L'analisi dell'editorialista Guido Salerno Aletta

Servono due passi in avanti, secondo Mario Draghi, per costruire un’Europa coerente con le aspirazioni di De Gasperi. Intervenendo alle celebrazioni in memoria dell’illustre politico italiano, ha sostenuto che solo uniti i Paesi europei potranno affrontare le sfide cruciali in campo ambientale, sul piano geopolitico, e gli ulteriori sviluppi della globalizzazione. La crisi attuale dipende dalla globalizzazione iniziata negli ultimi decenni del Novecento: può avere esiti tragici, come accadde per quella che iniziò nel 1870, se si torna indietro. La Brexit fa temere il ritorno all’isolazionismo ed al protezionismo, fenomeni che portarono alla costruzione, già nei primi anni del Novecento, di frontiere sempre più alte: erette per garantire sicurezza ai cittadini, anche allora per fronteggiare fenomeni migratori di eccezionale portata. Anche Usa ed Australia chiusero le porte a chi abbandonava la sua terra, accontentandosi di molto poco pur di lavorare. Non servono nuove istituzioni europee, bensì agire sul piano politico: visto che d’è dappertutto sfiducia verso le istituzioni, queste non hanno più una legittimazione di per sé, ma solo se dimostrano di essere utili ai cittadini. In questi anni, fin troppo ci si è lasciati dai problemi derivanti dalla incompleta costruzione dell’Unione Monetaria Europea (EMU). Va ripresa la strategia elaborata nel Documento dei Cinque Saggi, cui lo stesso Draghi ha partecipato, della sovranità condivisa: il meccanismo che porta la democrazia ad un livello più alto, tra gli Stati europei.

Il primo passo in avanti riguarda il completamento del mercato interno: non è il regno dell’anarchia, afferma Draghi. Devono esserci regole comuni, applicate uniformemente.. Ci sono numerose iniziative per renderlo effettivo, da un Fondo comune contro la disoccupazione, agli stanziamenti per il retraining professionale.

La seconda direttrice riguarda il versante esterno: l’abbattimento delle frontiere interne impone un rafforzamento delle politiche in grado di fronteggiare tre questioni: sicurezza, migrazioni, difesa. Le emergenze derivanti dal terrorismo jihadista e dai milioni di persone in fuga da guerre e carestie impongono iniziative congiunte, fino alla costruzione di una difesa comune.

Rispetto agli ideali degasperiani e alle iniziative che rappresentarono i passaggi fondamentali per la costruzione europea, innanzitutto la Comunità del carbone e dell’acciaio, Draghi sottolinea che si trattava di mettere in comune le risorse strategiche che in precedenza erano state contese perché consentivano le politiche di riarmo. Lo stesso si fece con l’Euratom, che avrebbe dovuto rendere cooperativi gli impegni e soprattutto i risultati nel campo della produzione elettrica attraverso il nucleare. Erano settori strategici in cui si condividevano gli sforzi ed i benefici. Anche il Mec iniziò sulla base del principio di cooperazione, mutualizzando gli interessi delle produzioni agricole mediterranee con quelli dell’allevamento in Francia e Germania.

Queste ispirazioni si sono perse. L’Europa si è trasformata in un sistema normativo al servizio della concorrenza sul mercato, dove le ragioni del più forte prevalgono. Dalle crisi per sovrapproduzione in agricoltura siamo usciti con le quote latte, asimmetriche per l’Italia che è Paese trasformatore, con le multe e l’abbattimento delle fattrici. Per non parlare del set-aside, con i contributi erogati per lasciare la terra incolta.

La concorrenza è stata portata all’esasperazione, impedendo la formazione di imprese in grado di competere sui mercati internazionali: gli antitrust hanno determinato il nanismo industriale in tutti i mercati dinamici, dalle telecomunicazioni all’informazione, dalla televisione alla informatica. Non c’è ormai un solo standard “made in Europe”: il Gsm, frutto della cooperazione tra i monopolisti statali, è rimasto senza eredi. Siamo ormai privi di rilevanza. Non copriamo alcun segmento del valore, né quello alto come avviene negli Usa, né quello più basso della manifattura. Siamo schiacciati, mentre la Cina continua a fare passi da gigante.

La Germania si gloria per essere il più grande esportatore al mondo, ma prevalentemente vende automobili: un mestiere non certo all’avanguardia. L’Italia si fa forza con la meccanica, l’abbigliamento e l’arredamento: altri settori più che maturi. I pochi progetti industriali europei di respiro globale, dal Concorde franco-britannico all’Airbus franco-tedesco, risalgono alla notte dei tempi. Se per rafforzare l’Europa si auspica la creazione di un Fondo comune per la disoccupazione, è davvero un pessimo indizio.

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