L’Italia, gli Stati Uniti, la Nato. Intervista esclusiva al generale John Allen

L’Italia, gli Stati Uniti, la Nato. Intervista esclusiva al generale John Allen
Il presidente del Brookings (maggiore think tank Usa) ed ex comandante dell'esercito Usa in Afghanistan e inviato speciale della Coalizione Globale contro l'ISIL commenta in un'intervista esclusiva a Formiche.net il futuro dell'Alleanza Atlantica, il ruolo dell'Italia nelle missioni internazionali, il summit Trump-Putin di Helsinki. Da leggere

Una vita in mezzo ai Marines, il corpo d’eccellenza dell’esercito statunitense, prima da ufficiale, poi da generale. Prima alla guida del Commando Centrale degli Stati Uniti. Poi Comandante dell’ISAF, la missione Nato in Afghanistan composta da 150.000 uomini. Poche persone in America possono vantare una carriera tanto prestigiosa e pluridecorata come quella di John Allen. L’ex presidente Barack Obama lo ha definito “uno dei più eccellenti leader militari d’America, un vero patriota, un uomo che ho imparato a rispettare profondamente”. Nel 2014 lo ha scelto per guidare da inviato speciale del presidente la Coalizione Globale contro lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL). Un ruolo che ha ricoperto con successo, riuscendo a mettere in campo le sue doti diplomatiche per allargare la coalizione contro Daesh fino a 65 Stati membri. Oggi il servizio di Allen, da sempre democratico convinto, continua sotto un’altra forma: la presidenza del Brookings Institution, definito dall’Economist “il più prestigioso think tank americano”, un’istituzione di ricerca e policy-making con più di cent’anni alle spalle. Nei giorni scorsi il comandante è stato in Italia, partecipando assieme all’ambasciatore Giampiero Massolo a un convegno sul rischio cyber organizzato a Milano dall’Osservatorio sulla cyber security diretto da Fabio Rugge e promosso da Ispi e Leonardo. E ha concesso a Formiche.net un’intervista esclusiva per commentare i tempi turbolenti che sta attraversando l’Alleanza Atlantica, le nuove minacce alla sicurezza del XXI secolo, il summit Nato e il vertice Trump-Putin ad Helsinki, le sfide europee e infine il posizionamento nel mondo dell’Italia, “un amico e un alleato degli Stati Uniti”.

Comandante Allen che impatto sta avendo il mondo cyber sulla dottrina militare americana?

Gli Stati Uniti ormai considerano il dominio cyber come uno dei sei domini di guerra. Esattamente come esistono le operazioni di terra, mare ed aria anche il mondo cyber ha un suo dominio.

Ci spieghi meglio.

Spesso si riduce il lato cyber agli attacchi hacker ma il quadro è molto più ampio. Le interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane del 2016 e quelle ormai di routine nei Paesi europei dimostrano che il mondo cyber può essere usato come base per una campagna di influenza strategica all’estero. Ovviamente nel 2016 gli attacchi hacker hanno giocato un ruolo importante nella strategia russa. Ma gran parte del successo dell’operazione di Mosca si deve alle campagne di influenza attraverso le cosiddette informazioni “micro-targeting” basate sull’Intelligenza Artificiale e volte a creare un pregiudizio negli elettori, coalizzare alcuni gruppi e installare una crisi di fiducia del popolo americano verso il suo governo.

Quali sono le possibili applicazioni belliche?

La guerra cyber è molto più pervasiva della guerra combattuta attraverso le truppe terrestri o l’aviazione. Le minacce cyber sono più sofisticate. L’I.A. potenzia le performance di calcolo, dà accesso ai big data, permette di creare algoritmi sofisticati. Nel cyber-spazio assistiamo oggi a una vera e propria corsa alle armi fra chi vuole usare questi mezzi per attacchi e intromissioni e chi invece vuole usarli per difendere le persone.

Parliamo di operazioni condotte da organizzazioni statali o da lupi solitari?

Non è facile attribuire queste operazioni a un attore statale. Abbiamo impiegato molto tempo per attribuire alla Corea del Nord la paternità del collettivo hacker nordcoreano 121, conosciuto come Lazarus, che ha rubato da un conto bancario 80 milioni di dollari e prodotto il ransomware WannaCry. Lo stesso vale per il ransomware russo Petya che ha gravemente colpito l’Ucraina in preparazione, dicono gli esperti, di un successivo attacco agli alleati europei degli Stati Uniti. Il loro legame con attori statali è difficile da provare concretamente. Spesso un’organizzazione che apparentemente opera nello spazio cyber per combattere i crimini informatici può in un secondo momento impegnarsi in azioni di cyber-terrorismo o addirittura di vera e propria guerriglia cyber.

