Ho letto commenti feroci a sostegno della Legge Bossi-Fini, dipinta come un capolavoro di politiche d’immigrazione (direi piuttosto di politiche dei respingimenti a prescindere da tutto). Talmente ottima che ha criminalizzato quelle persone che arrivano in cerca di speranza, disperate, definendole “clandestini”. Ma ancor peggio è l’elogio degli accordi bilaterali tra Italia e Libia del 2008, voluti e realizzati da Silvio Berlusconi, quando era Presidente del Consiglio (ricorderete anche la visita di Gheddafi a Roma e l’oltraggio che abbiamo dovuto subire). Questi accordi sono stati salutati come un capolavoro di diplomazia e d’intelligenza politica. Sciocchezze: sono un obbrobrio. un patto col diavolo, un esempio di politica della deresponsabilizzazione, dove uno Stato democratico fa un patto con una dittatura, senza garanzie per la vita delle persone “oggetto” di questo accordo.

Gli accordi bilaterali di cui ho letto elogi da parte di internauti, erano accordi stipulati con l’ex criminale e dittatore libico, Gheddafi, noto anche come “trattato d’amicizia e cooperazione” o “trattato di Bengasi” (ratificato nel 2009) Questi accordi hanno prodotto certo “zero morti” nei nostri mari e sulle nostre spiagge, ma non perché l’immigrazione si fosse fermata spontaneamente, o perché il buon Gheddafi avesse trovato la soluzione al problema in modo pacifico. No, erano stati commessi crimini efferati, e l’Italia ne è co-responsabile.

Come dimostrano numerose inchieste e documentari prodotti con le testimonianze dei sopravvissuti a questi viaggi dell’orrore, la polizia libica arrestava i migranti provenienti dal Centro e Sud dell’Africa, li vendeva ai trafficanti di uomini o li imprigionava. Una volta imprigionati, inducevano questi poveri disperati a farsi mandare soldi dalle famiglie, pagavano un riscatto e venivano liberati. Una finzione terribile, una violenza psicologica inaudita (oltre che fisica): una volta liberati, infatti, la polizia libica li arrestava nuovamente, e ricominciava la tragedia. Erano stipati a centinaia in carovane o furgoni, spediti nel deserto a morire di stenti. I sopravvissuti, invece, venivano rinchiusi in prigioni disumane: né più né meno di gabbie per cani, ammucchiati come bestie a morire di fame, di malattie, senza servizi igienici, costretti a orinare e defecare nello stesso spazio in cui mangiavano e dormivano, ammucchiati come sacchi, gli uni sugli altri.

Come essere umano, proverei un senso d’immensa vergogna, se dicessi che questo scenario è “ok” rispetto agli obiettivi di questi accordi e se dicessi che hanno dato buoni risultati. Mi sentirei colpevole tanto quanto quelli che hanno voluto questo trattato, e tanto quanto gli esecutori degli accordi in Libia, di crimini contro l’umanità. Se fossi un cristiano praticante, straccerei le vesti, brucerei tutto e m’inginocchierei davanti alla Croce per implorare, nella solitudine della mia coscienza, un perdono totale sapendo di non meritarlo. Se fossi un politico, riconoscerei un fallimento ideologico ancor prima che tecnico, chiederei perdono e mi prodigherei per rimediare ai danni che ho concorso a creare e non avrei più la spudoratezza né di parlare, né di mostrarmi in pubblico. Proverei un profondo senso di vergogna, nell’applicare alla vita, una visione tipicamente vittoriana (ma era il 1800-1900), quella per cui “va tutto bene, purché non si veda”.

Questa convinzione deriva dal fatto che la miseria e la morte non ci capitano sotto gli occhi, e poco importa se centinaia di uomini, con il nostro supporto politico, sono morti o venduti come schiavi, poco importa se le donne sono stuprate e vendute, o costrette ad assistere alle violenze sui propri uomini per aumentare la tortura psicologica e il terrore. Poco importa se a questa gente è stata strappata la dignità e il diritto alla vita, sempre per i fantomatici favolosi accordi bilaterali di cui alcuni parlano.

Sono state vere, dure e profonde le parole di Papa Francesco, la nostra massima autorità morale, durante l’omelia della messa celebrata a Lampedusa. Ipocriti sono i cristiani che giustificano e sostengono l’odio e la rabbia verso altri fratelli, sono miscredenti e soprattutto sono falsi cristiani. Cito il Vangelo di Giovanni « Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede » (1 Gv 4,20). In questo caso, un  cristiano non può dirsi tale e tradisce se stesso.

Tempo fa ebbi modo di incontrare un sopravvissuto ad uno di questi viaggi della morte. Era un uomo eritreo fuggito dalle persecuzioni politiche e dalla guerra, in cerca di aiuto, finito nelle mani di questi assassini, e miracolosamente sfuggito ai loro progetti di morte. Raccontò di questa terribile esperienza, degli amici e parenti persi, dei numerosi compagni di viaggio morti nel deserto, piuttosto che nelle prigioni libiche a seguito dei pestaggi, degli stenti o della disperazione.

