Il commento dell'editorialista Federico Guiglia

Nemmeno si conoscevano, né mai s’erano incontrati per caso o per sbaglio prima di quella maledetta sera di domenica scorsa in un’anonima rotatoria della Valsusa. Ma in un giorno di ordinaria follia sulle strade d’Italia può accadere quel che è incredibilmente accaduto: un omicidio per un presunto sgarbo. L’imprevisto è successo all’improvviso, quando il conducente di un furgone ha inseguito e travolto una moto sulla quale viaggiava una coppia. La ventisettenne Elisa Ferrero è stata uccisa sul colpo, mentre il suo fidanzato Matteo Penna di due anni più grande è rimasto gravemente ferito. Non, dunque, per omicidio stradale – il nuovo reato opportunamente introdotto nel codice -, ma per omicidio volontario la Procura di Torino ha chiesto che venga ora indagato Maurizio De Giulio, il guidatore del furgone risultato positivo al test dell’alcol. L’accusa è stata cambiata sulla base di una perizia, di testimonianze e di un video sull’incidente.

Naturalmente, in questa vicenda così tragica ma inverosimile, dove può bastare un precedente diverbio sull’asfalto tra un automobilista e due motociclisti che si sono trovati a tu per tu perché si possa scatenare una simile e fatale reazione, molta sociologia si sta a sua volta già scatenando. Ma anche se ogni caso va giudicato a sé ed è sempre bene attendere gli accertamenti della polizia e dei magistrati prima di pontificare, non c’è bisogno d’aspettare altre perizie né nuove testimonianze per constatare quanta gratuita e grave violenza regni ormai nelle nostre strade. È una realtà che ciascuno di noi può confermare con facilità quando sale in macchina, ben al di là degli incidenti spesso causati da chi si mette al volante dopo aver bevuto o consumato droghe, da chi guida stanco, parlando al telefonino, ignorando regole e indicazioni stradali.

C’è un’aggressività che circola a prescindere dalle ubriacature e dal mancato rispetto del codice. C’è un abuso di violenza verbale e pure fisica che tracima da tutte le corsie del traffico. Come se il volante fosse l’arma impropria con cui regolare i propri conti col resto del mondo. Come se la prepotenza stradale fosse lo sfogo che il malcapitato di turno si merita. E quando a guidare le automobili altrui, cioè il nemico percepito come tale e inquadrato negli specchietti, cioè nel mirino, sono le donne, la dose maschile degli insulti e degli affronti è doppia. Serve una buona educazione anche stradale, antidoto principale contro questa dilagante, ordinaria follia.

(Articolo pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza e Bresciaoggi e tratto dal sito www.federicoguiglia.com)

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