C’è il rischio concreto di un’interferenza estera nelle elezioni di midterm?

Assolutamente si. Posso dire con certezza che molte delle milizie straniere operanti nel nostro cyberspazio sono ancora attive. Abbiamo fatto significativi passi avanti per proteggere il nostro sistema elettorale, come riabilitare il vecchio sistema di voto cartaceo per evitare interferenze con quello elettronico. Non è facile coordinare gli sforzi perché il voto negli Stati Uniti è gestito a livello dei singoli Stati e delle contee. Oggi abbiamo molte più risorse per contrastare queste operazioni rispetto al passato ma ancora non è abbastanza. Per questo sono contento che il presidente Trump abbia voluto rafforzare il Cyber-commando degli Stati Uniti (USCYBERCOM).

Le minacce cyber saranno uno dei tanti temi sul tavolo al summit Nato di luglio. L’Alleanza sta attraversando un momento difficile. Cosa si aspetta dall’incontro dei leader?

Non c’è dubbio che il presidente Trump chiederà nuovamente agli alleati di spendere il 2% del Pil nel budget dell’organizzazione. Spero che ponga il tema con forza, ma al tempo stesso auguro che dal summit possa uscire un messaggio chiaro. La Nato e l’Europa non sono importanti per gli Stati Uniti, sono vitali. Se dall’incontro emergerà questo messaggio tutti gli alleati potranno tirare un sospiro di sollievo, convinti che le relazioni transatlantiche sono oggi ancora più solide che in passato e che insieme siamo più forti. È una preoccupazione che ho io personalmente e tutti gli americani cresciuti guardando alla Nato come un faro di libertà per il mondo.

Lo scorso anno i rimproveri di Trump consegnarono l’immagine di una Nato poco unita. Anche questa volta il presidente americano si schiererà contro tutti?

I modi del presidente Trump a volte sono inappropriati, ma quello che richiede è giusto. Dobbiamo ricordarci che la decisione di contribuire al budget con il 2% del Pil fu presa collettivamente dalla Nato, non dagli Stati Uniti. Non c’è nessuna scienza particolare dietro quel numero, semplicemente i Paesi membri lo hanno ritenuto uno sforzo sostenibile. Io aggiungo che è uno sforzo vitale. La Nato deve far fronte a diverse minacce come le interferenze della Russia o le infiltrazioni terroristiche nell’immigrazione dal Sud. E a una minaccia che supera tutte le altre.

Quale?

L’invecchiamento tecnologico. Il 20% di quel 2% viene speso per la modernizzazione dell’Alleanza. Abbiamo 5-6 tipologie di carri armati a disposizione e un numero infinito di armi da fanteria, ma se non investiamo nella modernizzazione la Nato non può operare come un’organizzazione pienamente integrata e interoperativa. Gli Stati Uniti stanno investendo molto nella tecnologia, ma lo stesso non si può dire di tanti altri Paesi membri. Questi Stati non hanno le risorse per gestire i dati con una piattaforma di intelligence comune. Se scoppiasse una guerra l’interoperatività dell’intera alleanza sarebbe minata da questo deficit.

Il Consiglio Europeo ha rinnovato le sanzioni alla Russia. Una prova di unità di un’Europa divisa al suo interno su tanti dossier. Fino a quando queste misure dovranno rimanere in vita?

Finché la Russia non cesserà le sue attività in Ucraina e in Crimea e non ritirerà il suo supporto ai mercenari del Donbass. È giusto che nell’Europa del XXI secolo la Russia paghi per queste violazioni. Prolungare le sanzioni mantenendo alta la pressione su Mosca è una decisione non solo politica ma anche umanitaria e dice molto di chi siamo: una comunità di nazioni basata sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Le persone che non godono di questi diritti nel mondo guardano con speranza all’Europa e agli Stati Uniti. Uno degli obiettivi strategici della Russia è rompere la coesione dei Paesi europei e della Nato. Se una Nazione deciderà di rompere questa unità dovrà risponderne davanti al suo popolo.

Il 16 luglio Donald Trump e Vladimir Putin si incontreranno ad Helsinki. È una buona notizia?

Sono contento che si faccia l’incontro e spero possano emergere soluzioni utili non solo per i due Paesi ma anche per il resto del mondo, purché un eventuale accordo non si faccia a spese degli Alleati. Ho sempre pensato che sia meglio parlare con i propri nemici. Quando vengono isolati è molto più facile incappare in un errore di calcolo. C’è da dire che è il primo faccia a faccia esclusivo tra i due leader. Solitamente il primo appuntamento dà inizio a un percorso, non lo conclude.

