E ora Kim (con Trump) può stabilizzare tutto il Pacifico

E ora Kim (con Trump) può stabilizzare tutto il Pacifico
Un successo nelle relazioni tra gli Usa e la nuova “linea” di Kim Jong Un, aprirebbe senz'altro spazi stabili per il ridisegno di tutto il quadrante del Pacifico. L'analisi di Giancarlo Elia Valori

Molto ormai è già stato deciso, e nel modo migliore, per la pace nella penisola coreana e, indirettamente, nel Pacifico meridionale e perfino per la stessa proiezione di potenza Usa in Asia. Dopo quasi cinque anni dalla proclamazione della sua politica di byungjin nel Marzo 2013, Kim Jong Un ha infatti dichiarato “una nuova linea strategica”. Ricordiamo peraltro che il byungjin è la sintesi, nel pensiero di Kim Jong Un, dello sviluppo economico con la ricerca e la supremazia militare e strategica. Non nascondo che, come ha dichiarato la dirigenza della Corea del Nord proprio in una lettera a chi vi scrive qui, molto è stato fatto proprio dall’Autore di queste righe; che ha cercato di impostare la questione del nucleare e dei sistemi missilistici di Pyongyang con l’aiuto della mia antica e fidata amicizia per la Repubblica Democratica di Corea e della fiducia, che ho guadagnato laggiù in Corea del Nord in molti anni, fiducia che, peraltro, mi hanno garantito anche molti amici americani.Comunque, devo molto alle discussioni, libere e amichevoli, che ho avuto, su tutti i temi politici e strategici oggi più importanti, con Kim Yong-Nam, il presidente del Presidium dell’Assemblea Suprema del popolo nordcoreano, una figura straordinaria che è stato anche ministro degli affari esteri di Pyongyang dal 1983 al 1998, anno in cui ha assunto la carica alla quale facevamo prima riferimento. Kim Yong Nam è stato, tra l’altro, l’autore di tante aperture alla Corea del Nord in Africa, spazi strategici nuovi che saranno essenziali anche nelle prossime trattative tra Pyongyang e Washington.

Kim Yong-Nam era presente, ma non è certo un caso, alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali del 2018; ed è un uomo in cui il Leader Kim Jong-Un ha molta fiducia; e si tratta qui della questione più importante della vita nordcoreana oggi, la sicurezza nazionale e quindi la posizione di Pyongyang nel mondo. Se il byungjin “ha vinto”, come ha dichiarato recentemente Kim Jong-Un, ciò si deve anche alla linea che il leader della Corea del Nord ha messo in atto fin dall’inizio del suo potere, nel 2012: ovvero ridurre la burocrazia interna, rinnovare la posizione del Paese nel mondo, utilizzare al massimo la minaccia strategia del nucleare missilistico per poi raggiungere gli obiettivi eminentemente pacifici, politici ed economici della sua “linea”. L’asse della “svolta” attuale a Pyongyang risiede nell’ultima (e prima) visita di Kim Jong-Un in Cina. Il capo di Pechino, Xi Jinping, ha voluto sapere se, nelle more di un futuro incontro, già programmato, tra Kim e il presidente Usa Donald Trump, qualcuno dei due avrebbe potuto fare mosse improprie che avrebbero potuto creare le condizioni di una futura guerra, cosa che Pechino assolutamente non vuole.

Kim Jong Un ha quindi rassicurato il presidente cinese che la Corea del Nord vuole trattare in piena buona fede, per raggiungere un equilibrio nuovo in tutto il quadrante oceanico meridionale asiatico. Peraltro, la Cina voleva anche verificare se le mosse di Kim, nei confronti degli Usa, fossero solo un modo di guadagnare tempo o invece una vera, reale, disponibilità alla trattativa. Se questo non fosse accaduto, la Cina avrebbe mosso le sue pedine direttamente negli Stati Uniti. Ma, anche qui, Kim Jong-Un ha dato ogni credibile garanzia in merito.Pechino, inoltre, vuole una maggiore apertura bilaterale della Corea del Nord con la Cina, quale Corea settentrionale che, negli ultimi anni, aveva lentamente chiuso i suoi legami storici con il comunismo cinese delle “Quattro Modernizzazioni” e oltre. E la garanzia di Xi Jinping è servita, anche agli americani, a capire che la trattativa era davvero realistica; e che non c’era nessun pericolo di guerra imminente nella penisola coreana, uno scontro militare che la Cina avrebbe comunque evitato, nel bene e nel male. D’altra parte, Kim Jong-Un ha sempre precisato, anche a Xi Jinping nel suo primo ma non ultimo viaggio a Pechino, che riteneva le minacce della presidenza Trump fossero del tutto credibili; e che tali ipotesi di attacco a Pyongyang da parte di Washington avrebbero creato reazioni durissime in Cina. Pechino non vuole avere confini militari con gli Usa, di nessun genere; e ritiene inoltre che la presenza delle forze nordamericane in Corea del Sud sia rivolta anche al containment della Cina comunista. Ecco l’utilità strategica della Corea del Nord per i cinesi, ma ciò vale anche per i russi. In entrambi i casi, Mosca e Pechino avrebbero grossi danni da una qualsiasi operazione bellica che implicasse uno scontro con le forze della Corea del Nord, che si allargherebbe inevitabilmente dentro ai confini russi e cinesi con la Corea Democratica. Kim Jong Un ha utilizzato con grande intelligenza la sua posizione strategica.