Il suo nome è Dagmawi Yimer, protagonista del docufilm “Come un uomo sulla terra”. Fu invitato in Università Bicocca assieme al fondatore del progetto Fortress Europe, Gabriele Del Grande.

Il documentario era terribilmente crudo: raccontava a noi, benestanti, benpensanti e sereni italiani, ciò che accadeva grazie agli accordi dell’allora governo Berlusconi con il regime dittatoriale di Gheddafi. Era il 2009, e questa situazione non è, ad oggi, mutata. Nel 2012 è stato presentato un nuovo documentario sul tema, “Mare chiuso”, per raccontare gli orrori che continuavano anche dopo la guerra.

L’Italia ha un dovere verso la propria storia, verso l’umanità. Il dovere di rifiutare per sempre queste politiche d’odio e di violenza, di condannare chi strappa la dignità e la vita a persone inermi in cerca di speranza. L’Italia non può procedere con questa logica dello “state a casa vostra” ad ogni costo, anche a costo di essere complice istituzionalmente, di efferati crimini, dalla tortura all’omicidio. Sì, perché in quelle prigioni accadeva di tutto.

L’Italia doveva premurarsi di come la Libia cercava di tener fede ai patti, doveva esigere che la vita dei migranti fosse rispettata, che la loro integrità fisica e psichica fosse preservata, che fosse offerto loro un trattamento “umano”. L’Italia sapeva? Allora è colpevole direttamente di un crimine imperdonabile. L’Italia non sapeva? Allora è colpevole d’imperizia e superficialità, e dunque indirettamente complice di questi efferati crimini.

Quando sento accuse rivolte nei confronti dei migranti, il sangue nelle vene ribolle. Quando sento gente che ignora totalmente la verità dei fatti, la condizione ben descritta in quei documentari, così come in tanti rapporti di ong e di enti europei per i diritti umani; difendere a spada tratta un accordo  (e una legge che ha istituito un reato assurdo) che ha prodotto più guai che altro – solo perché “almeno non si vedevano i morti sulle spiagge o in tv”, allora perdo anche la speranza e la fiducia negli italiani come popolo “d’antica civiltà” come scrisse, lo ho detto tante volte, Hannah Arendt nel suo “La banalità del male”.

Le politiche dell’immigrazione devono essere cambiate al più presto. Lo sforzo è da compiere assieme all’Unione Europea. Il Presidente Martin Schulz è stato chiaro, in dichiarazione e interviste ha specificato che questo non è un problema dell’Italia, ma dell’Europa. Sì, perché Lampedusa è davvero una frontiera d’Europa, dove si misura prima di tutto la capacità effettiva del soggetto politico “Europa” di tutelare i principi che l’hanno caratterizzata, sui quali è stato costruito il progetto europeo, da oltre cinquant’anni.

Ci sono stati sforzi grandissimi. È stato ricostruito un presente ottimista sulle macerie politiche, sociali, umane oltre che materiali, della seconda guerra mondiale. Lo scopo era di creare un futuro migliore. L’Europa ha fatto del rispetto della dignità umana un valore assoluto, ha riconosciuto con forza che la vita è un valore inalienabile, che l’equità è un target da perseguire sempre e cha la giustizia è una bussola che dovrebbe guidare le scelte dei nostri governi. Cosa ne è di tutto questo, se la vita di disperati è lasciata nelle mani di scafisti, assassini o se le tragedie sono usate a scopo di marketing politico da una parte politica o dall’altra? Cosa ne è dell’esperienza storica, politica e umana dell’Europa (e dell’Italia) se non siamo capaci di trovare soluzioni a problemi tanto seri? Senza, però, scadere nel populismo, nella demagogia o peggio ancora in nazionalismi?

L’Italia ha grandi responsabilità, l’Europa anche. Sulla vita di queste persone non dobbiamo giocare. Sulla dignità della nostra storia non dobbiamo scherzare, sulle motivazioni che hanno indotto a creare un’Europa unita, non dobbiamo scherzare.

Accoglienza e rispetto dell’altro sono gli elementi imprescindibili a cui dobbiamo guardare per una vera rivoluzione sociale e politica: questo riguarda il migrante che arriva alla nostra porta implorando aiuto, così come per i cittadini italiani abbandonati a se stessi: dalle donne ai giovani, dagli anziani agli omosessuali, dai deboli ai disoccupati. La grandezza di un Paese come il nostro dovrebbe basarsi sulla capacità di non mettere in contrapposizione la disperazione di uno con un altro, di non distruggere la speranza di uno per il benessere di un altro, di non alimentare l’odio e la violenza nei confronti di chi ci chiede aiuto e che legittimamente chiede il rispetto dovutogli, non perché è in una posizione superiore o inferiore, ma perché è uno di noi.

Condividi tramite