L'approfondimento di Antonino D'Anna

Ingravescentem aetatem. Ha compiuto 80 anni il 15 giugno il cardinale William Levada, ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, prima nomina di Joseph Ratzinger dopo la sua ascesa al soglio, nel 2005, come Benedetto XVI. E Ingravescentem aetatem (l’età avanzata), appunto, si chiama il motu proprio di Paolo VI del 21 novembre 1970 che, tra l’altro, impone per i cardinali ottantenni la perdita dell’elettorato attivo e passivo. Non possono, cioè, votare né essere eletti in Conclave.

ORA CI VOGLIONO GLI ELETTORI

Il collegio cardinalizio, quindi, perde un altro elemento (Paolo VI fissò il numero di cardinali elettori a 120 nel 1975, ma i Papi possono superarlo) e si riduce a 111. Ci vorranno almeno una decina di nuovi porporati per ripristinare il collegio secondo quanto richiesto dalle norme canoniche, quindi: ma nel frattempo decade una figura in chiaroscuro del papato di Ratzinger.

LA CARRIERA

Classe 1936, indicato come conservatore, nel 1961 diventa sacerdote a Los Angeles. Lavora tra il ’76 e l’82 alla Congregazione per la Dottrina della Fede, dove diventa buon amico del futuro Papa emerito. Poi nel 1983 Giovanni Paolo II lo promuove all’episcopato titolare (vescovo cioè di una diocesi che non esiste più, una posizione di “parcheggio” per occupare incarichi in Curia o essere trasferito ad una diocesi vera). Poi nel 1986 lo mandano all’arcidiocesi di Portland, in Oregon. Malgrado la sua permanenza negli States, Levada mantiene i rapporti con Ratzinger e diventa uno dei redattori del nuovo Catechismo, approvato nel 1992. Ancora un passo: nel 1995 viene promosso a San Francisco, dove dice no alle nozze gay e nel 2004 si spende per un emendamento costituzionale sul matrimonio come unione solo tra uomo e donna.

I CABLO DI WIKILEAKS

Il 25 maggio 2005 viene scelto da Benedetto XVI come suo successore alla CdF; è la prima nomina papale. Il giorno dopo l’Ambasciata americana in Vaticano compila un suo profilo (cablo 05VATICAN480_a nel quale osserva come: “Alcune fonti ci hanno detto che l’esperienza di Levada in una diocesi secolarizzata e diversa (come quella di San Francisco, N.d.R.) lo ha reso interessante per Benedetto, che spera come il californiano sia capace di spiegare gli insegnamenti cattolici ad un mondo sempre più secolarizzato”. E ancora: “Levada è stato ritratto dagli osservatori vaticani come un conservatore moderato che sa quali battaglie scegliere, ma non fa parte della fazione ultraconservatrice all’interno dell’episcopato cattolico”. Oltre al fatto che la sua nomina è vista come: “Un segno dell’apertura del Papa agli Usa, e un segnale di supporto per la Chiesa cattolica statunitense”. Hanno ragione: anche perché gli States sono, insieme alla Germania, i primi due paesi al mondo per offerte alla Chiesa.

Quando nella Chiesa, nel corso del 1997, il dibattito del Sinodo dei Vescovi delle Americhe si accapiglia su temi caldi, lui interviene a mettere i confratelli in guardia rispetto al dibattito divisivo su temi come il ruolo della donna nella Chiesa, l’omosessualità e il divorzio.