Peraltro, gli Usa non possono fare davvero la guerra a Pyongyang: l’85% delle strutture nucleari nordcoreane sono a meno di 100 chilometri dal confine con la Cina; e Pechino ha già posto nella sua zona confinaria con la Corea del Nord almeno 160.000 militari, che possono muoversi con grande rapidità verso l’area dello scontro. Quindi, la guerra eventuale tra Cina e Usa nella penisola coreana dipende dal fatto che Washington voglia davvero mettere fuori gioco la Cina, il che sarebbe una mossa, da parte degli Usa, del tutto suicida. Ecco perché la Cina ha sempre pensato che i due Paesi, Corea del Nord e Stati Uniti, avrebbero dovuto, da tempo, mettersi a trattare tra di loro. Anche con il solo meccanismo bilaterale. Ed ecco allora perché la notizia di una trattativa bilaterale tra Kim Jong-Un e Trump è stata, per la Cina, la cosa migliore che potessero aspettarsi. Ecco allora che la Cina vorrebbe anche, a parte l’autonomia piena dei due Paesi, sedere al tavolo della trattativa per evitare che nessuno dei due Paesi possa colpire interessi cinesi, o far la pace bilaterale a spese della Cina.Qualsiasi sarà il risultato delle trattative tra Trump e Kim, se esso non colpirà interessi diretti di Pechino nell’area, sarà il benvenuto per Pechino, che comunque avrà tempo per far passare questa Presidenza Usa e chiarire i futuri equilibri di potere nell’area, equilibri che, poi, nessun prossimo Presidente Usa avrà modo di intaccare.

Immaginiamo inoltre che la Cina abbia preparato già i piani militari se o Trump o perfino, cosa molto meno probabile, Kim Jong Un non tenessero del tutto fede ai patti, creando tensioni o addirittura una “guerra limitata” nella penisola coreana. È facile pensare che Xi Jinping abbia già pronti i piani per controllare l’area da solo, senza il sostegno di uno o l’altro dei due Paesi, Usa e Corea del Nord. Ed è proprio il nuovo linkage tra Kim Jong-Un e Xi Jinping ad aver stabilito il ritmo delle future trattative di pace. “Se la Corea del Sud e gli Stati Uniti risponderanno con buona volontà ai nostri sforzi, creando una atmosfera di pace e stabilità, per prendere misure coordinate e sincronizzate per raggiungere la pace, allora la questione della denuclearizzazione della penisola coreana avrà una soluzione”. È una dichiarazione dell’Agenzia Nuova Cina, ma potrebbe essere stata scritta anche da Pyongyang. La Corea del Nord vuol far capire oggi agli Usa e a tutto il resto dell’Occidente che essa vuole una sola cosa: la diminuzione della pressione combinata Usa e sudcoreana verso il proprio Paese; e inoltre l’inizio di uno sviluppo economico credibile, ovvero ancora l’inserimento a pieno titolo di Pyongyang nella globalizzazione regionale del Sud-Est asiatico. Era infatti questa la doppia finalità dei sistemi missilistici e nucleari nordcoreani: aprire una minaccia talmente vasta da far uscire Pyongyang dal cono d’ombra della vecchia guerra fredda e permettere quindi alla Corea settentrionale una trattativa dura e definitiva, quasi paritaria, che portasse alla autonomia strategica e alla internazionalizzazione economica.

Per quanto riguarda il Giappone, esso è insieme tentato dalla nuova fase e sospettoso della trattativa futura tra Trump e Kim Jong-Un. Da un lato, Shinzo Abe, il primo ministro di Tokyo, vuole che Trump non trascuri, nelle trattative con Kim, la questione dei missili a breve raggio e di quelli intermedi, che possono facilmente colpire il Giappone. Mike Pompeo, il nuovo segretario di Stato, aveva fatto recentemente capire infatti, a dispetto di Tokyo, che la trattativa tra Pyongyang e Washington avrebbe avuto come unico oggetto i missili balistici intercontinentali. Inoltre, Shinzo Abe vuole che gli Usa, nella trattativa bilaterale futura, si ricordino del tema, discusso da lungo tempo, dei cittadini giapponesi che sarebbero stati “rapiti” dalla Corea settentrionale. Tema sempre fondamentale per la propaganda giapponese, ma elemento centrale per la carriera dello stesso Shinzo Abe.

