Ecco come la stampa araba ha visto la strage di Charlie Hebdo

Ecco come la stampa araba ha visto la strage di Charlie Hebdo

Condanna, solidarietà, voglia di fare chiarezza su fatti e conseguenze future. Con alcuni giornali che attaccano anche la Francia e l’Occidente. Così le principali testate giornalistiche del mondo arabo, da più di 48 ore, tengono i riflettori accesi su Parigi, teatro della strage compiuta dai fratelli Kouachi nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo e degli altri due attentati prima a Montrouge, e poi nel negozio di Porte de Vincennes ad opera del loro sodale Ahmedy Coulibaly.

LE PRIME REAZIONI “DIPLOMATICHE” DELLA STAMPA ARABA

Nelle prime ore dopo il massacro del direttore Charb e delle altre 11 persone della rivista, la stampa mediorientale ha dato ampio spazio alla vicenda, accantonando tutte le tematiche riguardanti Iraq, Siria e Libia che occupano solitamente il palcoscenico dell’informazione araba. In questa prima fase, i titoli molto duri e altisonanti delle prime pagine non sono stati accompagnati da riflessioni o commenti particolarmente approfonditi dei fatti. Alcuni hanno parlato di reazioni “diplomatiche”, tese forse a non soffiare sul fuoco delle polemiche e a non urtare la sensibilità del pubblico occidentale. Se il quotidiano panarabo Asharq al Awsat riportava in prima pagina la “Condanna araba, islamica e internazionale dell’attacco”, Al Hayat, titolava: “Terroristi colpiscono a sangue freddo nel cuore di Parigi”. Dura la condanna dell’agenzia ufficiale saudita Spa che definiva l’attentato «il codardo attacco terrorista, rifiutato dall’Islam e da tutte le religioni».

Sul fronte libanese, il quotidiano As Safir, vicino al regime siriano, ha definito l’attacco al settimanale satirico francese un «orribile crimine contro la libertà di stampa e gli arabi», ponendo l’attenzione sul rischio di possibili ripercussioni, rivendicazioni a danno delle comunità di immigrati in Francia e in Occidente e al danno d’immagine per i Paesi mediorientali. Restando in Libano, il quotidiano in lingua francese L’Orient le Jour, voce di riferimento della comunità cristiana, in un editoriale in prima pagina titolato “Je suis Charlie” ha definito l’attentato un atto che «mira a radicalizzare i più moderati», frutto di un «processo perverso che noi libanesi conosciamo anche troppo bene», facendo riferimento alla guerra civile del Paese dei Cedri.

LE VOCI FUORI DAL CORO

Spostandosi in area sciita, in Iran la stampa ha condannato l’attacco, ma allo stesso tempo ha affermato che è opera di un terrorismo sostenuto da Parigi e dall’intero Occidente contro il regime siriano di Bashar al Assad. Sul sito della televisione di stato iraniana Press TV si leggeva che «La Francia ha mantenuto una posizione molto ambigua sul terrorismo nel mondo arabo» e ha «fornito denaro e armi ai gruppi terroristi nel nord della Siria». Ma c’è anche chi ha “giustificato” più palesemente l’attentato compiuto al giornale satirico. Il quotidiano conservatore Yeni Akit, vicino ai movimenti islamisti, ha titolato “Attacco sulla rivista che ha provocato i musulmani”, parlando della mattanza come di una vendetta per la decisione da parte della rivista di pubblicare vignette che avevano preso di mira Maometto. Turkiye, altra testata islamista, ha dapprima titolato “Attacco alla rivista che ha insultato il nostro Profeta” e dopo le reazioni negative di molti lettori, lo ha modificato in “Attacco alla rivista che ha pubblicato brutte vignette del nostro Profeta”.

L’OMAGGIO DEI VIGNETTISTI

Non sono mancate dimostrazioni di solidarietà e omaggi da parte dei vignettisti e dei caricaturisti del mondo arabo che in risposta all’attentato hanno pubblicato le loro opere sui social network accompagnandole con gli hashtag #JeSuisCharlie e #notinmyname. Dalla penna insanguinata del siriano Ali Ferzat, «dedicata a tutte le vittime del pensiero, dell’arte e dell’espressione, qui, nel mondo arabo, in tutto il mondo» al “Sono solo un musulmano” del sudanese Arbaih che ritrae un musulmano tra i due opposti islamici e occidentali. Dall’algerino Ali Dilem che disegna la vittima con la scritta “dei coglioni mi hanno ucciso” al disegnatore libanese Mazen Kerbay con la vignetta “io penso, dunque non sono più” e a Samandal, collettivo di disegnatori libanesi con “Samandal è Charlie”. Molte di queste vignette sono state ripubblicate da alcuni quotidiani online arabi, tra cui Aljazeera.

