del Niger per eliminare il traffico di uomini. Ma il Niger è un tassello di un puzzle più grande e l’attivismo italiano degli ultimi tempi serve anche a poter dialogare con gli alleati con maggiore peso. Perché, come dice Manciulli, “i terroristi non aspettano che finisca la campagna elettorale”.

ultima modifica: 2018-01-17T10:50:00+00:00 da Stefano Vespa

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