IL DRAMMA DELLA PEDOFILIA

Quello che però ai diplomatici sfugge, e che non sanno, è che il futuro cardinale qualche problemino ce l’ha. Lo riporta il New York Times qualche tempo dopo e fa lo scoop: nel gennaio 2006, il cardinal Levada ha incontrato un gruppo di avvocati in quel di San Francisco, legali di vittime della pedofilia del clero. “Per otto ore davvero dure, il cardinale è stato torchiato per spiegare perché aveva deciso di far tornare al ministero attivo dei preti che erano conclamati abusatori sessuali”. E ancora: “Levada ha riconosciuto che non aveva notificato alle autorità le accuse di abuso. Ha fatto di tutto per ricordare perché aveva scelto di non condividere queste informazioni con i parrocchiani”. Nel mirino il periodo da arcivescovo di Portland e San Francisco, tra il 1986 e il 2005. Sono gli anni difficili dello scandalo pedofilia nella Chiesa, è il 2010 e lo stesso Ratzinger finisce – in modo disgustoso, va detto – nel mirino dei media americani. Ma è vero che le carte viste dal Times dimostrano come il cardinale: “Abbia generalmente seguito la pratica prevalente della gerarchia ecclesiastica, spesso concedendo ai preti accusati il beneficio del dubbio e mostrando riluttanza ad allontanarli dal ministero sacerdotale”.

LE NORME DI BENEDETTO

Va detto, però, che al di là delle accuse del NYT, Levada ha lavorato alle nuove norme, molto più severe, volute da Ratzinger in tema di pedofilia. È il 21 maggio 2010 quando vengono varate le modifiche al De Graviouribus delictis, la lettera del 2001 firmata da Ratzinger quand’era ancora prefetto della CdF e che attuava il motu proprio di Giovanni Paolo II Sacramentorum Sanctitatis tutela del 2001. Norme che hanno aumentato il termine della prescrizione per l’azione criminale (20 anni, ma comunque derogabile dalla CdF), o la fattispecie che prevede l’acquisizione, la detenzione o la divulgazione a clerico turpe patrata (vergognosamente compiuta da un chierico) in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, di immagini pornografiche aventi ad oggetto minori degli anni 14. La tolleranza zero comincia da qui, e poi si allarga alle recenti norme di Papa Francesco che hanno introdotto la rimozione dei vescovi incapaci di gestire casi di pedofilia.

LA DIFESA DEL CARDINALE

Levada risponde poi alle accuse del NYT osservando che: “Mi sembra che dobbiamo a Benedetto un grande debito di gratitudine per aver introdotto le procedure che hanno aiutato la Chiesa ad agire davanti allo scandalo della pedofilia del clero. Questi sforzi – prosegue – sono cominciati quando il Papa era ancora prefetto della CdF e sono continuati dopo la sua elezione al Soglio”. Accusa il NYT di “mancanza di correttezza” verso il Papa e la Chiesa. E precisa di non aver mai sentito parlare di preti pedofili almeno fino al 1985, poi occupandosene di persona dal 1986 in poi quando è stato inviato a Portland. “Ho imparato – scrive – alcune cose: molte piccole vittime sono riluttanti nel riferire abusi sessuali dei preti. Quando vengono fuori da adulti, la ragione più frequente perché si aprono e raccontano l’abuso non è chiedere la punizione del prete, ma far sapere al vescovo quanto è accaduto perché altri bambini non vivano il trauma che loro hanno subito”. E quanto ai preti pedofili: “Quando li ho messi davanti alle accuse passate, hanno spontaneamente ammesso la loro colpa. Dall’altro lato, ho imparato che il negare i fatti non è così poco comune”. E che le diocesi di Portland e San Francisco hanno reso disponibili dei fondi per la terapia delle vittime di abusi sessuali.