Cosa può ottenere Trump dall’incontro?

Non credo che Trump otterrà una singola concessione dai russi. Ci sono diverse questioni che rendono difficile una normalizzazione dei rapporti fra Stati Uniti e Russia: la chiara, evidente interferenza dei russi nelle elezioni del 2016 e il loro comportamento in Ucraina, Siria, Nord Africa. C’è poi un altro ostacolo non meno rilevante.

Cioè?

La stabilità politica interna in Russia si deve all’impressione che Vladimir Putin abbia restaurato il prestigio e la credibilità del Paese all’estero e all’idea di una comunità russa unita intorno al suo leader. Putin deve la sua popolarità alla sua politica muscolare. Tornare a casa dal summit di Helsinki dopo aver fatto importanti concessioni a Washington gli complicherebbe la vita.

Veniamo a un dibattito di grande attualità in Italia, ovvero la nostra partecipazione alle missioni internazionali. Lei ha guidato l’esercito americano in Afghanistan. A suo avviso è un errore ritirare le truppe italiane da quella regione?

Premetto che non voglio dare alcun consiglio al governo italiano perché è un dibattito sovrano che deve avere con il suo popolo. L’Italia ha il diritto di scegliere il suo posizionamento nel mondo. Mi limito a dire che la presenza continua delle forze italiane, tedesche e degli altri alleati nella regione è vitale. Le forze Nato non stanno combattendo in Afghanistan, addestrano le truppe locali. Più ci impegniamo, più veloce sarà il percorso verso la stabilizzazione del Paese. Non dobbiamo rimanerci per sempre, ma quanto basta per garantire l’autosufficienza della polizia e dell’esercito afgano.

Quanto è importante il contributo italiano?

Da ex comandante dell’esercito statunitense in Afghanistan posso dire che la presenza e il contributo degli italiani hanno avuto un ruolo chiave per cementificare la coalizione. La qualità e la solidità che portano gli italiani nelle missioni internazionali è davvero fondamentale. Credetemi, per gli americani è un orgoglio stare al fianco degli italiani in regioni difficili come il Libano, l’Iraq e l’Afghanistan. Quando ero al comando in Afghanistan il miglior interlocutore che ho avuto è stato il comandante della brigata italiana in Iraq.

La stabilizzazione del Paese è un obiettivo che si può raggiungere nel breve periodo?

Purtroppo l’instabilità politica dell’Afghanistan durerà ancora diversi anni. Fortunatamente oggi non siamo più in una fase di combattimento. Quando ero a Kabul ogni domenica mattina leggevamo nel quartier generale i nomi dei nostri ragazzi che erano stati uccisi. Oggi non sentiamo più tutti quei nomi e sono molto felice di questo.

Nel frattempo una parte dell’esercito americano è stata smobilitata.

La smobilitazione dell’esercito americano in Afghanistan ha creato un’instabilità che ora il presidente Trump sta cercando attenuare insieme al segretario per la Difesa James Mattis. Sono stato al comando di 150.000 uomini della Nato. Si aspettavano che in meno di 40 mesi, entro il 2016-2017, ne rimanessero solo 10.000, riducendo le basi sul territorio da 800 a 10. Il piano era semplicemente impossibile.

Il presidente Barack Obama l’ha scelta come inviato speciale degli Stati Uniti per la coalizione internazionale contro l’Isil. Durante la presidenza Trump ci sono stati significativi progressi nella lotta ai tagliagole in Siria e in Iraq. Oggi cosa è rimasto del Califfato?

Daesh è ancora vivo. Possiamo sconfiggerlo militarmente, ma se non cambiamo radicalmente le condizioni di vita di chi abita in quelle regioni l’idea di Daesh continuerà ad avere appeal sulle persone. In questo momento c’è bisogno di stabilità politica. Prendiamo l’Iraq. Daesh è stato sconfitto sul piano militare, non c’è dubbio. Ma ci sono ancora elementi pericolosi che possono fomentare rivolte e propagandare il terrorismo. Continueranno a farlo finché una larga porzione della popolazione irachena e siriana si sentirà alienata dal suo governo.

Dove può rinascere Daesh?

La legacy di Daesh nelle province del Califfato è ancora viva. Ansar al-Shari’a invita Daesh a considerare la Libia la sua wilāyāt (provincia, ndr) nel Nord Africa. Boko Haram in Nigeria è diventata la sua wilāyāt nell’Africa Occidentale, Ansar Bayt al-Maqdis nel Sinai. Il cuore di Daesh è stato sconfitto, ma i jihadisti sono ancora attivi nelle province così come nello spazio cyber.

ultima modifica: 2018-07-01T11:00:22+00:00 da Francesco Bechis

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