Ecco perché la fine di Isis dipende dalla tregua in Siria

Ecco perché la fine di Isis dipende dalla tregua in Siria
L'intervento di Giancarlo Elia Valori

I due precedenti “cessate il fuoco” siriani di  febbraio e settembre sono stati un sostanziale insuccesso. Mediati da interessi troppo divergenti, si sono arenati in un gioco a somma zero tra le irregolarità compiute da tutti i gruppi in causa. Sul piano strategico e geopolitico, molte fonti ancor oggi parlano di una ipotesi “tripartita” per il futuro della Siria, che potrebbe nascere proprio dai tre accordi del 30 dicembre 2016.

Uno è tra governo siriano e “ribelli” jihadisti, poi vi è una lista di tecniche di monitoraggio dell’accordo, infine l’accordo di Astana si conclude con una lettera di intenti tra le parti per iniziare, dopo il “cessate il fuoco”, i negoziati che porteranno alla fine del conflitto.

L’accordo nella capitale del Kazakhistan avviene dopo che l’Esercito Arabo Siriano di Assad ha mantenuto e talvolta ampliato le sue recenti posizioni; mentre i jihadisti hanno perso il controllo di metà della città di Aleppo, perdendo inoltre le periferie di Damasco e alcune grandi aree nella provincia di Idlib.

I primi obiettivi politici, i più evidenti, sono che la Federazione Russa vuole capitalizzare il suo nuovo ruolo di broker mediorientale, gentilmente regalatole dall’insipienza degli Usa e dei suoi alleati europei; e che inoltre Assad mira a mantenere e a rafforzare le sue recenti posizioni per raggiungere presto la pace e, soprattutto, l’unità del suo Paese.

Le cartine degli Stati Maggiori siriani indicano che, dopo questa tregua, gli attacchi di Damasco andranno in profondità verso il centro delle aree ancora in mano ai vari gruppi ribelli e al Daesh, partendo dalla costa mediterranea e dalle aree confinanti tra la Siria e il Libano.

La Turchia, segnataria insieme alla Russia e all’Iran del “cessate il fuoco”, vuole limitare i grandi danni che le provengono dal conflitto, con le masse di profughi, ben 2 milioni, che sono già in Turchia con le altre popolazioni siriane.

Quelle che arriverebbero dopo che il regime di Assad avesse conquistato, come è probabile, Idlib.

Naturalmente, Ankara spera che il suo nuovo ruolo in Siria venga notato dal regime di Bashar el Assad e che la questione curda, di conseguenza, non si materializzi in uno Stato costruito dal YPG tra Siria e Iraq e che possa lambire le zone curde turche al suo confine.

D’altra parte, un Kurdistan autonomo e indipendente nella Siria del Nord potrebbe diventare una sorta di cuscinetto geopolitico che permetterebbe alla Russia, all’Iran e ad altre potenze un diritto di passo nella grande area mediorientale che, certamente, cambierebbe tutti i giochi che finora abbiamo conosciuto in quella zona e nel Mediterraneo.

Un saggio dell’”Istituto Nazionale Russo per la Ricerca sula Sicurezza Globale” ipotizza un interesse primario degli USA per un grande “sunnistan” al centro della futura Siria e Iraq occidentale. Con un corrispettivo “stato sciita” nel sud siriano.

E’ ancora il vecchio tentativo di allungare la pipeline che va dal Qatar fino al confine mediterraneo della Turchia, senza toccare le aree irano-sciite. E’ il vecchio federalismo etnico, sperimentato dannosamente per i Balcani, che ispira ancora la “linea” degli USA nell’area. Un modello derivato dalle analisi, ben più fini di quanto non si dica, elaborate a suo tempo da Samuel Huntington. Russi, siriani, turchi non vogliono questo, ma fino a un certo punto. Mosca non vuole dissanguarsi militarmente per la Siria unita, la Turchia non vuole confini insicuri nel nord siriano, l’Iran vuole solo coprire la sua zona di influenza al confine con la Siria.