LE OPINIONI E LE CRITICHE DEGLI ANALISTI 

Alla cronaca dei fatti, aggiornata costantemente da tv, web e giornali cartacei, si sono affiancate – ma solo molte ore dopo la strage – le opinioni e gli approfondimenti di esperti e noti editorialisti del panorama mediorientale. «Al di là di ogni principio, l’attacco terroristico a Charlie Hebdo è stato un crimine atroce non contro la Francia e la libertà di espressione ma contro l’Islam stesso». Faisal J. Abbas, caporedattore del quotidiano Al Arabiya nell’editoriale “Vive la liberté!” commenta in questo modo i tragici fatti che hanno sconvolto la Francia nei giorni scorsi aggiungendo che «tali atti compiuti in nome dell’Islam sono, ironia della sorte, il danno peggiore che possa mai fare alla religione e ai suoi seguaci poiché la maggioranza di questi non condivide le pratiche e gli atti di violenza di cui sono capaci ISIS e al-Qaeda». E aggiunge «che siano blasfeme o no, le vignette incriminate hanno abbozzato perfettamente la mentalità dell’ISIS. E la cosa più ironica di tutte è che se il nostro beneamato profeta Maometto tornasse tra noi con la tolleranza, il perdono e l’uguaglianza che predicava, sarebbe denunciato e additato da quelle stesse persone che hanno compiuto la strage in suo nome».

Dalle colonne di Aljazeera, Khaled A Beydoun tuona provocatoriamente che «il clamore per le vittime di Charlie Hebdo testimonia come l’identità musulmana assume rilevanza, nel senso che fa notizia, solo quando un islamico è dietro la pistola, non davanti». Mentre Khaled Diab sottolinea come «il Profeta Maometto ha sopportato molto più prese in giro, umiliazioni, insulti e rifiuti quando era in vita senza ritenere necessario che dei sicari difendessero il suo onore» e sostiene la coerenza della satira del gruppo di vignettisti di Charlie Hebdo perché «sono sempre stati critici nei confronti di tutte le religioni». Ma ciò che secondo lui dovrebbe fare l’Europa è «fare tesoro del suo multiculturalismo senza operare ghettizzazioni». Riprende il tema dell’esclusione Abdullah Al-Arian che, nell’articolo “Charlie Hebdo and western liberalism”, commentando le reazioni del mondo occidentale alla vicenda francese dice: «L’attuale liceità di espressioni disumane contro i musulmani affonda le radici nei tropi antisemiti di un secolo fa. Entrambi derivano dalla stessa logica nociva di esclusione». Mentre per Mark LeVine «La strage di Charlie Hebdo è il risultato della combinazione fatale di decenni di feroce capitalismo e di religione portata alle estreme conseguenze che hanno dato vita a una “necropolitica” degli oppressi che è lo specchio di quella dei governi occidentali e della violenza che gli hanno imposto».

Secondo Tariq Alhomayed del quotidiano Asharq al Awsat «La comunità internazionale deve lavorare insieme per affrontare questi focolai di conflitto, e confrontarsi con i paesi che stanno supportando questa azione terroristica, in particolare la Siria e l’Iran. Ci deve essere una posizione internazionale decisiva contro il terrorismo perché dopo gli eventi successi in Francia in questi giorni, la situazione può solo peggiorare». Amir Taheri nell’editoriale “Europe Between Fear and Hope” racconta la cecità di un gruppo come “Europei Patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente (PEGIDA)” nato a Dresda e diffuso in altre 18 città tedesche che «a differenza dei movimenti nati durante gli anni della Cortina di ferro, invece di buttare giù un muro ne vogliono innalzare uno; combatte non contro un avversario facilmente identificabile ma contro un qualcosa, l’Islam, che non è né un monolite politico né un’ideologia, e ancor meno un impero; non unisce in maniera compatta i tedeschi ma li sta ulteriormente spaccando ideologicamente». Alla luce di tali fanomeni, spiega Taheri, si dovrebbe dare maggior ascolto alla storia che ci insegna come «la paura porti sempre alla distruzione autolesionista».

L’Hespress, invece, accoglie la testimonianza della controversa rapper francese di origine cipriota Mélanie Georgiades, in arte Diam’s, convertita recentemente all’Islam: «L’Islam è una religione di pace e non una religione di terrorismo e omicidio, non invoca vendetta. Sono offesa dal fatto che tutti questi atti barbarici compiuti non solo in Francia ma nel mondo intero siano stati compiuti in nome dell’Islam». E spiega «c’è chi compie atti come quelli disastrosi avvenuti a Parigi ma non dobbiamo farci travolgere da questa spirale di odio».

ultima modifica: 2015-01-11T09:35:01+00:00 da Alma Pantaleo

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: