Un anno di tweet ma non solo. Il Presidente di transizione secondo Michael Pregent

Un anno di tweet ma non solo. Il Presidente di transizione secondo Michael Pregent
Il primo anno di Trump analizzato nell'intervista esclusiva all'esperto dell'Hudson Institute di Washington ed ex ufficiale dell'Intellingence

In occasione del primo anniversario dall’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, Formiche.net ha raccolto le considerazioni di Michael Pregent, esperto di sicurezza internazionale ed adjunct fellow dell’Hudson Insitute di Washington DC. Pregent vanta più di venticinque anni di esperienza nella lotta al terrorismo in qualità di intelligence officer, impegnato in numerose missioni in Egitto, Iraq, Siria ed Iran.

Pregent, come è stato il primo anno da presidente di Donald Trump e in che modo possiamo leggere la politica estera degli Stati Uniti nell’era dell’America First?

E’ stato senza dubbio un anno interessante. Un anno di policy e di tweet. A riguardo, comincerei proprio col dire che per leggere la politica estera degli Stati Uniti è sempre meglio guardare, letteralmente, ai dati ufficiali. Voglio dire, ci sono stati casi in cui l’emissione di policy è seguita ai tweet del presidente ed altri casi in cui, viceversa, i tweet sono seguiti alle policy. A quanti si domandano quale sia il modo migliore per capire la politica estera americana, direi di guardare sempre e comunque al dato ufficiale. Altri canali di informazione rischiano di essere controproducenti.

Qual è il suo giudizio sull’approccio di questa amministrazione ai temi della sicurezza nazionale e internazionale?

In alcune circostanze l’amministrazione ha avuto un approccio equilibrato e coerente, in altre ha agito più impulsivamente, rivelando contrapposizioni interne e debolezza. Mi riferisco ad esempio alla prematura presa di posizione sulla sconfitta dello Stato Islamico in Iraq e Siria. Abbiamo visto dichiarazioni del presidente, del Dipartimento di Stato e del Pentagono secondo cui Isis sarebbe stato definitivamente debellato dalla regione ma al contempo, se si guarda a quanto dichiarato dai generali impegnati in quelle aree, si capisce che in realtà c’è ancora tanto lavoro da fare. Nonostante ciò, la narrativa prevalente a Washington sembrerebbe quella della “missione compiuta”. Tutto ciò, appunto,rivela un atteggiamento impulsivo e in parte contraddittorio.

Questa debolezza può essere estesa anche al modo di fare politica estera dell’era Trump?

Certo, basta prendere come riferimento la questione dei rapporti con l’Iran per capirlo. Gli USA affermano di voler contrastare l’influenza iraniana all’interno della regione ma al di là delle prese di posizione ancora non si sono visti provvedimenti concreti. Negli ultimi mesi si sono susseguite dichiarazioni di Trump e prese di posizione assai impegnative da parte del Pentagono senza poi passare ai fatti. Questo atteggiamento può rivelarsi addirittura controproducente. Più in dettaglio, se ad esempio da Washington parte il messaggio secondo cui l’intero corpo delle guardie della rivoluzione sia equiparabile ad un’organizzazione terroristica e poi nulla succede in concreto, a Teheran arriva un messaggio di debolezza.

Guardando ai vertici dell’amministrazione, ci sono figure particolarmente apprezzate dal presidente per autorevolezza e capacità di leadership?

Proviamo a fare una lista. Direi che Mike Pompeo, direttore della CIA, si sia certamente contraddistinto per l’accuratezza e la meticolosità con cui esercita il priprio mandato. James Mattis, Segretario della Difesa, si è contraddistinto per la sua capacità di influenza sul presidente e sul Congresso. Aggiungerei che Mattis condivide con il gen. H.R. McMaster, National Security Advisor della Casa Bianca, la stessa capacità di influenza su Donald Trump. Chiuderei questa carrellata dicendo che il Dipartimento di Stato abbia perso buona parte della sua influenza nell’arco degli ultimi mesi e questo non è necessariamente un male secondo il mio punto di vista.

Perché?

Perché alcune delle posizioni del Dipartimento di Stato si sono rivelate inesatte. Ancora una volta richiamo l’esempio dell’Iran. Il Dipartimento di Stato ha sponsorizzato la linea secondo cui l’Iraq fosse libero dall’azione di influenza iraniana. Le agenzie di intelligence ci dicono che non è così.

In molti a Washington prevedono un cambio al vertice del DoS. E’ possibile che Rex Tillerson faccia un passo indietro?

Direi di si. Tillerson potrebbe fare un passo indietro e questo potrebbe accadere a metà febbraio. I più “azzardati” a Washington danno persino una data: dopo il venti febbraio. Non farei affidamento sui rumors ma confermerei la tendenza che vede Tillerson fuori e al suo posto l’attuale direttore della CIA, Mike Pompeo. Per il posto di Pompeo è ancora favorito il senatore Cotton. Le voci di corridoio, poi, danno in uscita anche il generale McMaster.

Tornando alla politica estera, qual è la decisione più importante di quest’anno alla Casa Bianca?

Credo sia sull’Iran. Secondo il mio punto di vista, con la presidenza Obama l’Iran rischiava di divenire un punto di riferimento per diverse organizzazioni terroristiche attive nella regione. Grazie all’amministrazione Trump siamo tornati alle nostre alleanze tradizionali e si è così indebolita l’influenza di Teheran. Il messaggio lanciato da questa amministrazione è che gli Stati Uniti non resteranno a guardare mentre l’Iran destabilizza i Paesi confinanti.

Come si inserisce in questo quadro la decisione sul trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata in Israele?

E’ stata, molto semplicemente, una decisione che non trova approvazione in Medioriente ma che trova coerenza nella linea degli ultimi quattro presidenti. Clinton, Bush e Obama erano d’accordo sul punto. Trump è passato dagli intenti ai fatti.

Come sta cambiando il rapporto degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita?

Ho recentemente avuto l’opportunità di andare in Arabia Saudita e visitare il loro Joint Security Operation Center. Posso dire che i loro sforzi si stanno effettivamente concentrando sulla lotta alla radicalizzazione. Quello che mi sento di sottolineare è che Mohammad bin Salman stia prendendo decisioni che lo mettono in pericolo. Si sta assumendo la responsabilità della leadership e tale responsabilità lo espone a vari rischi. Rischi che potrebbero venire da altri membri della famiglia reale o anche da gruppi terroristici interessati a farlo uscire di scena. Pur considerando genuino il suo atteggiamento, bisogna guardare a quel riassetto di poteri con prudenza. Sono sicuro che le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita continueranno a crescere ma penso sia necessario avere prudenza rispetto a quanto sta accadendo.

Cosa possiamo aspettarci per questo secondo anno di presidenza?

Credo che assisteremo all’affossamento definitivo dell’accordo sul nucleare iraniano e all’imposizione di nuove sanzioni contro Teheran. Sul fronte della Corea del Nord penso che dopo le olimpiadi il presidente vorrà continuare sulla linea delle esercitazioni militari congiunte con Giappone e Sud Corea. A tali questioni si aggiungerà la lotta al terrorismo e i temi della sicurezza interna, come il travel ban e le restrizioni nella concessione dei visti. Bisognerà capire se, in definitiva, tutti i temi sul tavolo saranno considerati dal popolo americano come espressione di un presidente di transizione. Al momento questo sembrerebbe il dato più plausibile.

ultima modifica: 2018-01-20T16:45:53+00:00 da Carmine America

 

 

 

 

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