Se la guerra siriaca diventasse troppo lunga o troppo costosa, o strategicamente inutile, allora le Tre Potenze dell’ultimo “cessate il fuoco” di Astana potrebbero adire, anche loro, ad un “federalismo” nell’area dell’attuale regime di Bashar el Assad. Ma disegnato da loro, non certo dagli USA. Che non avrebbero nemmeno l’ombra di un proxy state a ci far fare i lavori sporchi.

Gli Stati Uniti, in quel momento, potrebbero ricorrere alla strategia dei bloody borders, come li ha chiamati l’analista USA Ralph Peters, dei “confini insanguinati”, per riformare i potenziali strategici locali secondo i loro interessi. E gestire, con una “guerra lunga”, le risorse dei loro concorrenti.

Sempre i documenti riservati citati dalle nostre fonti ipotizzano che Bashar possa essere sostituito, secondo i piani USA, da un candidato alawita alla Presidenza “meno polarizzante” e che l’Iran, vista la nuova e poco amichevole presidenza Trump all’orizzonte di Washington, voglia chiudere subito la parentesi siriana garantendosi il controllo delle sue aree di confine e delle sue enclave etnoreligiose.

Ma è bene ricordarsi che oggi almeno il 70% della popolazione siriana vuole il regime di Bashar el Assad e solo il 30% mostra di gradire altre ipotesi, curdi compresi.

Torniamo al “cessate il fuoco” del 30 dicembre 2016, in gran parte iniziativa personale di Putin. Se esso permane per il mese di vigenza formale, avremo la Turchia e la Russia che sponsorizzeranno i colloqui di pace tra il governo di Bashar el Assad e le sette maggiori organizzazioni del jihad siriano, a parte il Daesh e il Fronte Al Nusra, ovvero Al Qaeda, che peraltro hanno già firmato questo “cessate il fuoco” ad Astana, la capitale del Kazakhistan.

Le organizzazioni firmatarie sono rilevanti, anche sul piano militare. Si tratta di Feilak al Sham, una organizzazione jihadista sponsorizzata dalla Turchia, con 19 distaccamenti e 4000 operativi.

Il secondo gruppo jihadista è Ahrar al Sham, ovvero Harakat Ahrar al Sham al Islamiya, con ben 80 gruppi di fuoco e un potenziale di 16.000 jihadisti, presenti e operanti in tutti i luoghi strategici della guerra siriana: Damasco, Homs, Latakia, Hama, Daraa, Idlib. E ancora abbiamo, tra i firmatari del “cessate il fuoco” di Astana, Jaish al Islam, con 64 gruppi di fuoco e un totale di 12.000 jihadisti armati. Poi, sempre tra i firmatari di Astana, vi è il jihad di Tuwar al Sham, con otto battaglioni per un totale di circa tremila operativi, che fanno il jihad tra Aleppo, Idlib e Latakia. Un altro gruppo che ha aderito è Jaish al Mujahiddin, con 13 centri operativi e 9000 militanti attivi.

Poi, abbiamo ancora Jaish Idlib, ovviamente operativo soprattutto nell’area di Idlib, con una forza composta da tre grandi battaglioni, che contano 6000 combattenti. Infine, ad Astana si trovavano anche i plenipotenziari di Jabhat al Shamiya, 5 battaglioni tra Aleppo, Idlib e Damasco, con una forza stimata in 3200 operativi.

Se, quindi, il governo siriano di Bashar el Assad, che gode davvero del sostegno dei suoi cittadini, dovesse pensare a delle autonomie territoriali, i Russi e perfino i Turchi consiglierebbero, di contro al “federalismo” di marca USA, un tranquillo autonomismo locale. Dove peraltro i gruppi piccoli e grandi che hanno firmato ad Astana potrebbero perfino riciclarsi come milizie locali, mentre i loro vecchi finanziatori se ne vanno con la coda tra le gambe.

