Uranio impoverito e tumori? Un’aberrazione da sciamani

Uranio impoverito e tumori? Un’aberrazione da sciamani
L'opinione di Umberto Minopoli sulle conclusioni della Commissione parlamentare istituita per indagare sull'utilizzo dell'uranio impoverito in zone di guerra

La Commissione parlamentare istituita per indagare sull’utilizzo dell’uranio impoverito in zone di guerra, ha stabilito (10 favorevoli e due contrari, a questi ultimi coraggiosi va il mio applauso) un nesso di causalità tra esposizione all’uranio impoverito e patologie di militari impiegati in missioni di guerra.

Le conclusioni della Commissione sono un impasto di fallacia, ignoranza tecnica e manipolazioni improvvide delle testimonianze degli esperti. Indice di deformazione ideologica e disinformazione sfacciata ed esibita. Trascuriamo pure il sorprendente schiaffo istituzionale alle nostre Forze Armate che dichiarano di non aver mai acquistato o impiegato munizioni contenenti uranio impoverito. La Commissione tratta da mendaci i vertici delle FFAA. Quasi un pronunciamento. Assurdo e inaccettabile. Veniamo al merito.

L’uranio impoverito (uranio 238 in prevalenza) non è chimicamente diverso dall’uranio di ogni tipo e presente in natura. È solo il sottoprodotto di trattamenti artificiali tesi a ricavare dall’uranio naturale il combustibile necessario per le centrali elettriche. Le conseguenze dell’esposizione all’uranio impoverito, perciò, è uguale a quella a tutti i tipi di uranio. L’uranio, impoverito, arricchito o naturale, è debolmente radioattivo. Allo stato normale, in esterno, la radioattività in presenza di uranio non aggiunge quasi nulla a quella del fondo naturale. È trascurabile. Inoltre: l’uranio è un emettitore di particelle alfa e beta. Che significa? Sono emissioni poco penetranti (a differenze di quelle gamma o neutroniche di altri tipi di sostanze radioattive). Per avere effetti di “malattia da radiazione” (infezioni cutanee, infiammazioni ecc) occorrerebbe avere una lunghissima esposizione a queste radiazioni e senza alcun tipo di protezione (basta un foglio di carta per fermare i raggi alfa ).

Altra cosa i tumori. Per creare la probabilità di tumori, le particelle radioattive devono essere inalate per via aerea o digestiva. Per creare una causalità tra radiazioni e tumori, invece, occorrono due condizioni: evidenziare una meccanica dei fatti avvenuti che dimostri l’inalazione o la digestione di elevate dosi di sostanze radioattive; registrare un’evidenza epidemiologica. Vale a dire, un numero di tumori registrato nello stesso luogo e nello stesso tempo. Tale da fare escludere che il tumore denunciato sia dovuto ad altre cause, senza rapporto con l’uranio, o al caso.

Il numero di tumori denunciato per i militari oggetto dell’esame della Commissione è di soli tre casi (ovviamente distinti tra loro per tempi e luoghi). Impossibile, in questo caso, stabilire una causalità tra esposizione all’uranio e tumori. Inoltre, la carcinogenesi (la mutazione del dna che sviluppa cellule tumorali) indotta da radiazioni ionizzanti (quelle delle sostanze radioattive) ha una latenza: i tumori si sviluppano nel tempo non immediatamente. Com’è invece nel caso dei militari indagati dalla Commissione. Infine: non ogni dose radioattiva, inalata o ingerita, sviluppa tumori. A basse dosi è più probabile che l’organismo umano reagisca, piuttosto, con un meccanismo di autoriparazione che le cellule possiedono e che può essere disarmato solo da dosi soverchianti. Non è neanche questo il casi dei nostri soldati di cui non è stata indicata, non si vede traccia nella relazione, la dose di assorbimento effettiva ricevuta.

Niente di tutto questo è indicato nella relazione dei parlamentari. Resta solo una possibilità (per evitare la fatalità casuale) che le patologie tumorali denunciate siano collegate non alla radioattività ma ad agenti tossici. I militari ammalati potrebbero aver inalato o ingerito sostanze tossiche (polveri, microparticelle di metalli o altro) che hanno sviluppato degenerazioni tumorali. L’uranio, in questo caso, potrebbe essere sostituito da qualunque altro elemento che possa aver veicolato polveri o microparticelle nei tessuti, ammalandole.

È il meccanismo con cui si sviluppano patologie tumorali in ogni contesto ambientale. L’impiego nei teatri di guerra, in questo caso, può entrarci o non entrarci. Insomma non è il caso di affidare conclusioni tecniche, sanitarie o scientifiche a Commissioni parlamentari. Che, come se non bastasse, si esercitano a suggerire soluzioni terrorizzanti, cervellotiche e destabilizzanti. Come l’invito alla magistratura a moltiplicare le condanne (e i risarcimenti) per le “malattie militari”.

Mi trattengo dall’usare il termine “eversivo” per le FFAA e l’economia. E ciò arrogandosi loro, i politici (e non i medici) la pretesa di stabilire colpe e nessi causali tra attività militari e malattie. Un’aberrazione. I politici italiani, da almeno 30 anni, hanno dimostrato di conoscere e trattare la radioattività allo stesso modo con cui i pentastellati trattano i vaccini e le scie chimiche: da stregoni e sciamani.

ultima modifica: 2018-02-08T07:56:48+00:00 da Umberto Minopoli

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