Giuliano Ferrara ha ragione quando difende il sistema, come Giuseppe Sottile quando sberlina una magistratura troppo a tempo e troppo zelante che costruisce le sue accuse sul “contesto”, criminalizzando – in automatico – il paese dell’andazzo.
E’ ovvio che se si vuole fare della natura paesaggio, se si vuole modernizzare per tramite di infrastrutture (cemento e acciaio) un paese così complicato pieno di valli, colli e montagne che ne fanno un’orografia tanto bella quanto refrattaria ad Autocad, occorre mettere in conto che un certo sistema di boiardi di Stato faccia da cuscinetto tra la politica e le professioni, tra la politica e gli appalti, in nome dell’interesse generale.
Il tutto, poi, in un’epoca in cui, come spiega bene Sabino Cassese, governare è divenuto sempre più difficile. La globalizzazione si è portata con sé, infatti, anche la perdita di sovranità degli Stati Nazionali in nome di un più ampio – così doveva essere – respiro delle politiche nazionali. Respiri che in Europa avrebbero dovuto armonizzarsi tra gli alveoli di un unico polmone.
Per la politica, dunque, si è trattato di fronteggiare difficoltà nuove, asimmetrie fisiologiche. Il fatto è che l’Italia è rimasta fanalino di coda. E’ bisognerà pure ammettere che i suoi boiardi sono stati i meno efficaci se la loro azione si misura in infrastrutture completate e in modernizzazione realizzata.
Al netto degli strabismi della politica comunitaria. Dove la Francia appoggia Erri de Luca ma vuole la TAV. Mi chiedo: – E’ così diverso il territorio della TAV tra il lato francese e quello Italiano? -.
Certamente, qui da noi, la magistratura non sa fare da contrappeso senza ricorrere al mascariamento, senza offrire il suo precipitato inquirente a chi sceneggia e vive della gogna mediatica. Sbobinatori d’intercettazioni che scommettono sulla paralisi carceraria del paese.
Un distinguo però. Se è vero che Incalza è stato ed è il Nathan Jessep a Guantanamo, l’uomo che deve fare il lavoro sporco, il giunto del sistema che si deve sporcare di grasso per garantire il cinematismo vitale del paese, come la mettiamo con i progetti come quello della Biblioteca Civica di Torino. Un ponte di Messina nel cuore di Torino. Già, perché la Biblioteca civica, che non si farà mai, è già costata 16 milioni di Euro. Tanto è valso il progetto preliminare realizzato da fior fior di professionisti per quello che è, per loro, il lavoro perfetto. Il progetto che non sarà mai realizzato, alleggerito da tutte le complicazioni e le camurrie del progetto esecutivo dove tutti i nodi vengono al pettine.
Il progetto nell’area ex-Westinghouse non si farà perché giudicato troppo costoso. Il Comune di Torino, che non capace neanche di mettere le toppe alle strade che sono un colabrodo, non ha le risorse per un progetto così faraonico. Peccato che se l’è ricordato un po’ in ritardo. Possibile che non sia colpa di nessuno?
La stampa, anche quella più zelante e sabauda, nel caso del progetto della biblioteca civica di Torino, non ha dato molto risalto alla notizia che la Guardia di Finanza sta indagando ed ha raccolto le carte. Ha preferito la storia dei rolex e delle raccomandazioni, evidentemente bocconi più croccanti.
E poi c’è un fatto. Quando si costruisce un sistema che smista appalti e consulenze, un sistema che “sceglie” per evitare la paralisi, ammesso che il suo “scegliere” sia per il paese, non c’è il rischio che il lavoro finisca sempre agli stessi? Quando si spegne la competizione, purtroppo, ne risente la qualità. Sempre. E può capitare di tutto. Può capitare, pure, che uno dei “soliti” utilizzi per una galleria di dieci chilometri i calcoli che aveva fatto per quella di cinque.

Maggiore attenzione, dunque, per saper distinguere i boiardi dalle boiate. Ed evitare che l’Italia rimanga il paese del rendering.

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