Per la cronaca, durante i negoziati i turchi hanno richiesto la rimozione delle forze iraniane e di Hezbollah dal territorio siriano, che naturalmente hanno negato a Lavrov, il ministro degli Esteri russo, questo gratuito favore ai turchi e, indirettamente, ai sauditi. Ahrar al Sham, poi, fa parte della costellazione di Al Qaeda e quindi del Fronte al Nusra, e i turchi all’inizio non erano d’accordo nell’inserire il gruppo tra i firmatari di Astana. Ma è stata proprio l’Arabia Saudita, direttamente, ad obbligare Ahrar al Sham ad aderire al Patto di Astana.

L’accordo prevede, fra l’altro, il blocco dei raid dell’Aeronautica Siriana contro i “ribelli”, azioni di guerra aerea che potranno, all’occorrenza, essere compiute solo dai russi. I gruppi firmatari sono tenuti ad abbandonare le loro posizioni, peraltro indicate nel testo dell’accordo, il che rende possibile una più facile individuazione e neutralizzazione delle postazioni del Daesh e di Al Nusra.

Vi è l’affermazione, nel testo dell’Accordo, di un sostegno delle potenze presenti in Siria ad una forte unità territoriale del governo di Damasco, così i turchi non avranno lo Stato Curdo, che non interessa nemmeno a Mosca, e questa rimarrà una delle tante promesse non mantenute degli USA nell’area. Nessuna parte firmataria potrà cercare di conquistare altro territorio, nella vigenza del “cessate il fuoco”. Nessuna parte firmataria ha infine insistito sulla deposizione di Bashar el Assad.

Tutti i firmatari, poi, dovranno consentire l’arrivo degli aiuti umanitari in tutta la Siria non controllata dai gruppi esclusi dal “cessate il fuoco”. Tutte le forze, è esplicitamente scritto nel testo del “cessate il fuoco”, dovranno ritirarsi dalla Strada del Castello di Aleppo.

E allora? L’attacco turco ai curdi è solo rimandato, con o senza l’appoggio ingenuo degli USA, che certamente abbandoneranno quella gloriosa tribù indoeuropea al suo destino. I gruppi di jihadisti, colpiti nella loro “testa” saudita e qatariota, non saranno così pericolosi come oggi sono. Nemmeno a Riyadh vogliono morire per Damasco.

Se avranno un qualche motivo territoriale o finanziario per cessare il sostegno ai jihadisti siriani, sauditi e qatarioti molleranno la presa. Mosca ha vinto su tutta la linea. Ha cancellato gli USA dal Medio Oriente; ed ha messo insieme in un progetto geopolitico credibile Turchia e Iran, avversari storici. L’Iran è anch’esso un vincitore di Astana.

Garantita la sicurezza dei suoi confini, può giocarsi pienamente tutta la nuova partita dei gasdotti che opereranno dopo la fine del conflitto. L’esercito di Baghdad è già alla porte di Raqqa, è solo un problema di tempo la eliminazione del Daesh. Insomma, se il “cessate il fuoco” regge, cambia completamente tutto il paesaggio strategico siriano e del Medio Oriente. I curdi stanno prendendosi, anche loro, Raqqa, con la consueta, efficace durezza.

L’Esercito di Assad ha conquistato la periferia di Wadi Barada, precedentemente tenuta dai jihadisti di Jabhat Fateh al Sham. Saranno ridotte le sacche rimaste ad Homs e Aleppo, e poi l’esercito di Assad prenderà le aree primarie del territorio, le direttrici oggi tenute dal Daesh. Se la tregua funziona e il jihad che ha firmato ad Astana si riduce grandemente, come è probabile, allora per Damasco la lotta sarà solo verso il Daesh, con il sostegno dei suoi sostenitori strategici. E allora non ci sarà scampo.

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ultima modifica: 2017-01-08T08:00:09+00:00 da Giancarlo Elia Valori

 

 

 

 

 

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