IL DIALOGO CON I LEFEBVRIANI

Malgrado la bufera sulla pedofilia nel clero, Levada continua ad essere un uomo di fiducia di Benedetto XVI. È il 2009 quando lo chiamano a guidare la Pontificia Commissione Ecclesia Dei. È la commissione che si occupa dal 1988 del dialogo con la Fraternità San Pio X, ossia i lefebvriani. Sono loro, i ribelli del Concilio Vaticano II che accusano la Chiesa di modernismo e di aver tradito la Tradizione, che in quel tumultuoso 2009 Ratzinger cerca di riavvicinare togliendo loro la scomunica fulminata automaticamente dal diritto canonico nel 1988 sui quattro vescovi illegittimamente consacrati dal fondatore della Fraternità Marcel Lefebvre (era stata autorizzata dalla Santa Sede una sola ordinazione, ma lui salì autonomamente a quattro). Tra questi c’è monsignor Richard Williamson, uno che in tema di Olocausto si esprime in termini negazionisti parlando di soli 200.000-300.000 morti, nessuno dei quali nelle camere a gas (qui l’intervista in inglese), e che viene scaricato dalla Fraternità poco dopo (nel 2015, avendo ordinato un vescovo senza permesso, è incorso di nuovo nella scomunica automatica, la latae sententiae nel linguaggio del diritto canonico). Ma le ripercussioni arrivano anche in Vaticano: il cablo 09VATICAN82_a del 9 luglio 2009 Benedetto rimuove tutti i membri di Ecclesia Dei che gli avevano consigliato, nella primavera dello stesso anno, il gesto di clemenza verso i vescovi lefebvriani tra cui Williamson.

LA CACCIATA DI CASTRILLON HOYOS

Senza fare troppo schiamazzo, il Papa azzera due dei più importanti vertici della Commissione: via il presidente, cardinale colombiano Dario Castrillon Hoyos, e il suo vice, il lussemburghese monsignor Camille Perl. Tocca quindi a Levada supervisionare il cammino di riabilitazione dei lefebvriani (ad oggi, in pieno 2016, siamo ancora in alto mare), e i diplomatici yankee svelano: “Mentre alcuni osservatori vaticani hanno visto la mossa come un rimprovero per gli ex membri della Commissione, nei fatti il cardinale Castrillon Hoyos, che da poco ha compiuto 80 anni, è stato invitato a ritirarsi a quest’età in ogni caso”. Per essere più precisi: l’Ingravescentem aetaem stabilisce che ad 80 anni si decade automaticamente da ogni incarico curiale, oltre che dall’elettorato attivo e passivo in conclave. Qui gli americani hanno fatto un po’ di pasticci, insomma: ma dopo continuano scrivendo che “tuttavia, alcuni critici hanno alluso al fatto che Hoyos ha prematuramente spinto per la remissione della scomunica ai lefebriani in primavera perché potesse accadere – dopo anni di negoziati con questa setta (“sect” nel testo inglese, N.d.R.) – durante il suo mandato. Avendo atteso alcuni mesi, e cioè fino a quando Castrillon Hoyos avesse raggiunto l’età obbligatoria per il pensionamento, per annunciare la riorganizzazione di Ecclesia Dei, il Papa gli ha risparmiato qualche imbarazzo”. E quindi spiegano che sul dialogo con i lefebriani, Ratzinger: “Si sta affidando ad uno di cui si fida profondamente, il cardinal Levada”. E concludono con ironia: “Ed avendo annunciato la decisione il giorno dopo la pubblicazione della nuova enciclica sociale (la Caritas in Veritate, N.d.R.) e nel primo giorno del G8 in Italia, il Vaticano ha dimostrato di aver imparato almeno una lezione dallo scandalo dei lefebvriani: come seppellire una storia. Fine del commento”.

IL RITIRO, L’APPARTAMENTO E L’ARRESTO

Rimasto in carica fino al 2 luglio 2012, quando ha lasciato il suo posto all’attuale prefetto della CdF Gerhard Müller, Levada si è ritirato in America, nel seminario Saint Patrick della diocesi di San Francisco pur avendo in disponibilità a Roma, secondo il libro Via Crucis di Gianluigi Nuzzi, un appartamentino da 524 metri quadrati a Borgo Pio. Ma il mondo ha ancora sentito parlare di lui: il 19 agosto 2015 è stato arrestato a Kailua-Kona, nelle Hawaii, completamente ubriaco al volante. Faceva zig-zag nel traffico e lo hanno rilasciato, dopo averlo incarcerato, con una cauzione di 500 dollari. Nell’aprile 2016 è stato condannato da un tribunale delle Hawaii a 300 dollari di multa, più spese processuali. Dovrà fare test sugli abusi di sostanze e la sua patente di guida sarà sospesa per un anno. Per la guida delle anime e della Chiesa, invece, ci ha già pensato Paolo VI.

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