Trump non convince Pechino con i colloqui e prepara la linea dura

Trump non convince Pechino con i colloqui e prepara la linea dura
L’incontro tra la delegazione americana e la controparte cinese per intavolare negoziati economici e commerciali s’è chiuso due giorni fa con un nulla di fatto. Il punto di Emanuele Rossi

L’incontro di alto livello di Pechino tra la delegazione americana e la controparte cinese per intavolare negoziati economici e commerciali s’è chiuso due giorni fa con un nulla di fatto.

I messi inviati dall’amministrazione Trump hanno presentato un documento in cui chiedono la riduzione di almeno 200 miliardi di dollari del deficit commerciale cinese entro il 2020; i rappresentanti del governo cinese hanno chiesto la riduzione dei controlli severissimi con cui vengono monitorati gli investimenti del Dragone.

Forse Pechino considera le richieste americane inattuabili, al punto che il team economico statunitense, guidato dal segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, e composto dai più alti funzionari economici e commerciali che circondano il presidente Donald Trump, non ha ricevuto udienza né dal presidente cinese a vita, Xi Jinping, e nemmeno dal suo vice. È stato un messaggio?

L’esperto di Cina Bill Bishop fa notare sulla sua newsletter che siamo davanti a un nodo che si stringe: ora che sono trapelate le richieste di entrambe le parti, come è possibile tornare indietro? È noto per esempio che Trump abbia come pallino fisso il deficit commerciale, e questo lo porta ad avere visioni molto più simili ai falchi del suo team (uno su tutti, Peter Navarro, direttore dello White House Trade Council e fervente economista anti-Cina) piuttosto che a quelle dei sostenitori del libero mercato (come Mnuchin, per dire): ma davanti all’apparente muro cinese, su cosa Trump potrebbe essere disposto a cedere per salvare la faccia con il proprio elettorato?

L’agenzia stampa cinese Xinhua usa una via morbida per commentare una condizione complicata, e scrive che c’è ancora molto da fare perché “entrambi le parti hanno capito che non ci sono grossi punti di contatto”.

La situazione è resa ancora più delicata dalla scadenza dell’ordine con cui le tariffazioni contro determinati prodotto cinesi entrerà in fase operativa — con conseguente possibile contromossa cinese. A latere scontri puntuali che seguono il trend generale, dove la Casa Bianca combatte sul piano commerciale, ma pensa anche al confronto strategico a tutto campo e cerca di limitare le operazioni con cui la Cina si sta portando in vantaggio sul Made in Usa.

Per esempio: sabato, il maggiore Dave Eastburn, uno dei portavoce del Pentagono, ha spiegato che “i dispositivi di Huawei e ZTE (già oggetto di disputa tra Washington e Pechino, ndr) possono rappresentare un rischio inaccettabile per il personale, le informazioni e la missione del dipartimento”, dunque alla luce di questo “non è prudente per gli affari del Dipartimento continuare a venderli al personale del dipartimento della Difesa”. Ossia: gli Stati Uniti hanno ufficialmente bandito due marche cinesi impedendo ai dipendenti del Pentagono di acquistarle perché i loro prodotti potrebbero essere usati come Cavalli di Troia per penetrare i software della Difesa americana.

Nel giorno in cui la maxi delegazione americana è arrivata a Pechino, il senatore repubblicano dalla Florida Marco Rubio ha firmato un op-ed programmatico sul Washington Post in cui ha annunciato l’intenzione di introdurre ai colleghi il Fair Trade With China Enforcement Act. Scopo del provvedimento legislativo: “proteggere il popolo americano contro la nefasta influenza della Cina sulla sicurezza nazionale ed economica, prendendo di mira direttamente gli strumenti di aggressione economica della Cina”.

Previsto il divieto di vendita di tutte le tecnologie sensibili o proprietà intellettuale alle entità cinesi; l’imposizione di un limite azionario agli investitori cinesi nelle società americane; la modifica del trattato sull’imposta sul reddito del 1984 con la Cina (in modo da imporre una ritenuta alla fonte sulle entità cinesi che percepiscono redditi da investimenti e dividendi negli Stati Uniti); nuovi dazi sui beni capitali cinesi nei settori interessati dal piano “Made in China 2025″ (quello con cui Xi intende creare, sviluppare, produrre, in Cina tecnologie di super-avanguardia); aumentare le tasse sul reddito estero delle multinazionali se entrano in joint venture vulnerabili con imprese cinesi.

La proposta di Rubio è importante perché da qualche tempo a questa parte i congressisti americani stanno ritenendo più giusto tenere un approccio severe nei confronti della Cina. Circostanza frutto di una revisione bi-partisan sulla dottrina strategica che da anni viene tenuta dagli Stati Uniti nei confronti di Pechino, resasi probabilmente necessari anche perché il presidente Xi sta spingendo il suo paese sul tetto del mondo, ora più che mai.

 

ultima modifica: 2018-05-06T10:00:24+00:00 da Emanuele Rossi

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