Tokyo, invece di chiedere un posto al tavolo della discussione, delega quindi gli americani. Non crediamo che questa sia una politica lungimirante. Se poi la pace con la Corea del Nord sarà finalmente una realtà, anche Abe potrebbe averne positivi riflessi, soprattutto sulla sua opinione pubblica. Con Tokyo, Trump ha promesso che farà di tutto per la denuclearizzazione completa della Corea del Nord, per eliminare tutte le armi di distruzione di massa che ci sono nell’area di Pyongyang; e inoltre per migliorare il “triangolo strategico” tra Corea del Sud, Giappone e Usa. Ma Kim Jong Un tratterà sempre su una base amplissima, che andrà dai motori dei missili ai vettori, dagli ordigni N alle armi chimiche e batteriologiche. Una lunga panoplia di questioni che Kim Jong-Un tratterà con gli Usa per tutto il tempo che occorre, dato che sono stati proprio i missili a chiamare l’attenzione degli Usa e dei suoi alleati regionali per realizzare una trattativa efficace che, senza armi Wmd e lanci balistici, non avrebbe avuto mai luogo.

La Corea del Nord sarebbe stata, in questo caso, una sorta di irrilevante Tibet marittimo, senza peso strategico, senza autonomia, senza nemmeno la capacità di compiere trattative serie con gli Stati “amici”, la Cina, l’Iran, la Federazione Russa. L’utilità politica del sistema nucleare e missilistico della Corea del Nord, è stata, quindi, elevatissima. Ed è infatti il livello di autonomia politica e militare che permetterà, in futuro, una trattativa con Trump magari non ad armi pari, ma almeno a potenziali strategici simili e con una capacità di offesa-reazione del tutto credibile per Washington. Era proprio quello che Kim Jong-Un cercava da anni, per utilizzare al meglio il suo sistema militare, al fine di uscire dalla sua attuale economia chiusa e permettere alla Corea del Nord una globalizzazione economica positiva, non legata ai cicli del dollaro e a quelli delle materie prime regionali. È stata la Federazione Russa, poi, ad informare ufficialmente gli Usa sulla disponibilità di Kim Jong Un a trattare; anche se Mosca non è così ottimista, attualmente, sui risultati dei futuri talks tra Kim e Trump. In primo luogo, la Federazione Russa vede le sanzioni, non mai approvate peraltro dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, contro la Corea del Nord, come gravi ostacoli alla pace e come azioni illegali da parte di Washington. La Russia, peraltro, ritiene che il sistema militare missilistico e N di Pyongyang sia del tutto difensivo, nella sua natura, e finalizzato soprattutto ad evitare un regime change nella stessa Corea del Nord, sponsorizzato ovviamente dagli Usa e attuato a partire dalla Corea meridionale, che ne pagherebbe peraltro le più gravi spese. E, ancora, i russi non sono del tutto convinti che gli Usa siano credibili, data la loro scelta di continuare le esercitazioni militari con la Corea del Sud dopo una breve cessazione temporanea, avvenuta durante le Olimpiadi Invernali di Peyongchang.

Ed infatti, il 3 Marzo scorso, il governo del Nord ha stabilito, in una dichiarazione ufficiale, che avrebbe reagito militarmente contro nuove esercitazioni congiunte tra Corea del Sud e Usa. Se, poi, gli incontri di pace tra Trump e Kim Jong Un dovessero fallire, sarà la Federazione Russa a creare una rete multilaterale che dovrebbe migliorare la sicurezza di Pyongyang e favorire trattative meno brutali da parte degli Usa.
Per l’Iran, la questione dello scambio bilaterale Corea del Nord-Usa è ancora più complessa: se infatti Teheran non ha avuto alcuna reazione ufficiale quando, l’8 Marzo scorso, la Casa Bianca ha annunciato che aveva accettato l’invito del leader Kim Jong Un a tenere nuove trattative bilaterali; l’Iran è invece interessato soprattutto alla nuova configurazione, se ci sarà, del Jcpoa, il trattato sulle armi nucleari e la loro produzione nella Repubblica Islamica sciita.

Teheran infatti teme che, se la trattativa nordcoreana va bene per Trump, il presidente Usa potrebbe avere molti incentivi per non rinnovare il Jcpoa. Inoltre, se la strategia americana continuerà a definire come l’”asse del male” la linea tra Iran, Corea del Nord e Iraq, Teheran teme che la pace con Pyongyang focalizzerà l’attenzione futura dei “falchi” Usa sul solo Iran. Ed ecco qundi lo scetticismo dei dirigenti iraniani, che non credono come un presidente Usa “revanscista” e America First possa davvero raggiungere un accordo vero con la Corea del Nord. E, ancora, Teheran vuole la massima apertura delle trattative per la riduzione del potenziale militare, N, missilistico di Pyongyang, con la Cina, la Federazione Russa, lo stesso Giappone, l’Unione Europea. Certo, una trattativa multilaterale sarebbe tale da garantire tutti fin dall’inizio ma, noi lo crediamo, un successo nelle relazioni tra gli Usa da soli e la nuova “linea” di Kim Jong Un, aprirà spazi stabili per il ridisegno di tutto il quadrante del Pacifico. E noi, inoltre, crediamo che mai come in questo momento Kim Jong-Un sia insieme realistico e sincero nella sua disponibilità alla trattativa con gli Usa.

Giancarlo Elia Valori con Kim Yong-Nam:

 

ultima modifica: 2018-04-25T09:20:15+00:00 da Giancarlo Elia Valori

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: