Emmanuel Macron, un antipopulista all’Eliseo. La versione di Giulio Sapelli

Emmanuel Macron, un antipopulista all’Eliseo. La versione di Giulio Sapelli
Giulio Sapelli ripercorre luci e ombre del primo anno di Macron all'Eliseo. En Marche arranca, mentre i socialisti potrebbero rinascere sotto la guida di Mélenchon

Non ci sono dubbi, il primo compleanno di Emmanuel Macron all’Eliseo non è stato proprio spensierato. Un po’ come Donald Trump, che ha spento la sua prima candelina alla Casa Bianca assistendo impotente allo shutdown del governo federale, le president ha festeggiato l’anniversario dalla conquista delle urne fra scioperi generali e manifestazioni di piazza di dimensioni inaudite. È anche questo il bilancio di un anno al potere (da solo): la grandeur francese ritrovata in politica estera deve fare i conti con un crescendo di tensioni sociali in casa e un crollo verticale del presidente nei sondaggi. Un uomo in difficoltà, ma guai a darlo per finito. “Macron è una persona molto più profonda di quanto sembri, si è formato sui libri di Ricoeur, è un uomo di grande intelligenza politica. Altro che populista, ricorda giganti come François Mitterand, Aristide Briand, Pierre Mèndes-France”. Parola di Giulio Sapelli, storico ed economista di fama internazionale, consigliere d’amministrazione della Fondazione Eni Enrico Mattei. Intervistato da Formiche.net Sapelli ritiene ancora solida la leadership di Macron e al tempo stesso scorge all’orizzonte il suo vero sfidante: Jean-Luc Mélenchon, l’uomo che potrebbe far rinascere dalle ceneri il socialismo francese.

Professore che bilancio si può fare del primo anno di Macron all’Eliseo?

Un bilancio di luci e ombre. La Francia ha scoperto una nuova assertività a livello internazionale, a partire dalla France d’outre-mer. La visita del 3 maggio di Macron in Nuova Caledonia, una base atomica francese nel Pacifico, è stata un grande successo. Il presidente ha conquistato il consenso dei rappresentanti neocaledoni dopo una lunga fase di crisi iniziata con Chirac e continuata con Sarkozy e Hollande. E per farlo ha dovuto ricucire con le forze armate francesi che controllano l’isola, mettendo da parte le diffidenze scatenate dal licenziamento del generale di corpo d’armata Pierre de Villers nel luglio dello scorso anno.

Qual è stato il maggior successo in politica estera?

Probabilmente quando è intervenuto presso il principe saudita Mohamed bin Salman per dismettere da un esilio forzato il presidente libanese Saad Hariri. Macron ha capito benissimo che senza un cuscinetto fra Hezbollah e Israele in Libano la situazione politica si sarebbe aggravata e lo storico accordo fra le comunità religiose sarebbe saltato. Poi c’è un altro successo macroniano che però mostrerà i suoi frutti solo nel lungo periodo.

Cioè?

La partecipazione all’offensiva militare in Siria. In questo modo ha fatto qualcosa che non accadeva dai tempi di Giscard D’Estaing e poi di Mitterand: scegliere di avere un buon rapporto con gli Stati Uniti.

In Europa ha saputo imporre la sua leadership?

Non ci è riuscito, e questo è stato uno dei fallimenti più cocenti in politica estera. Macron voleva rifondare l’equilibrio europeo rinnovando il patto franco-tedesco del 1963, che sostanzialmente dava alla Germania il dominio dei Balcani e alla Francia il controllo del Mediterraneo. Purtroppo la Merkel e soprattutto la socialdemocrazia tedesca hanno tradito le aspettative macroniane. Resta sullo sfondo una profonda divisione sull’Europa fra Parigi, che spinge per gli investimenti e una politica espansiva, e Berlino, che vuole mantenere l’austerità.

E intanto fra i due litiganti il terzo gode: gli Stati Uniti crescono, l’Europa rimane ferma.

La situazione è grave. Se il divario fra gli Stati Uniti e il resto del mondo continuerà a crescere le politiche monetarie delle banche centrali si divideranno, aggravando la deflazione europea. Macron sperava nell’opposto: rifondare un’Europa dove unione bancaria e fondo monetario europeo servissero a contenere la Germania.

Non esiste dunque un asse Parigi-Berlino?

Direi proprio di no. Mi sembra che la Germania abbia scelto l’asse con i Paesi Bassi e gli Stati baltici, con un occhio rivolto al gruppo di Visegrad. La strategia europeista con cui Macron è stato eletto sta andando in frantumi.

E invece un asse Parigi-Roma esiste?

Macron di certo non è amico dell’Italia. Ama il nostro Paese, ma è amico solo della Francia. All’Italia guarda come a una potenza inferiore, come Napoleone III. Non è l’unico, segue le orme di chi lo ha preceduto all’Eliseo. Sono stato a casa di Mitterand e posso assicurare che considerava l’Italia una nazione inferiore e come tali ci guardava.

Nei prossimi mesi la riforma macroniana dell’Eurozona sarà all’ordine del giorno a Bruxelles. L’Italia ha voce in capitolo?

Non c’è posto per noi. Siamo una potenza di second comers, e tali rimarremo. Basti pensare che noi celebriamo la nostra data di unificazione, la Francia no. Perché la Francia è una potenza millenaria, noi siamo nati 150 anni fa. Questo non vuol dire che dobbiamo starcene con le mani in mano. Non possiamo allearci con la Francia, ma possiamo portare avanti un negoziato duro, esattamente come fece Camillo Benso di Cavour con la Francia di Napoleone III.

Veniamo alla politica interna. Nelle ultime settimane Parigi è stata messa a ferro e fuoco dai sindacati per protestare contro le riforme del lavoro, ma Macron sembra non preoccuparsene.

Gli atti vandalici dei Black block a Parigi sono solo l’ultima goccia. Ormai non si può più andare in Francia: i treni e gli aerei sono fermi, l’ad di Air France si è dimesso, i ferrovieri della Sncf non hanno raggiunto un accordo con il governo, il turismo è in grave crisi. La manifestazione del 1 maggio non ha avuto grandi conseguenze, ma quella organizzata da Jean-Luc Mélenchon il 5 maggio è stata un successo assoluto.

Cosa ha fatto Macron per meritare questa impopolarità in casa?

Non si possono aggredire al tempo stesso i funzionari pubblici, la scuola, i sindacati, gli agricoltori. Macron tutte le settimane va a trovare una fattoria, a farsi fotografare in campagna, poi non porta a casa nulla quando torna da Bruxelles. Sono curioso di vedere come spiegherà alla Francia rurale che, sotto la pressione tedesca, la politica agricola europea cambierà diminuendo drasticamente i sussidi.

In queste settimane ha fatto discutere il discorso di Macron alla Conferenza episcopale francese. Si apre una stagione di apertura fra Stato e Chiesa nella laicissima Francia?

Un gesto che gli ha attirato le ire del laicismo francese. Di fatto Macron ha rimesso in discussione l’accordo che nel 1905 instaurò i rapporti fra Stato e Chiesa su una linea molto più laicista e anticlericale rispetto agli altri Paesi europei. Una frase del presidente è stata particolarmente significativa: “dobbiamo rimettere en marche i rapporti fra Chiesa e Stato”. È stato il primo presidente francese dalla II Guerra Mondiale che ha scelto di rimettere in discussione la polemica fra Stato e Chiesa, fondamento imprescindibile della cultura politica e istituzionale francese.

Cos’è rimasto del movimento politico che ha portato Macron all’Eliseo?

En Marche ha le sue difficoltà. Fra gli eletti in parlamento ci sono già diverse defezioni. Macron sarà costretto a farne un partito vero e proprio e scegliere un’impostazione socialista o liberale. Mi sembra che abbia già scelto decisamente la linea liberale-tecnocratica. Per questo si è scontrato contro l’ossatura gollista del potere francese, che Laurence Wauquiez, il nuovo presidente dei Repubblicani, è deciso a rivendicare.

I socialisti, rottamati alle urne da Macron, risorgeranno dalle ceneri?

Penso di si. Nel lungo periodo gollisti e macroniani mi sembrano molto più in difficoltà dei socialisti. Non dimentichiamo che nel 1966 la Sfio di Guy Molley aveva il 6% dei voti. Dieci anni dopo Mitterand l’ha portata al 30%. Il socialismo francese si basa su un sindacalismo fluido, non fondato su un impianto di partito ma sull’opinion publique. Una classe media, colta, illuminata, che è stata la struttura del partito socialista e ha avuto successo quando si è unita con l’ossatura proletaria del Partito comunista francese. Ora in Francia il Partito socialista è quasi inesistente, ma ci sono ancora i quadri e i dirigenti. E poi c’è Mélenchon: un uomo estremamente intelligente, che guida La France Insoumise, un movimento dove coesistono ecologisti, ex socialisti, comunisti del Pcf. Chissà che non sia lui l’uomo che farà risorgere il socialismo francese.

ultima modifica: 2018-05-08T09:30:00+00:00 da Francesco Bechis

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